Sbocciare nella reciprocità (I). Il racconto dei Cantieri Montelupo

La nuova serie di Christian Caliandro è in gran parte un taccuino critico dell’esperienza dei “Cantieri Montelupo”, progetto che sta curando per il Museo della Ceramica della cittadina toscana, ma prosegue e sviluppa anche la ricerca illustrata nella serie precedente sulla riflessione portata avanti da Carla Lonzi. Infine è un diario di annotazioni e frammenti sparsi – una “frantumaglia”.

Fragile. Exhibition view at Monitor Gallery, Roma 2021. Photo Giorgio Benni
Fragile. Exhibition view at Monitor Gallery, Roma 2021. Photo Giorgio Benni

Che cosa sia, Dio solo lo sa. In termini di materia suppongo che la cosa sia un gas, ma obbediente a leggi che non sono quelle del nostro cosmo; non è il frutto dei pianeti o dei soli che splendono nei telescopi […] non è un soffio dei cieli di cui i nostri astronomi misurano i moti e le dimensioni […] era soltanto un colore venuto dallo spazio, messaggero spaventoso degli informi reami dell’infinito, al di là della natura che conosciamo” (H. P. Lovecraft, Il colore venuto dallo spazio, 1927).

Roma, 15 giugno 2021. Non può esistere felicità senza dolore. Non si può percepire la presenza senza avere un’assenza sempre lì.
Una completa gratificazione – priva cioè di negatività, di rimpianto – non è neanche auspicabile o desiderabile.
E l’euforia – l’euforia la puoi gustare solamente se, dentro di te, c’è il ricordo vivo e presente di un malessere oscuro e paralizzante, che ti ha sgranocchiato fino a ieri.

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Montelupo Fiorentino, 19 giugno 2021. L’ansia (si può definire solo così) che Germano Celant aveva di catalogare/categorizzare/incasellare i fenomeni artistici, quasi in presa diretta, non solo contraddice la natura originaria di questi stessi fenomeni in generale, e dell’Arte Povera in particolare (precari, instabili, impermanenti per definizione; connessi al libero fluire delle cose, opere che seguono e riflettono la natura, la vita, la realtà…), ma va in direzione contraria e opposta a quanto andava intuendo nello stesso periodo Carla Lonzi, attraverso prima le conversazioni registrate e rimontate di Autoritratto (1969) ‒ a cui pure Celant si era ispirato – soprattutto nell’elaborazione del concetto di “critica acritica” (1970) ‒ e poi tutto il percorso molto coerente di riflessione sviluppato negli Anni Settanta: da La critica è potere, Manifesto di Rivolta Femminile, Sputiamo su Hegel (1970) a La donna clitoridea e la donna vaginale (1971), da Taci, anzi parla (1978) a Vai pure (1980).
Un percorso tutto in direzione del rapporto paritario, della reciprocità (dello “sbocciare nella reciprocità”) – quindi della co-autorialità, della co-creazione: cioè, in direzione di una nuova forma di arte e di creatività: aperta, che smantella radicalmente il rapporto sbilanciato e gerarchico instaurato tradizionalmente fra artista e spettatore attraverso l’opera e la sua esibizione/contemplazione. Una forma nuova dunque, che era stata annunciata dalle opere realizzate nella seconda metà degli Anni Sessanta da alcuni artisti come Carla Accardi e Luciano Fabro, ma poi in qualche modo disattesa (almeno dal punto di vista della Lonzi).
La ragione di questa delusione, di questa mancata reciprocità (si veda la serie precedente, Fuoriuscita), o almeno una delle ragioni principali, potrebbe consistere proprio nella istituzionalizzazione rapidissima, fulminea dell’Arte Povera portata avanti proprio da Celant, che avrebbe quindi irrigidito a un certo punto i ruoli e le operazioni, cristallizzando immediatamente lavori (in chiave museale e storico-artistica), seguendo così una pulsione di morte abbastanza evidente, e allontanandoli irreparabilmente dall’esistenza e dal suo pulsare.

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Marco Ulivieri, Senza titolo, 2020
Marco Ulivieri, Senza titolo, 2020

Più tardi, parlando con Benedetta (Falteri, direttore della Fondazione Museo Montelupo), emerge un esempio importante. Gli “utensili” – di 500, 1.000 o 2.000 anni fa – vengono esposti generalmente nei musei archeologici come opere d’arte, all’interno delle vetrine: quindi viene attribuita loro una funzione e un’identità che in effetti non era originariamente la loro. Erano (e sono) infatti oggetti quotidiani, che vivevano nello spazio esistenziale delle persone e delle comunità, insieme alle persone e alle comunità.
E così anche, per esempio, per l’arte rupestre primitiva, che serviva di fatto a coadiuvare e a favorire magicamente la caccia, attraverso la dimensione rituale. Quindi, queste sono esattamente le funzioni che oggi possono rientrare in gioco: RITO / MAGIA / SACRO / GUARIGIONE / CURA / (RI)GENERAZIONE / ecc.

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Cantiere #1, workshop di Marco Ulivieri: “Volevo disegnare un piatto”. Le opere fragili di Marco si chiamano Interno pianta. Raccoglie i frammenti dei lavori rotti e li riassembla; smaltati e incollati in seconda cottura, diventano un corpo unico. Sono fatti, letteralmente, di scarti. Vengono montati direttamente nel forno, proprio perché il loro equilibrio è molto precario.
Marco Ulivieri lavora sul limite della tecnica, i pezzi si rompono e si rompono, e si rompono… “Vuol chiudere la forma, ma la chiude un po’ così, casualmente.” “Io lavoro sempre sulla superficie, sulla pelle delle cose.”
L’ultima idea che Marco sta sperimentando: la (auto)dissoluzione della terra secca nell’acqua: rimane solo l’esoscheletro.
Sembra strano, ma la ceramica è il materiale più resistente a questa fragilità, a questo processo tendenzialmente distruttivo. Claudia Di Palma: “Sei un testimone di quello che accade”. AVVENIMENTO/EVENTO. Marco: “Devo costruire un set, un armamentario, perché ho l’idea che questo oggetto debba nascere da una combinazione di movimenti”. Una combinazione di movimenti: un po’ come la nostra vita.
Il lavoro dei “segnetti” (Senza titolo, 2020) proviene dalle “code” rotte di un piatto vuoto. Adesso si è rotto nuovamente, e assumerà un’altra forma ancora – e così via. Queste opere sono come le persone: cambiano e si trasformano, e chi le cambia è il trauma (la frattura). Quindi, il tempo e (è) l’evento sono il nodo centrale di questi lavori. “Ho imparato che le soluzioni sono già lì accanto a noi”. “Te hai messo il pulime su il cotto!” (un ceramista di Montelupo a Marco). Questa è l’innovazione: apre possibilità e prospettive interessanti, cambia il modo di concepire e di praticare una tecnica tradizionale (in questo caso la ceramica; ma può essere anche la scrittura, la performance, il cinema, ecc.). “Oggetti molto grandi, fatti di nulla”. “Ho cercato di portare la rottura a mio favore”.
La rottura si è rotta” (Claudia).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).