Politica e cultura parlano due lingue diverse. Chi può tradurle? 

In Italia è evidente la pervasività del settore pubblico nel mondo culturale; tuttavia, nonostante la solidità di questo binomio, sussistono ancora forti incapacità comunicative tra i due ambiti dovute alla mancanza di un lessico condiviso e all’incapacità di identificare gli interlocutori appropriati

La gestione culturale nel nostro Paese è ancorata al settore pubblico, tanto che, negli ambienti tecnici, circola una battuta che identifica il Ministero della Cultura come la più grande industria culturale e creativa italiana. Come tutte le battute, l’identificazione del MiC come un’ICC, quindi del Ministero con un’impresa, per quanto iperbolica, raccoglie ed esaspera una base di partenza realistica. Il settore pubblico, nelle sue diverse manifestazioni, si occupa ancora di erogare la maggior parte dei fondi. Lo stesso è azionista unico di una delle società più attive sul fronte del patrimonio culturale: ALES S.p.A.

La pervasività del settore pubblico nella cultura italiana

Dalla sagra di paese ai concerti rionali, passando per il teatro dell’opera, l’audiovisivo, i musei, le aree archeologiche, le biblioteche, gli archivi, i musei civici e la creatività contemporanea, il Ministero della Cultura è un dicastero con un ampio e articolato perimetro di competenze. La sua rilevanza, tuttavia, fuori dal contesto culturale, viene spesso sottostimata. La grande estensione delle attività, unita alla proliferazione di enti erogatori, stazioni appaltanti, singoli committenti e alla frammentazione regolamentale tipica del settore culturale, ha generato uno scenario connotato dall’assenza di un “confronto” tra decisore pubblico e operatori del settore. Impasse dovuta anche alla scarsa integrazione di operatori culturali, imprenditoriali o legati al terzo settore, e a uno spirito concorrenziale che potrebbe sorprendere molti osservatori esterni.

La necessità di un dialogo tra il mondo della cultura e quello della politica

In questo scenario, la linea delle decisioni politiche è naturalmente incompleta e per sanarla è necessario pensare non solo al subentro di soggetti in grado di dialogare con i decisori pubblici, ma anche alla codificazione di “prassi di dialogo” atte a sviluppare un confronto coerente e sensato tra il mondo della cultura e quello dei decisori. In altre parole, occorre un metodo che consenta ai tecnici di trasferire al decisore pubblico le proprie istanze. Per costruire una linea politica che sia realmente espressione di un universo culturale in dinamica evoluzione è, dunque, necessario uno sforzo condiviso che richiede, da un lato, il riconoscimento da parte dei decisori politici di un ruolo della cultura all’interno dello sviluppo territoriale; dall’altro, la tendenza, da parte degli operatori culturali di pensare che la validità delle proprie istanze sia evidente anche ai funzionari estranei al suddetto settore. Quindi, dato che si tratta di una problematica esistente da anni, sarebbe ormai il caso di risolverla attraverso la creazione di un “lessico condiviso” che renda comprensibili le istanze non solo a chi le formula ma anche a chi le riceve; ma come mai è così difficile realizzarlo?

Ecco perché si fatica a formulare un lessico condiviso tra politica e cultura

Le risposte sono molteplici, ma alcune dinamiche giocano, senza dubbio, un ruolo di rilievo. La prima dinamica riguarda l’ambito professionale di intervento: il settore del patrimonio culturale è abitato, quantomeno sotto il profilo imprenditoriale, da un grandissimo numero di piccole e microimprese, da professionisti e tecnici, che operano all’interno di una serie di “perimetri” definiti sia in tema di “attività” sia di “margini”. L’assenza di grandi capitali, in questo senso, gioca un ruolo importante perché riduce la possibilità di coinvolgere professionisti provenienti da discipline differenti. In ambito industriale, ad esempio, è consuetudine osservare all’interno della stessa impresa professionisti con specializzazioni e profili diversi: un ingegnere coopera con un esperto di finanza, con il referente della comunicazione e con altri soggetti. In ambito culturale è raro trovare la stessa varietà di ruoli: basti pensare a quanti archeologi, oltre a svolgere le proprie attività, si occupano anche di aspetti amministrativi, comunicazione, gestione del personale. Ciò rende difficile far emergere una competenza diffusa, che guardi alla medesima problematica da differenti prospettive. 

Il dibattito tra decisori politici e referenti tecnici, nella cultura e in altri settori

Un altro aspetto interessante riguarda le modalità con cui avviene il dibattito tra decisori politici e referenti tecnici che generalmente è centrato sulla rappresentatività dell’interlocutore. Il decisore pubblico, pur estendendo le proprie interlocuzioni a tutti i soggetti chiamati in causa, valuta i propri interlocutori anche tenendo conto del loro ruolo in quel determinato settore. Si tratta di un meccanismo reputazionale che in fondo seguiamo tutti, amplificato dai social ma sempre esistito. Mentre, per il cluster legato al patrimonio culturale questa dinamica non è immediata: è rilevante la persona che nel tempo ha costruito una propria reputazione, certo; è rilevante il professionista che ha ormai rapporti storici con il ministero. Ma non ci sono grandi soggetti in grado di raccogliere e trasferire interessi. Se la maggior parte del mercato è connotata da una forte frammentazione imprenditoriale, ad eccezione di pochi grandi soggettigestori, e se questi soggetti tendono a essere mono-professionali, allora diventa strutturalmente difficile individuare gli interlocutori appropriati e instaurare con essi un dialogo basato su un linguaggio comune.

La necessità di nuovi criteri per selezionare i soggetti rappresentativi del settore culturale

E questa è forse una condizione molto interessante: se il mercato è frammentato, allora bisogna formulare nuovi criteri per identificare i soggetti realmente rappresentativi. Un passaggio che a prima vista può sembrare sottile, ma che presuppone una rivoluzione copernicana: il soggetto non è più identificabile sulla base del numero di ‘occupati’, né in relazione al numero di imprese rappresentate; ma in base alla capacità di coinvolgere professionisti competenti e provenienti da diversi ambiti, in grado di sviluppare un ponte tra le istanze tecniche e le necessità dei decisori pubblici. La rappresentatività, in questo senso, cederebbe il passo alla rilevanza, un obiettivo sicuramente non semplice ma necessario.

Stefano Monti

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Stefano Monti

Stefano Monti

Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di…

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