L’arte comunitaria deve prendere esempio dal teatro?

Christian Caliandro continua a interrogarsi sulle peculiarità dell’arte comunitaria insieme agli studenti del suo corso all’Accademia di Belle Arti di Foggia

The Battle of Orgreave Archive (An Injury to One is an Injury to All) 2001 Jeremy Deller born 1966 Commissioned and produced by Artangel, film directed by Mike Figgis. Presented by Tate Members 2005. The Artangel Collection at Tate
The Battle of Orgreave Archive (An Injury to One is an Injury to All) 2001 Jeremy Deller born 1966 Commissioned and produced by Artangel, film directed by Mike Figgis. Presented by Tate Members 2005. The Artangel Collection at Tate

19 gennaio 2022. Si può anche ammettere che per partecipare devi conoscere le regole del gioco, però poi questo esclude una fetta molto grande di pubblico. Diversamente avviene nel cinema e nella musica, che invece risultano territori più inclusivi e accessibili; nell’ambito dell’arte contemporanea risulta molto più difficile a causa di condizioni strutturali e storiche. Quindi come si fa, secondo voi, a coinvolgere persone che di fatto non hanno gli strumenti artistici?
Marta: Ci si rivolge sicuramente a una fetta selezionata. Pensando per esempio a un’opera come The Battle of Orgreave (2001) di Jeremy Deller, comunque si va a selezionare un tema, che poi viene sviluppato attraverso un’arte partecipativa o co-operativa. La difficolta sta proprio nel fatto di doversi confrontare con un progetto o un evento che non hanno un prodotto finito, come poteva essere l’oggetto ready-made di Duchamp, ma di fatto si ha solo una documentazione fotografica o video, quindi risulta molto difficile rendere fruibile a tutti un evento circoscritto, come avviene nell’happening.
La definizione infatti ce la propone Claire Bishop quando dice che il progetto sostituisce il prodotto finito con un processo sociale creativo aperto che si sviluppa nello spazio della realtà, come per esempio la città, si basa sull’esperienza sul campo, si estende nel tempo e cambia costantemente la sua forma. Quindi la documentazione restituisce solo in parte alcuni aspetti. L’unico modo per fruire questi progetti è entrarci dentro attraverso l’esperienza diretta, quindi partecipando come co-creatori. Come si fa a salvaguardare la qualità dell’opera, anche se questo termine ci riporta sempre a un concetto di opera finita e la co-creazione?
Marta: Attraverso dei feedback espressi dagli stessi co-creatori. Pensando ancora all’opera di Jeremy Deller, secondo la Bishop è molto riuscita.  Nonostante sia un’opera di vent’anni fa, resta comunque un modello di riferimento per questo tipo di arte in quanto ingloba la performance, la ricostruzione storica, l’archiviazione e la documentazione, l’installazione e il film.

ARTE COMUNITARIA, TEATRO E CINEMA

Ma infatti se ci pensate il modello di riferimento resta sempre il teatro e in parte il cinema.
Marta: Questo mi fa venire in mente le serate futuriste, durante la quale gli spettatori interagivano anche con una certa violenza, lanciando del cibo contro gli artisti, che tuttavia reputavano l’evento più riuscito quanto più invasivo fosse stato l’intervento.
Questo fenomeno affonda sicuramente le sue radici nel teatro futurista, però il teatro che bisogna tenere bene a mente secondo me è quello di Antonin Artaud, cioè il teatro della crudeltà, dove viene annullata la distanza con il pubblico e dove lo spettatore, sentendosi in pericolo, si sente vivo. Artaud sottolinea come “il modo migliore per realizzare sulla scena l’idea di pericolo sia l’imprevisto oggettivo, imprevisto non nelle situazioni ma nelle cose, il passaggio brusco da un’immagine pensata a una reale, per esempio come se un bestemmiatore veda realizzarsi improvvisamente davanti a sé in forma realistica l’immagine della propria bestemmia, un altro esempio potrebbe essere l’apparizione di un essere inventato, fatto di legno e di stoffa, creato di sana pianta, dalla natura inquietante, capace di riportare sulla scena una piccola eco di quella grande paura metafisica che è alla base di tutto il teatro antico” (La messa in scena e la metafisica, ne Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino 1998, p. 161). Un altro passaggio fondamentale si trova nel saggio intitolato “Il teatro e la cultura”: “Quando pronunciamo la parola ‘vita’, dobbiamo renderci conto che non si tratta della vita per come la conosciamo, attraverso il suo aspetto esteriore dei fatti, ma del suo nucleo fragile e irrequieto, inafferrabile dalle forme, la cosa veramente diabolica e autenticamente maledetta dalla nostra epoca è l’attardarsi sulle forme artistiche invece di sentirsi come condannati a rogo che facciano segni attraverso le fiamme” (Il teatro e la cultura, ivi, p. 133). Che cosa vuol dire, considerando che questa nasce come una teoria del teatro ma è applicabile a tutti gli ambiti artistici?
Marta: Sottolinea che spesso ci si nasconde dietro la forma, si pensa che l’arte debba essere sempre e solo apparenza e non viva, vera. Non si vive l’emozione nata dalla provocazione che fa l’artista. (…)

Antonin Artaud
Antonin Artaud

IL TEATRO DI ARTAUD

La crudeltà è per Artaud la verità. Il teatro da sempre è una sorta di opera collettiva e collaborativa, quindi, una possibile soluzione per creare un’opera efficace, nel senso della crudeltà di Artaud, sta nell’applicare in qualche modo questa dimensione teatrale. Come funziona il teatro?
Rossella: Con diverse figure che svolgono ruoli differenti.
Esatto. Oltre ai tecnici, agli scenografi, ai costumisti, il teatro funziona grazie alla compagnia degli attori. Nei casi migliori gli attori, infatti, non sono solo degli interpreti ma dei co-creatori. Ecco perché, forse, questa potrebbe essere una delle versioni dell’opera collettiva. Nella compagnia teatrale, che ha questa dimensione collaborativa, comunque c’è un certo tipo di energia e di indirizzo. Anche nei casi più aperti e democratici o in quelli più estremi c’è sempre una regia che coincide con una volontà di raggiungere un certo risultato. Il regista o la regista ha questa sorta di visione, che coincide con quello che Giulio Paolini ha definito “stile”, ossia, quell’elemento sfuggente che si vede solo quando si nasconde. Lo stile è sostanzialmente la visione. Se noi ammettiamo questo ruolo, dell’artista come regista, questa potrebbe essere considerata un’imposizione?
Rossella: Secondo me, se si prende come esempio il caso del teatro, diventa tutto molto più semplice perché l’arte, in questo caso, ha come obiettivo ultimo il voler integrare un pubblico quanto più ampio possibile e all’interno di una compagnia teatrale le persone che interagiscono sono tutte consapevoli e competenti. Quindi o si ridimensiona la visione artistica o si amplia tanto la versione teatrale, perché è molto più semplice immaginare un’opera collaborativa tra persone consapevoli di quello che stanno facendo e che in parte hanno studiato per arrivare a una certa apertura mentale e competenza di base.

Christian Caliandro

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AutoriJeremy Deller, Antonin Artaud
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).