Gli Antonello da Messina sul marciapiedi: iconografia di un fallimento. I beni culturali in Sicilia sono da rifondare
Un’analisi senza sconti della situazione dei beni culturali in Sicilia, tra riforme necessarie e carenze progressive. Il furto dei capolavori di Antonello e l’immagine delle opere superstiti in strada: simboli di una debolezza a cui contrapporre la forza di un cambiamento
Ci sono immagini che restano, che s’infilano nella coscienza di tutti e iniziano a generare un sentimento sordo, una specie di ferita. Sono immagini che sfuggono alla patina diffusa di indifferenza, all’invincibile slavina di stimoli visivi a cui siamo assoggettati e in virtù della quale abbiamo disimparato a guardare. Alcune sono forti, taglienti, magari solenni, costruite per raggiungere quell’inevitabile spalancarsi d’occhi. Altre sbocciano tra le intercapedini della cronaca, si appiccicano alla routine annacquata degli sguardi e si dichiarano nella loro povertà, casualità e accidentale potenza.
Il senso del fallimento in una foto
Due tavole lignee di Antonello da Messina se ne stavano per strada, in un angolo della notte, nella prima periferia nord di Messina. Esposte al cielo d’estate come cose comuni, rifiuti di cui disfarsi o effetti personali perduti per distrazione. La sinistra verità di una foto fortuita tramutava due parti del quattrocentesco Polittico di San Gregorio in relitti urbani senza peso, confusi con l’infinito apparato di anonimi oggetti, presenze, scarti, residui che popolano le città sparendo nella frenesia svagata di milioni di passi. La brutalità di quello scatto ha la potenza del vuoto, la vertigine estetica di uno smarrimento. Il fragore di uno schianto in mezzo all’inferno del banale.
È questa l’immagine che connoterà per sempre il clamoroso furto consumatosi la sera del 15 agosto 2026 all’interno de MuMe, Museo regionale “Maria Accascina” di Messina, incarnando al contempo il senso di un più ampio e trasversale fallimento, quello che da anni incombe sul sistema dei beni culturali in Sicilia, progressivamente svuotati e indeboliti, mentre l’orizzonte del naufragio appare nitido, via via, nell’alternanza di nubi e di schiarite.

16 x 11,9 cm – Messina, Museo Regionale Accascina
Il mistero di quella notte al MuMe. Le parole della direttrice
Nell’istante in cui venivano sottratte le cinque tavole del Polittico, unitamente alla tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, altra perla antonelliana, la città galleggiava tra i festeggiamenti della “Vara”, la festa che ogni anno porta in processione il carro votivo con la statua della Madonna Assunta. Fuori il brusio assordante del rito religioso; dentro la tensione muta dell’atto sacrilego. In un’invisibile sincronicità di destini, la chiassosa devozione popolare riservata a un simulacro di legno e cartapesta si specchiava nel fragore secco di una teca blindata ridotta in frantumi. E nella conversione di un corpus di icone sacre in osceno bottino.
II ritrovamento delle tavole, scovate e fotografate da una famiglia giunta in quel punto a pochi minuti dalla fuga dei ladri, è un tassello tanto utile, quanto misterioso. Perché due opere su cinque erano rimaste sul ciglio della strada? Dimenticate durante le concitate operazioni di coordinamento con il mezzo che doveva caricarle? Abbandonate per via di una sopraggiunta minaccia? Gli inquirenti non tralasciano nessuna pista, consultando decine di testimonianze e centinaia di immagini di videosorveglianza raccolte lungo la città.
Lo ha subito chiarito ai microfoni della stampa la direttrice Marisa Mercurio, in carica da febbraio 2025: “Il museo è in una condizione di assoluta funzionalità di allarmi, di presidi e di sorveglianza da parte dei custodi”. E dinanzi allo stupore dei giornalisti, che continuavano a chiedere come avessero fatto allora i ladri ad agire indisturbati, la sua flemma si traduceva in parole irreali: “Ce ne siamo accorti dopo“. Ma dopo quando, e perché, se tutto funzionava a dovere?

Sistemi di sicurezza e presidi
L’architetta Marisa Mercurio diceva il vero. Impianti in regola e custodi presenti nel numero di quattro (oggi tutti in ferie forzate, in attesa di trasferimento e di eventuali misure disciplinari). Consultando le carte risulta che la manutenzione era stata effettuata da una ditta locale nel 2026, così come nel 2025. L’allarme, come emerso da fonti istituzionali, è scattato. Un allarme però non collegato alle forze dell’ordine, fatto che ha stupito anche il Presidente della Regione Renato Schifani: “Ho scoperto oggi – ha dichiarato al “Corriere della sera” – che, fin dall’apertura del nuovo museo non è mai stato previsto alcun collegamento diretto con le forze di polizia. Una scelta grave e incomprensibile“.
In realtà, secondo fonti interne, il caso del MuMe non era isolato, anzi. Una ventina di anni fa, a causa di una quantità eccessiva di false segnalazioni dovute a disattenzione del personale, a continui accidenti o a sistemi non troppo performanti, si interruppe il filo diretto che i musei potevano stabilire con la Questura. Il reiterato “procurato allarme” può del resto far scattare il penale e la polizia ha piena facoltà di far sospendere il servizio. Ecco che la presenza dei custodi, anche nelle ore notturne, acquista un senso decisivo: sono il collegamento in carne e ossa con le forze dell’ordine, oltre che un presidio proattivo determinante. Chiamati ad agire con prontezza in caso di problemi (perdite d’acqua, guasti da segnalare, principi d’incendio), sono obbligati a chiedere l’intervento di vigili del fuoco o carabinieri in caso di sospetta intrusione o manifesto pericolo.
Dunque a Messina, la notte del 15 agosto, l’allarme suona e le telecamere registrano. Ma un dispositivo funzionante, da solo, serve a poco. La tecnologia va tarata su ogni singola architettura e tipologia di bene, quindi va compresa, gestita, costantemente controllata; e vanno decodificati i segnali, attuati i protocolli, rilevate e segnalate inefficienze eventuali. Se la sirena si attiva senza che nessuno intervenga, la deduzione è logica (confermata da indiscrezioni): qualcuno dei custodi deve essersi adoperato per spegnerla, scegliendo irresponsabilmente di non fare un giro di perlustrazione tra le sale. Sarà stato il solito falso allarme, avranno dedotto. E i monitor a circuito chiuso? Inutilmente sprofondati nel silenzio di una stanza vuota. Affaccendati in altre faccende serali, nessuno dei quattro deve essersi accomodato – almeno in quel frangente – sulla noiosa quanto preziosa postazione di controllo.

Il tema dei custodi. Il grande vulnus del sistema museale
Il tema dei custodi è parte invisibile e centrale della parabola fallimentare di cui dicevamo. Unità numericamente scarse, al punto che musei e siti siciliani si trovano non di rado nell’impossibilità di garantire adeguati presidi nelle sale, turnazioni regolari e aperture. Si tratta inoltre di figure spesso non all’altezza del delicato compito: prive di una formazione specifica, non selezionate tramite concorsi pubblici, molte giungono dal bacino della SAS, la partecipata della Regione siciliana che ha assorbito gli ex lavoratori Asu, Lsu e Pip, negli anni reclutati tramite programmi per l’inclusione di soggetti inoccupati, svantaggiati e in condizioni di marginalità sociale, inclusi ex detenuti. Un fiume di eterni precari sulle cui speranze di stabilizzazione una certa politica ha costruito ignobili strategie del consenso e dell’attesa. L’origine della stortura è antica e non ascrivibile a questo o quel governo, essendo il frutto di una cultura radicata: un’idea tossica del potere e della sua funzione rispetto agli spazi, i bisogni, le paure e i desideri che definiscono ogni comunità.
L’ultimo concorso per “agente tecnico custode e guardia notturna” fu bandito nel 1984. L’esame richiedeva di dimostrare conoscenze di base in materia di cultura generale, educazione civica, legislazione dei beni culturali. Pochi sono ancora in servizio tra coloro che vennero assunti, persone di qualità con esperienza e preparazione: gli ultimi si approssimano alla pensione e al loro fianco ci sono molte figure inadeguate, comunque drammaticamente insufficienti rispetto alle esigenze del vasto panorama dei beni culturali siciliani.
L’ombra della mafia
Un’ulteriore, dolorosa osservazione va fatta, non dimenticando la storia più crudele dell’isola e la natura di quel male tentacolare che muta e resiste, nonostante le tante vittorie dello Stato. Gli inquirenti, a proposito del furto al MuMe, non escludono la pista mafiosa. E qui risuonano le parole di Lynda Albertson, direttrice dell’Arca – Association for Research into Crimes against Art, intervistata da “Repubblica” all’indomani del furto: “La restituzione del quadro, l’indicazione del nascondiglio o le informazioni sui passaggi di mano diventano facilmente strumenti di negoziazione con la giustizia per ottenere riduzioni della pena o condizioni detentive più favorevoli”.
Ora, esulando dal caso specifico, siamo certi che chi vigila su spazi e opere d’arte, non possedendo esperienza, cognizione dei codici etici e adeguata formazione su rischi e procedure, avrebbe la forza di reagire con inflessibile rigore alle richieste più o meno velate di personaggi sinistri? Siamo certi che il patrimonio sia protetto da chi, vincendo la paura, denuncerebbe pressioni o semplici sospetti? La selezione del personale di custodia è un tema enorme, pari all’importanza di un ruolo che è stato irresponsabilmente delegittimato, sminuito e accantonato ai bordi del sistema.

Un piano di investimento per la sicurezza del patrimonio
Nell’attesa di un’auspicata inversione di rotta, che a distanza di 42 anni coincida con la pubblicazione di un nuovo concorso, un segnale significativo potrebbe giungere da una vasta operazione di ammodernamento e perfezionamento dei sistemi di protezione e anti-intrusione all’interno di musei, biblioteche, spazi espositivi. A monte un censimento sulle condizioni di ogni edificio (dispositivi presenti e assenti, caratteristiche specifiche, malfunzionamenti, etc.), per poi raccoglierne le esigenze. Quindi, la messa a punto di un piano di intervento con l’ausilio di consulenti specializzati, uno studio sui rischi a cui sono esposti i beni e un programma di formazione per il personale di custodia.
Quello che oggi offre il mercato è sorprendente: dai sistemi nebbiogeni che inibiscono l’azione dei ladri alle telecamere dotate di Intelligenza Artificiale, da barriere di sicurezza virtuali ultra sensibili ad accelerometri che segnalano urti, vibrazioni sismiche, tentativi di rimozione o scasso. E sono tanti i musei nel mondo che investono per rendere sempre più sofisticati i meccanismi di protezione del patrimonio, restando al passo con le nuove tecnologie.
Intanto la proposta dell’Assessore ai Beni culturali Paolo Scarpinato – “non possiamo escludere, a questo punto, di dotare le strutture museali anche di vigilanza armata” – appare molto d’effetto ma poco concreta, né convincente. I custodi regionali di un tempo (quelli assunti per concorso) potevano detenere un’arma, purché in possesso del titolo di guardia giurata: una prassi superata agli inizi degli anni duemila. Come si adatterebbe questa misura al contesto odierno? Con che forme e attingendo da che tipo di personale? Non c’è arma che serva dinanzi a un numero congruo di professionisti attenti e preparati, coadiuvati da sistemi di sicurezza efficienti.

Lo svuotamento delle strutture regionali e l’autonomia
Non sarà in nessun caso l’esborso di somme di denaro o un provvedimento occasionale a oliare meccanismi arrugginiti, a riformare apparati obsoleti, a semplificare l’inferno burocratico che i pochi professionisti rimasti – funzionari, contabili, dirigenti, incluse certe eccellenze mosse da totale abnegazione – provano a dipanare tra le stanze del Dipartimento dei Beni culturali, l’organo operativo dell’Assessorato da cui dipendono musei, biblioteche, soprintendenze e in maniera minore parchi archeologici (da alcuni anni resi autonomi). È un film che si ripete ovunque: nei tanti istituti culturali e museali gli uffici continuano a svuotarsi a causa dei pensionamenti, mentre i concorsi languono (nel 2026 la regione ne ha finalmente bandito uno per 10 funzionari archeologi) e il passaggio delle competenze alle nuove leve avviene in minima parte o non avviene.
È l’idea del fallimento che non smette di tornare e che quella fotografia accidentale incarna con una forza simbolica singolare: quel 15 agosto abbiamo perso tutti e in tanti hanno delle responsabilità su cui ragionare. Se un sistema si definisce tale, perché composto da più parti articolate e coese, il gioco dei quattro capri espiatori diventa troppo facile, persino disonesto.
La Sicilia, regione a statuto speciale, a partire dal 1975 – con uno slancio di sperimentazione e una consapevolezza figlie di un contesto politico-culturale ben lontano da quello attuale – attuò l’autonomia in materia di beni culturali: una condizione che è stata via via svilita, svuotata, male interpretata, immiserita, così che la capacità di gestione e valorizzazione del proprio immenso patrimonio venisse meno, lentamente, fino alla manifesta inadeguatezza con cui si fanno i conti adesso. Lo scandalo del Museo di Messina diventa, oltre che amara metafora, il più grave sintomo di un malessere stratificato a cui andrebbe riservata una cura robusta, radicale. Fosse anche un coraggioso ritorno allo Stato.

Le riforme necessarie: dai concorsi per i direttori…
Ma al di là del tema “autonomia”, che nessuno metterà realmente in discussione, non esiste altra chance all’infuori di una strategia riformista che ponga al centro la questione delle competenze, l’agilità delle procedure, il necessario affrancamento rispetto ai meccanismi asfittici della politica. Una manovra che allinei l’isola agli standard nazionali e internazionali. A guidare musei, parchi, soprintendenze, archivi e biblioteche sono dirigenti regionali nominati ogni tre anni tramite atto d’interpello dall’assessore in carica, il quale sceglie anche il capo del Dipartimento, il dirigente generale sotto cui opereranno i singoli dirigenti d’istituto.
Questo meccanismo implica un primo fattore fondamentale: i direttori vengono selezionati a rotazione dal bacino interno dell’amministrazione, un bacino ridotto all’osso e costituitosi con concorsi banditi decenni fa. L’ultimo per dirigenti tecnici risale al 2000 ed era riservato, tra gli altri, ad archeologici, storici dell’arte, antropologi, archivisti, bibliotecari, architetti, etc. Tantissimi i professionisti di spessore già in pensione o in età pensionabile, entrati con concorsi per titoli ed esami risalenti alla seconda metà degli anni ’80 (allora si trattava di prove rigorose, scritte e orali, che richiedevano una solida preparazione: il recente concorso per funzionari archeologi prevedeva un quiz con 60 domande a risposta multipla da evadere in 60 minuti. Altro segno dei tempi).

Il risultato è che ad oggi non è rimasto un solo dirigente archeologo alla guida di parchi e musei, fatto paradossale se si pensa all’entità e all’importanza di tanti siti siciliani; pochi gli storici dell’arte, nessuno con competenze nel campo del contemporaneo. Si continua dunque a pescare dallo stesso novero in esaurimento, anche selezionando figure non adeguate o provenienti da settori non affini ai ruoli vacanti; non è raro che alcuni si vedano costretti ad accettare interim lunghissimi, con il peso gravoso di doppi incarichi. La deriva a cui spesso si assiste al livello di scelte culturali e di carenze gestionali è anche il risultato di questo sfaldamento e depauperamento graduale.
Necessario dunque un vasto piano di reclutamento, ma – adeguandosi al modello statale – sarebbe l’ora di non concepire più i direttori come strumenti intercambiabili dell’amministrazione, per ricorrere finalmente a specifici esperti esterni selezionati di volta in volta tramite concorso pubblico internazionale. Occorrono figure libere dai meccanismi della politica, certamente coordinate da una struttura centrale ma non vincolate a decisioni e intromissioni di chi, ai vertici, ha in mano il timone (in pochi hanno la forza di opporsi, quando serve, e di difendere la propria visione). Figure iper qualificate, ferrate dal punto di vista manageriale, amministrativo e scientifico, chiamate a condurre l’istituzione verso obiettivi d’eccellenza.

… all’autonomia di musei e istituti culturali
E qui s’inserisce il secondo nodo. Scegliere dei direttori indipendenti servirà a poco finché i musei non saranno resi autonomi. Impossibile oggi per chi dirige pianificare, coinvolgere figure professionali esterne, utilizzare gli introiti dei biglietti, destinare direttamente somme al funzionamento quotidiano, alla manutenzione, alla comunicazione, e così a mostre, progetti di valorizzazione e attività culturali. Tutto va deciso, approvato e finanziato dagli uffici del Dipartimento. Un meccanismo che accentra, complica e deresponsabilizza, mentre vanno esaurendosi le migliori risorse professionali interne.
Il tema della sicurezza è un tassello di questo quadro complesso, a cui mancano la lucidità di una prospettiva e il vigore di una svolta. In molti invocano le dimissioni della direttrice del MuMe, invitata a seguire l’esempio della sua omologa già alla guida del Louvre: Laurence des Cars lasciò il suo posto dopo il furto dei gioielli della Corona. Sarebbe certo un gesto di serietà istituzionale, ma poi? Quale presa di coscienza seguirebbe, quale concreta e più generale inversione di rotta?
Nel 2027 la Regione siciliana tornerà al voto. L’occasione di costruire un programma in cui la cultura sia sfida e chiave coraggiosa va colta con intelligenza dalle forze che saranno in campo. Una semina, quella culturale, che produce cambiamenti lenti e profondi, non misurabili nell’immediato, tantomeno nello spazio di una tornata elettorale. Ma chi saprà farne manifesto e reale principio di cambiamento avrà tra le mani il privilegio di una nuova, decisiva narrazione. Una potenza simbolica da non sottovalutare, che a quell’idea distorta del potere può assegnare altri equilibri, altre luminose declinazioni.
Helga Marsala
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