Videoarte e linguaggi contemporanei. Al Lago Film Fest

Arricchito da un approfondimento sulla recente videoarte italiana, e da un particolare sguardo all’arte in generale, ritorna il Lago Film Fest: l’appuntamento fisso, per la cultura e la sperimentazione cinematografica, di Revine Lago.

Lago Film Fest, courtesy Lago Film Fest
Lago Film Fest, courtesy Lago Film Fest

Da ormai quindici anni a questa parte non vi è estate all’insegna della cultura, nel trevigiano, che non sia sinonimo di Lago Film Fest. Nato nel 2005 dall’intuizione di Viviana Carlet di tramutare il delizioso borgo di Revine Lago in un luogo vivo e pulsante, l’intero festival continua a confermarsi come un imperdibile momento di aggregazione dove la contemplazione per il paesaggio si fonde armonicamente all’osservazione di opere provenienti dal cinema indipendente internazionale. Inaugurato lo scorso 19 luglio, il Lago Film Fest offrirà, fino a sabato 27, non solo proiezioni, ma anche spettacoli circensi, azioni performative e seminari, volgendo lo sguardo soprattutto verso la sperimentazione e l’arte contemporanea.
Proprio quest’ultima è infatti al centro di un’interessante rassegna curata da Carlo Sala che, attingendo dall’archivio del Premio Fabbri, ha selezionato alcuni artisti del nostro Paese nel tentativo di comprendere la direzione che sta prendendo la videoarte. A rappresentare il corpus offerto da Some tasting of video art ‒ questo il titolo del focus ‒ sono stati Pamela Breda, Lorenzo Casali e Micol Roubini, Lucia Cristiani, Irene Dionisio, Roberto Fassone, Riccardo Giacconi, Gianluca Marinelli, Elena Mazzi e Sara Tirelli, Caterina Shanta, Luca Staccioli.

LAGO FILM FEST – The Experience from Lago Film Fest on Vimeo.

CINEMA E VIDEOARTE

Ma dove sta andando effettivamente la videoarte in Italia? Parlare di un medium come quello del video non è mai semplice, sia per la sua stessa natura amorfa e costantemente avanguardistica (dettata soprattutto dall’avanzamento tecnologico di software e dispositivi vari), sia per la minacciosa parentela che esso ha con papà Cinema. Per quanto possa risultare limitante, a volte è necessario fare delle distinzioni precise nell’ordine di non rendere l’argomento ancora più confuso di quello che già è. Molte delle opere video presenti in biennali, collezioni museali, gallerie e quant’altro in verità si discostano molto dal concetto estremamente libero e versatile della videoarte, rimanendo terribilmente vincolate ai linguaggi propri della Settima Arte (complice la presenza di elementi tipici del cinema quali la sceneggiatura, una regia fin troppo ragionata e un montaggio specifico). Neppure la cernita concepita per il Lago Film Fest si esime, purtroppo, da questa modalità che, fatta eccezione per alcuni casi sporadici, ha offerto soprattutto la visione di veri e propri documentari. Ovviamente non vi è alcuna intenzione di denigrare un linguaggio come quello documentaristico, anzi, il discorso è che semplicemente si sta parlando di due cose diverse. Pomo della discordia è l’elemento della narrazione, o meglio, come essa venga introdotta all’interno del prodotto in questione. Prerogativa assoluta del cinema è infatti quella di raccontare delle storie, obiettivo che dovrebbe sicuramente passare in secondo piano con la videoarte. Quando si guarda una videoinstallazione di Bill Viola non ci si chiede come andrà a finire o qual è lo storytelling che lega insieme i personaggi rappresentati, la si osserva, piuttosto, con la volontà di farsi sopraffare da energie ed emozioni particolari, con la voglia, cioè, di vivere a pieno quella determinata esperienza. L’ormai storico The Clock di Christian Marclay, che nel 2011 gli valse il Leone d’Oro alla 54esima Biennale di Venezia, custodisce una narrazione ben precisa, eppure, giusto per fare un esempio, si differenza completamente dal modus operandi di un artista/regista come Yuri Ancarani.
L’approccio di Marclay, così svincolato da una narrazione da seguire a tutti i costi, consente allo spettatore di fruire dell’opera in qualunque momento egli desideri (lo stesso discorso può valere per Ryan Trecartin, Pipilotti Rist e tanti altri), a differenza di Ancarani che necessita di molta più concentrazione. La gestione del tempo narrativo è dunque un elemento chiave per comprendere la distinzione tra queste due metodologie, così come lo è anche la concezione allestitiva dell’opera stessa.

A Fragmented World from Sara Tirelli on Vimeo.

GLI ARTISTI

Se la videoarte può invadere spazi e superfici (divenendo un’esperienza totale a tutti gli effetti), la stessa soluzione non è consigliabile per un cortometraggio o un documentario. Sicuramente il trovarsi seduti di fronte a uno schermo per proiezioni, durante la rassegna, non ha aiutato a superare il confine tracciato dal medium cinematografico. Nonostante queste difficoltà, vi è stata comunque l’occasione di visionare dei lavori che hanno dato il giusto spazio alla sperimentazione e all’ibridazione dei più disparati linguaggi contemporanei. Tra questi non si può non nominare Luca Staccioli che, con il suo Please stand behind the yellow line (DHG) (2019) è riuscito a combinare insieme animazione 3D e riprese esteticamente lo-fi capaci di donare al tutto un senso di freschezza non troppo lontano dalla pratica di un artista, dal respiro internazionale, come Jordan Wolfson. Interessanti e godibili le fragorose irruzioni rappresentate dal progetto Tilolele (2017-in corso) di Roberto Fassone, anche se la sua costante volontà di tirare troppo la corda lo espone facilmente al rischio di produrre dei divertissement piuttosto che delle opere vere e proprie. Efficace, immediato e solenne, invece, A fragmented world (2016) di Elena Mazzi e Sara Tirelli, nel quale – tramite una vertiginosa ripresa aerea – si assiste alla tanto breve quanto faticosa corsa di un uomo all’interno di un’area vulcanica: la complessità di un momento storico rappresentata in una maniera così semplice da non richiedere il bisogno di alcuna parola.
Merita invece un discorso a parte Bird view: a gaming landscape (2018), un video essay – dall’inevitabile richiamo estetico ad artisti quali Hito Steyerl e Harun Farocki –  realizzato da Caterina Shanta. Nonostante l’opera tratti lo studio della visuale degli uccelli, finalizzato alla realizzazione di disparati strumenti tecnologici (che vanno dalla sfera videoludica alle strategie militari), essa non riesce a spiccare del tutto il volo mancando lievemente di quell’occhio intimo e personale che fa della ricerca di Shanta il suo marchio distintivo.
Se insomma si è chiamati a rispondere sul destino della videoarte italiana, come suggerisce il titolo stesso del talk organizzato la sera di martedì 23, il responso non può essere del tutto felice, dal momento che lo spettro dei canoni tipici del Cinema continua ancora a essere fin troppo presente. Il momento di incontro, organizzato da Sala, è stato comunque necessario per restituire un quadro lucido e attendibile della condizione attuale della videoarte nel nostro Paese, rendendo ancora più palesi i confini che un mezzo come quello del video può, e deve, valicare.

Bird View (a gaming landscape) – Official trailer from Caterina Erica Shanta on Vimeo.

LE INIZIATIVE

Some tasting of video art non è però l’unica iniziativa del Lago Fim Fest ad aver rivolto una attenzione particolare al’arte contemporanea. Numerose sono infatti le attività proposte dall’intera manifestazione: dal workshop Meet the unknow, tenuto dal giovane videomaker Simone Rovellini insieme alla coppia di critici e curatori Pierre-Alexandre Mateos & Charles Teyssou, al focus sul collettivo artistico Flatform, passando infine per lo stuzzicante laboratorio ‒ pratico e teorico ‒ Il silenzio non esiste, a cura di Johann Merrich (compositrice poliedrica che oggi, giovedì 25 luglio, avrà anche modo di esibirsi dal vivo con il progetto noise, dal sapore fortemente analogico, L’impero della luce).
Lunga vita alle espressioni delle arti dunque, lunga vita al Lago Film Fest!

Valerio Veneruso

Evento correlato
Nome eventoLago Film Fest 15
Vernissage19/07/2019
Duratadal 19/07/2019 al 27/07/2019
Generiarte contemporanea, cinema, festival
Spazio espositivoRIVA DEL LAGO
Indirizzo31020 Revine Lago - Revine Lago - Veneto
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.