Sbocciare nella reciprocità (VIII). L’arte deve stare in un recinto?

Ultimo episodio della rubrica di Christian Caliandro ispirata al progetto da lui curato a Montelupo Fiorentino.

Seminario Ceramica, relazione e opera collettiva, seminario, Fornace del Museo di Ceramica di Montelupo, 24 luglio 2021
Seminario Ceramica, relazione e opera collettiva, seminario, Fornace del Museo di Ceramica di Montelupo, 24 luglio 2021

Montelupo Fiorentino, 28 luglio 2021. Arte utile, sfrangiata – e in grado di sfrangiarsi ulteriormente, di smarginarsi (di perdere i propri contorni definiti e di fondersi sempre più con il contesto).
Opera che serve a un percorso della comunità, serve ad andare da A a B, a fare un passaggio evolutivo, a compiere una trasformazione.
Artista spericolato e radicale, il cui lavoro è realmente collettivo, fatto da molti, dagli individui che conosce e che incontra, e con cui condivide l’esperienza profonda, immateriale, relazionale (che è poi la vera opera, intangibile, effimera, living: l’esistenza che accade).
Questo vuol dire ammettere senza riserve gli stili e i non-stili, i gusti e i non-gusti distanti da sé. Ammettere, cioè, l’Altro. In caso contrario, si ricade nella routine artista-opera-dispositivo/mostra-spettatore che ammira e contempla, passivamente. Si ricade cioè nell’artista troppo concentrato sulla sua “opera”, che è fondamentalmente il Programma e il rispetto del Programma, l’eliminazione e la rimozione dell’imprevisto: vale a dire, ancora una volta, l’evento interpretato (erroneamente) come errore. Si ricade nell’artista che interpreta il cedere parti, porzioni, quote e gradienti di autorialità come perdita di controllo rispetto al proprio stile, alla propria ricerca e soprattutto alla propria identità. C’è una confusione costante e preoccupante tra “ruolo” e “identità”.

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Montelupo Fiorentino, 18 luglio 2021. SENZA FORMA. SENZA STILE.
Lo stile non è l’affermazione della propria personalità. Lo stile non è l’affermazione della personalità di tutti. Lo stile non è un’affermazione.
IO NON ESISTO.
IO NON ESISTE.

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Non ha senso preoccuparsi della perdita dell’io e dell’identità, se entra in gioco lo sfrangiarsi, lo smarginarsi (Elena Ferrante).

Cantieri Montelupo, Un ritratto collettivo, workshop di Marco Raparelli, Fornace del Museo 24 luglio 2021
Cantieri Montelupo, Un ritratto collettivo, workshop di Marco Raparelli, Fornace del Museo 24 luglio 2021

Matera, 14 novembre 2018. Ci sono i confini, i margini, le barriere – e poi, d’improvviso, crollano, si dissolvono, non ci sono più. Questo ‘contatto’ con l’esterno, con l’altro, è anche spaventoso perché sempre discute il sé; allora a dissolversi non è solo il confine e il margine, ma io: “Smarginatura è un concetto centrale nei romanzi della Ferrante. Nella narrazione è un fenomeno fisico di cui Lila fa esperienza molte volte durante la sua vita: sente di star perdendo la sua solidità, e, in qualche modo i suoi ‘confini’ diventano più sfocati e si confondono con ciò che la circonda – metaforicamente, Lila sente di perdere la propria identità. A livello letterario, questo significa che l’autore scardina anche dei confini discorsivi. In altre parole, Ferrante non accetta i ‘margini’ che la società impone attorno ai concetti di identità, del ruolo femminile nella società, della sacralità della maternità. Stephanie ed io abbiamo deciso di affrontare l’intero progetto partendo proprio dall’idea della ‘smarginatura’, con una speciale attenzione alla forma in cui la Ferrante non solo sfuma i confini, ma li rompe. Entrambe eravamo d’accordo riguardo al fatto che bisognava andare al di là della tematica della relazione tra donne – dal momento che sembrava essere l’unico tema scritto finora sulla Ferrante e puntare invece su una visuale molto più allargata” (Mariagrazia De Luca, La “smarginatura” di Elena Ferrante e l’identità delle donne. Intervista con Grace Russo Bullaro).

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Alimentari Nozzoli, da Simone, Ginestra FiorentinaCreatività e autorialità sono due cose distinte, molto diverse, quasi opposte. Oggi, per precise ragioni storiche, che hanno a che fare principalmente con la struttura del sistema artistico, siamo arrivati a un punto tale per cui l’autorità (il nome, il logo, l’io, la firma dell’artista) minaccia seriamente la dimensione della creatività.
Per essere efficace, per far funzionare davvero l’opera (nel senso della trasformazione della realtà), la creatività deve probabilmente essere collettiva.

INDIVIDUALE / COLLETTIVO
PERSONALE / COMUNE
PRIVATO / PUBBLICO
INTIMO / ?

Superare l’egoismo e l’egocentrismo richiede sforzo, sacrificio, volontà, disciplina, audacia e un pizzico di follia. Soprattutto in un momento del genere.
Molti autori sono affezionati ancora al recinto: vale a dire, alla nozione di arte come riserva protetta, e feudo.
Indagare le cause di questa conservazione: la paura di scomparire, di confondersi con la massa; la paura dell’anonimato (Marta Crucinio).
La salvezza è, invece, proprio nell’anonimato e nell’opera anonima.
L’opera realmente collettiva consente di intersecare le esperienze, sommandole e integrandole con le proprie – in modo simile a come i piani si intersecavano nel quadro cubista (superamento definitivo della prospettiva monofocale rinascimentale: superamento di un unico punto di vista). Qui, in questo caso, superamento dell’ego, di un-unico-ego, di un-unico-io, verso un io molteplice, comune, diversificato e – ancora una volta – sfrangiato (che vuol dire anche, ovviamente: superamento di un unico stile, di un’unica forma).

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Sbocciare nella reciprocità (I)
Sbocciare nella reciprocità (II)
Sbocciare nella reciprocità (III)
Sbocciare nella reciprocità (IV)
Sbocciare nella reciprocità (V)
Sbocciare nella reciprocità (VI)
Sbocciare nella reciprocità (VII)

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).