Nascita, sviluppo e declino del Pop Sotterraneo

Christian Caliandro mette in dialogo il ruolo dell’artista contemporaneo oggi con un fenomeno musical-culturale nato alla fine degli Anni Settanta e sfiorito nei Novanta: il pop sotterraneo.

Katsuhiro Otomo, Akira, 1988, still da film
Katsuhiro Otomo, Akira, 1988, still da film

Da alcuni mesi, fin dall’ultimo lockdown, periodicamente ritorno su un articolo che Francesco Pacifico ha pubblicato a febbraio su CheFare, dedicato al mainstream come “bolla culturale”. La sua idea, corroborata da una grande esperienza – e conoscenza dei mondi culturali italiani ‒ sia come autore che come contributor di quotidiani e riviste, è che lo scrittore/autore/intellettuale/artista oggi non sia mediamente impegnato nella sperimentazione, quanto piuttosto nello strano lavoro di condurre il suo pubblico verso il Centro, il cuore della cultura mainstream nazionale e internazionale: “Che c’entra con la bolla e con il mainstream? È un avvertimento, per dire che chi sta parlando del rapporto tra piccole cerchie e opinione pubblica è uno che a monte si copre la bocca dalla tensione ogni volta che ha conferma che la vita pubblica è fatta soprattutto della quantità di desiderio investito da alcuni nel proporre le proprie visioni a numerosi altri. Da gente che studia come porsi e poi ripete sempre la stessa formula perché funzioni, perché solo così può crearsi un pubblico: rimanendo sempre uguale e lasciandosi riconoscere e voler bene” (Francesco Pacifico, Lettera di Notte #1, come la cultura mainstream è diventata una bolla insignificante, CheFare, 12 febbraio 2021).

Bjork, Army of Me, 1995, still dal video diretto da Michel Gondry
Bjork, Army of Me, 1995, still dal video diretto da Michel Gondry

L’AUTORE CHE HA ABDICATO ALL’IMPEGNO

Trovo interessante e affascinante questa idea dell’Autore come “pastore” che ha il compito di radunare e guidare i lettori/spettatori; anche perché si scontra direttamente – e cinicamente – con l’illusione, che viene spesso propinata (e che è stata di recente opportunamente analizzata da Walter Siti), dell’Autore impegnato, dello scrittore/artista che conserva ed esercita una funzione pubblica ancora oggi come se fossero gli Anni Cinquanta, Sessanta o Settanta, quando invece è evidente che non è più così da parecchio tempo e che lo scrittore/artista/intellettuale ha scelto da trenta-quarant’anni per sé tutt’altro ruolo, abdicando consapevolmente e volontariamente a ogni rilevanza civile e sociale: “Per me tutto ciò che si è creato nel discorso pubblico dagli ottanta a oggi è una finta. Stiamo fingendo di fare come facevano prima quelli. Per esempio, perché si scimmiottano Moravia e Pasolini, quando si è scrittori? Per il wishful thinking, pensiero stupendo, di poter fare ancora oggi gli innovatori coraggiosi al centro del sistema. Per me è una grande cazzata, e delle due l’una: o è un’illusione personale dell’oratore oppure è un raggiro del proprio pubblico. Perché oggi editori e gatekeeper vari non sono più così curiosi delle nostre sperimentazioni, e se ci fanno prendere il nostro posto nelle istituzioni, nei luoghi visibili dell’agorà, è perché sappiamo come censurare il nostro potenziale/desiderio di cambiamento anche solo personale casomai dovesse disturbare. Emanando strategicamente questo senso vintage di Moravia e Pasolini noi oratori possiamo far credere al pubblico che siamo rimasti a prima di quel riflusso che chiuse il momento innovatore del dopoguerra. Fa parte del discorsetto che facciamo al pubblico per farlo sognare, come racconteremmo scemenze a una persona con cui vogliamo andare a letto. A volte ci crederemo anche, alle cose che raccontiamo. Magari ci diamo una spettinata” (ibidem).

DALL’ARTE CONTEMPORANEA ALLA MUSICA

(Auto)censura, likeability, gatekeeper ecc. ecc.: ma guarda, sembra proprio che Pacifico stia parlando dell’arte contemporanea… È per questo, in fondo, che il suo discorso mi interessa tanto. Perché si concentra in maniera lucida e disincantata su quello che è il non-detto del discorso culturale oggi, in ogni campo e territorio – compreso il nostro, ovviamente. E quindi, ho pensato: forse un altro modo interessante di affrontare l’argomento è quello di approfondire qualcosa che nasce tra fine Anni Settanta e inizio Anni Ottanta – in campo musicale – e fiorisce negli Anni Novanta, per appassire definitivamente all’inizio degli Anni Zero: il pop sotterraneo. La musica, del resto, è sempre stata la cartina di tornasole perfetta per indagare ciò che si muove parallelamente negli altri territori artistici, in maniera forse meno evidente.

LA NASCITA DEL POP SOTTERRANEO

Il pop sotterraneo (subterranean pop) emerge come idea con l’ondata post-punk / new wave / synth pop / gothic, costituita da band innovative e sperimentali, venute fuori dalle zone più impervie della sottocultura appena nata e attrezzate con i suoni più caustici in circolazione all’epoca, che però gradualmente ‒ con l’ingresso nel nuovo scintillante decennio ‒ si dedicano a inventare una forma estremamente raffinata di musica pop, leggera ma al tempo stesso radicale, e vanno così incontro a uno sfolgorante successo, in molti casi planetario.
Ogni elenco può essere solo parziale, per ovvie ragioni: U2, Depeche Mode, New Order, Ultravox, The Cure, Siouxsie & the Banshees, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Simple Minds, Duran Duran, Spandau Ballet, The Sound, Japan, Wire, Talking Heads, The Human League, Pet Shop Boys, Tears for Fears, Icehouse ecc. Qualche volta, la natura volutamente ambigua del pop sotterraneo viene dichiarata esplicitamente e orgogliosamente esibita come intenzione: è il caso di Robert Smith dei Cure, che a proposito di The Lovecats (1983) dichiarò che la canzone era “il più vicino possibile alla perfetta canzone pop cui possiamo arrivare”.
Negli Anni Novanta questo processo – anche, e soprattutto, grazie alla nascita del grunge: non a caso, la SUB POP di Seattle è la casa discografica che articola l’intero movimento – si sviluppa e si complica ulteriormente, con gruppi nati di nicchia che accedono improvvisamente a un successo di massa e globale: oltre ai ‘reduci’ degli Anni Ottanta (pochini) che riescono a scavallare felicemente nel decennio successivo e a non rimanere intrappolati nell’identità precedente, ormai fuori moda (U2, Depeche Mode, The Cure, Tears for Fears, Simple Minds, Metallica), abbiamo Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains, Soundgarden, Screaming Trees, Mudhoney, Melvins, Sonic Youth (nati già nei primi Anni Ottanta), Stone Temple Pilots, Smashing Pumpkins, Hole, Nine Inch Nails, Ministry, Kyuss, Queens of the Stone Age, Bush, Primus, Chemical Brothers, Underworld, la pattuglia brit pop con Blur, Oasis, Suede, Pulp, Verve, poi The Cranberries, Moby, Garbage, Portishead, Massive Attack, The Prodigy, Björk, Beck, P.J. Harvey, Nick Cave ecc.

Ultravox, 1980
Ultravox, 1980

POP SOTTERRANEO ED ECONOMIA

Ciò avviene grazie alle particolari condizioni storiche, economiche, sociali e culturali che si vengono a creare, permettendo la nascita e la diffusione di oggetti culturali che non si rivolgono più a piccoli gruppi e micro-comunità, ma a decine di milioni di adolescenti e post-adolescenti sparsi per il mondo intero, e che possiamo così sintetizzare: a) età dell’oro del mercato discografico, con capacità enormi a livello produttivo, distributivo, comunicativo e di talent-scouting; b) informazione/comunicazione/promozione (MTV e stampa specializzata); c) momento apicale delle sottoculture musicali (oltre al grunge, gli altri due movimenti di grandissima aggregazione sono almeno l’hip-hop e la techno); d) integrazione pazzesca dell’immaginario (musica-moda-cinema-letteratura-arti visive).
Tutto questo tramonterà con l’avvento di Internet, della coda lunga, delle nicchie culturali (prontamente indagate nel 2006 da Chris Anderson), del download con la conseguente frammentazione dei gusti – e successivamente dei social network.

‒ Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).