La musica degli U2 negli Anni Novanta

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Dimenticate le sonorità mainstream dagli Anni Duemila in poi: gli U2 raccontati qui da Christian Caliandro sono quelli della sperimentazione e dei rimandi alla cultura pre-internet. Una band che avrebbe potuto scrivere la propria storia in maniera diversa.

Lo so, questa band sembra forse stonare in una serie del genere, e qualcuno potrà anche storcere il naso. Eppure, eppure… Non parliamo infatti degli U2 post-2000, del gruppo dedito al corporate rock e degli accordi con Apple. Parliamo, invece, di una fase ben precisa, che coincide quasi interamente con gli Anni Novanta.

GLI U2 A BERLINO

Dopo infatti la sbornia di America & blues & soul & r’n’b & B.B. King & rock delle origini & cappelloni da cowboy che comprende The Joshua Tree (1987) e soprattutto Rattle & Hum (1988), in cui gli U2 – partiti da un sogno vagamente libertario, condito da sentimenti ultracattolici e da una forma abbastanza post-adolescenziale di patriottismo e di coscienza politica – si erano immersi completamente nel sogno americano e nel sogno-di-essere-rockstar, nella dimensione anche epica se vogliamo di tale impresa, avvicinandosi pericolosamente verso la fine del decennio all’implosione, decidono di prendersi una meritata e necessaria pausa. E, come disse Bono durante il famoso concerto di Capodanno 1989 al Point Depot di Dublino, per “sognare tutto di nuovo, da capo” (“dream it all up again”).
Questo rinnovamento non fu facile né immediato. Nel frattempo, come sappiamo, il muro di Berlino era stato buttato giù (non era “caduto”, come sentiamo spesso: i muri non cadono, di solito), e quindi all’inizio dell’estate 1990 sembrava un’idea abbastanza sensata trasferirsi nella città che era divenuta – di nuovo – il centro del mondo, e cominciare a registrare il disco nuovo nei mitici studi Hansa, che avevano visto la nascita della trilogia di David Bowie.
A pilotare tutta l’operazione ci sono, ovviamente, Brian Eno e Daniel Lanois, ma si verifica a quest’altezza la spaccatura che diventerà la traccia fondamentale di tutto il decennio: Bono e The Edge spingono infatti per l’esplorazione di nuovi territori sonori (derivati in particolare dall’industrial di gruppi come KFDM e Young Gods), mentre Larry Mullen Jr. e Adam Clayton vorrebbero una via molto più soft, rivolta al passato, alla tradizione, alla sicurezza. Da questa tensione, che si trascina per mesi, esce nel novembre 1991 (due mesi dopo Nevermind) Achtung Baby: un album che ha il merito di ridefinire – con brani come Zoo Station, One, Until the End of the World, The Fly, Ultra Violet ‒ completamente la musica e l’immagine del gruppo, e il loro ruolo all’interno della scena rock; e che contribuirà fortemente a tratteggiare lo stile e il gusto dei Novanta, al di là del grunge appena finito sotto i riflettori.

U2, Zoo TV Tour, 1992
U2, Zoo TV Tour, 1992

IL TOUR E IL PERSONAGGIO DI THE FLY

Ancora più importante, sotto questo punto di vista, è probabilmente lo Zoo TV Tour, che segue la pubblicazione del disco e che va avanti per tutto il 1992 e il 1993. La serie quasi infinita di concerti è importante perché rappresenta una vera e propria opera d’arte totale (concepita e realizzata dal solito Eno), fatta di musica / installazioni / video / performance, e che ruota concettualmente attorno all’influenza massiccia che la tv e i media esercitano sulla vita individuale e collettiva. Così, le canzoni nuove e vecchie si mischiano a frammenti di telegiornali e di telenovele, a pezzi di cronaca e di diario, a personaggi della storia e della cultura (Martin Luther King, Lou Reed, William Burroughs, George Bush), in una sorta di pre-internet e al tempo stesso in una sintesi molto efficace di tutto ciò che la cultura postmoderna ha prodotto nell’arco di un quindicennio. In occasione del tour, inoltre, Bono porta avanti una sua riflessione performativa sulla figura così problematica della rockstar, che egli stesso aveva rifiutato pervicacemente di impersonare nei primi Anni Ottanta – per poi esserne risucchiato. Lo fa inventando il personaggio di The Fly, al tempo stesso parodia e autoterapia, critica ed esorcismo: la maschera è il risultato di un potente montaggio tra i frammenti delle rockstar iconiche (i pantaloni di pelle di Jim Morrison, i capelli di Elvis, il giubbotto di Joey Ramone, gli occhiali da sole di Lou Reed, ecc.).

Bono MacPhisto, Zoo TV Tour, 1992-93
Bono MacPhisto, Zoo TV Tour, 1992 93

ESPERIMENTI E ARTIFICIO

Dunque, tutto l’inizio di questo percorso ‘sperimentale’ si inscrive all’insegna di una spontaneità ottenuta con il massimo dell’artificio. È l’idea che c’è dietro l’overground, metafora che informa il successivo Zooropa (1993), e che viene esposta all’interno della titletrack (“Skip the subway / Let’s go to the overground / Get your head out of the mud baby / Put flowers in the mud baby / Overground”). L’overground è una sorta di utopia aerea, un mondo artistico e culturale luminoso, fatto di media, di pubblicità, di immagini e di spettacolo (ancora una volta, e più esattamente in questo caso, pre-internet: “Zooropa vorsprung durch Technik / Zooropa be all that you can be / Be a winner / Eat to get slimmer // Zooropa bluer kind of white / Zooropa it could be yours tonight / We’re mild and green / And squeaky clean // Zooropa better by design / Zooropa fly the friendly skies / Through appliance of science /We’ve got that ring of confidence”), in cui codici e linguaggi collidono felicemente. E che si oppone direttamente all’underground, al mondo sommerso e terrigno che è appena venuto prepotentemente alla luce con i Nirvana e il grunge. Il disco stesso, annunciato all’inizio come mini-LP, è un collage composto nel caos del tour, tra una tappa e l’altra, con Eno e Flood che smontano e rimontano i frammenti sonori accennati dai quattro (e da The Edge in particolare, co-produttore per l’occasione), e Bono che spinge ancora di più sul tasto del falsetto (Lemon, Daddy’s Gonna Pay for Your Crashed Car, Dirty Day).

Passengers, Original Soundtracks 1 (1995). Copertina dell'album
Passengers, Original Soundtracks 1 (1995). Copertina dell’album

L’ABBANDONO DELLA SPERIMENTAZIONE

Ma il vero punto di rottura tra le due metà del gruppo ci sarà con Original Soundtracks 1 (1995), un tentativo pionieristico di aggiornare le Music for Films Anni Settanta di Eno che anticipa, se ci pensiamo, i Ghosts e le successive colonne sonore di Trent Reznor e Atticus Ross. Questo album non ce la fa neanche a passare sotto il brand U2, tanto che viene inventato appositamente un “supergruppo”, i Passengers (formato, oltre che dagli U2 e da Eno, da Howie B, Holi e Luciano Pavarotti). Quest’opera seminale, tutta da riscoprire, accanto ai pochissimi brani che ricordano il gruppo del passato lontano e recente (Your Blue Room, Miss Sarajevo), comprende brani che non sono neanche canzoni ma strutture aperte, effimere, (Slug, Always Forever Now, Ito Okashi, One Minute Warning, Plot 180). È il punto di non ritorno: qui un incazzato Larry Mullen mette l’aut-aut, e comincia a imporre la retromarcia; si interrompe così il lavoro sperimentale, faticoso ma esaltante, del cantante e del chitarrista. Perciò Pop (1997), che doveva rappresentare la svolta techno ed elettronica, è un tentativo incompiuto, che non convince del tutto: un album spesso zoppicante, che non sa quasi mai quale direzione (intra)prendere. Oltre a Discothèque, la solo MOFO sta lì a indicare tutto ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, con i suoi suoni fantascientifici uniti a un testo intimistico, autobiografico e immaginifico.
Dopo di che, con la marcia indietro pienamente innestata, gli U2 del nuovo millennio ‒abbandonando convintamente ogni ipotesi di pop sotterraneo – annunciano di voler “reapply to the job of best band in the world”: frase infausta e inutilmente muscolare, che annuncia lo sfacelo imminente e perdurante, interrotto solo a sprazzi da brillanti intuizioni del tempo che fu.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).