I Nine Inch Nails e il pop sotterraneo

Che cosa c’entrano i Nine Inch Nails con il pop? Molto, in realtà, soprattutto se si parla di “pop sotterraneo”. Christian Caliandro spiega il perché a partire da un album capolavoro.

Trent Reznor, 2019
Trent Reznor, 2019

Come avevano fatto anni prima i Depeche Mode a partire da Speak & Spell (1981), A Broken Frame (1982) e Construction Time Again (1983), anche Trent Reznor (Nine Inch Nails) inizia nel 1989 con Pretty Hate Machine da influenze marcatamente synth pop (gli stessi DM, gli OMD, i primi Modern English, ecc.) e industrial (Skinny Puppy, Front Line Assembly, Clock DVA, i Ministry degli Anni Ottanta, quelli di All Day e Over the Shoulder per intenderci), combinate con l’intuizione di ciò che verrà, canzoni intime e desolate condite da un ambient oscuro e dall’immancabile pianoforte (Something I Can Never Have) ‒ per poi rivoluzionare completamente tre anni dopo con un semplice EP (Broken, 1992) il panorama della musica industrial. È un lavorio molto intenso e profondo sul suono, sul suono ‘di contesto’ che moltiplica i piani e sul suono delle chitarre che diventa sempre più distorto e tecnologico senza perdere però la sua caratteristica qualità “sporca”, dunque umana, che diventa d’ora in poi il tratto distintivo della musica dei NIN.

Nine Inch Nails, The Downward Spiral (1994), copertina dell'album
Nine Inch Nails, The Downward Spiral (1994), copertina dell’album

THE DOWNWARD SPIRAL DEI NIN

È il primo passo verso quello che vedrà la luce nel 1994: The Downward Spiral è l’opera della maturità, un ambizioso concept album realizzato a ventinove anni sui temi dell’autodistruzione, della costruzione identitaria attraverso il trauma e del nichilismo. Registrato al 10050 di Cielo Drive, la casa in cui Sharon Tate fu assassinata nel 1969 dai seguaci di Charles Manson, il disco è un concentrato di tutto ciò che la sottocultura gothic, metallara e horror aveva da offrire a quell’epoca in termini di angoscia postadolescenziale (è del resto il periodo in cui Reznor inizia a produrre Marilyn Manson), in alternativa al grunge (che, come stile e come movimento, aveva certo una notevole base nichilista e una altrettanto decisa pulsione negativa e autodistruttiva, ma in chiave molto più nostalgica e di rifiuto pressoché totale della matrice tecnologica). Se ne sono accorti in tempo reale anche David Bowie, che si è esibito in un leggendario live nel 1995 con i Nine Inch Nails e ha poi voluto Trent Reznor per il video di I’m Afraid of American, e David Lynch, che ha inserito la musica dei NIN nella colonna sonora di Lost Highway (1997), e in seguito nella terza stagione di Twin Peaks (2017).
The Downward Spiral è quindi un gioiello del ‘pop sotterraneo: un album difficile, ostico, rabbioso e a tratti persino solipsistico (in particolare nella parte finale), incontra infatti un consenso immediato e unanime. Il che ovviamente non fa che aumentare in maniera esponenziale l’alienazione di Reznor, che già costituiva uno degli argomenti principali del disco. Così, dopo un silenzio di cinque anni (attraversati da depressione, dipendenze, paranoia), viene pubblicato The Fragile (1999), che va considerato a tutti gli effetti il vero capolavoro dei NIN, e in qualche modo il loro “manifesto”.

IL MANIFESTO DI THE FRAGILE

Il doppio album – il cui modello dichiarato è The Wall dei Pink Floyd – si apre e si chiude nel segno di una crisi che non può essere risolta ma solo attraversata, in cui l’inizio coincide con la fine (Somewhat Damaged, No, You Don’t, The Way Out Is Through, The Mark Has Been Made), all’insegna di una frammentazione e disintegrazione del soggetto che non può essere ricomposta, ma solo adeguatamente contemplata (Into the Void, Underneath It All, Ripe (With Decay)). La fragilità del titolo allude non solo alla particolare condizione psichica che caratterizza gli anni del lavoro, ma anche alla forma e alla struttura della composizione. L’aspetto infatti più interessante di The Fragile è il montaggio di brani perfettamente compiuti, con attitudine dichiaratamente pop (We’re In This Together, The Fragile, Starfuckers Inc.) e accenni di canzoni, brani strumentali che non sono brani e appunti sonori lasciati così com’erano.

Nine Inch Nails, live 2009
Nine Inch Nails, live 2009

TRENT REZNOR E IL CINEMA

La combinazione di freschezza e articolazione, l’apparente spontaneità ottenuta a prezzo di un enorme sforzo (la “sprezzatura”) fanno di questo disco uno degli apici del ‘pop sotterraneo’, e contemporaneamente forse il suo canto del cigno (ne è infatti uno degli ultimissimi esempi).
Negli anni successivi, Trent Reznor si muoverà fra opere di transizione (With Teeth, 2005; The Slip, 2008) e album complessi tematicamente e stilisticamente (Year Zero, 2007; Hesitation Marks, 2013), ma sarà nelle colonne sonore cinematografiche che troverà la propria dimensione più completa e più consona. Infatti, proprio a partire da The Downward Spiral e The Fragile, e ancora di più con Still, il secondo CD del live All That Could Have Been (2002), ha capito che i brani che sembravano incompiuti, semplicemente abbozzati (ghosts, fantasmi di canzoni…), in realtà non lo erano. Ha smesso per un po’, forse, di cercare la hit, il brano orecchiabile anche se di qualità, e si è messo in maniera del tutto zen ad assemblare frammenti musicali e scarti sonori: ecco quindi la collaborazione creativa con Atticus Ross, Ghosts I-IV (2007), le colonne sonore – The Social Network (2010), The Girl with the Dragon Tattoo (2011), in particolare The Vietnam War (2017) e Watchmen (2019) ‒, fino a Ghosts V: Together (2020) e Ghosts VI: Locusts (2020).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).