Il pop sotterraneo dei Depeche Mode

Proseguono i focus di Christian Caliandro sui gruppi che hanno fatto la storia del pop sotterraneo. Stavolta ci si tuffa negli Anni Ottanta insieme ai Depeche Mode.

Per capire come funziona dall’interno il pop sotterraneo, basta considerare l’opera di alcuni gruppi, scandita cronologicamente. Prendiamo, per esempio, i Depeche Mode. A partire dal primo disco del gruppo (Speak & Spell, 1981), ancora molto acerbo, ma con spunti molto interessanti (Nodisco, Photographic, Tora! Tora! Tora!, Big Muff), il lavoro che i membri fanno è quello di ripulire gradualmente il suono da tutte le influenze più ovvie e dirette (il krautrock di Kraftwerk e Neu!, così come la new wave di Orchestral Manoeuvres in the Dark, Human League e Ultravox), per raggiungere quello che è – e sarà nei decenni successivi – lo stile personale e unico, la propria voce.
L’obiettivo è quello di costruire una canzone che sembri il più spontanea possibile, ma che in realtà è attentamente costruita in tutti i suoi dettagli, e nella struttura generale. Questa “forma” diventa poi un marchio, immediatamente riconoscibile (i DM sono infatti senza dubbio uno di quei gruppi per cui bastano due o tre secondi per capire che si tratta di loro), e che soprattutto tende magicamente a non invecchiare. A essere sempre in qualche modo contemporaneo – cioè classico.

LA STORIA DEI DEPECHE MODE

I DM sono dunque probabilmente “il” gruppo del pop sotterraneo. Emersi da un intero sottobosco di band synth-pop e electro-pop dei primissimi Anni Ottanta, alla metà del decennio, dopo soli quattro-cinque anni dagli esordi, hanno compiuto un percorso già notevole. Vediamo come.
Il primo album dei giovanissimi musicisti vedeva la guida salda di Vince Clarke, che subito dopo abbandona il progetto per fondare prima gli Yazoo con Alison Moyet e poi gli Erasure con Andy Bell. A partire da quel momento, Martin Gore assume la leadership, virando verso le proprie preferenze musicali in termini di suoni e di strutture espressive. A Broken Frame (1982) è certamente un disco sperimentale, ma è anche un esperimento riuscito solo a metà – come era facile prevedere. I DM stanno infatti ancora cercando la propria identità artistica e creativa, e per esempio Dave Gahan non sa ancora troppo bene a questa altezza che cosa fare con la propria voce. Nonostante questo, però, alcuni segnali ci sono eccome, anticipazioni e prefigurazioni di ciò che verrà.
Brani come Monument, la strumentale Nothing to Fear, See You, A Photograph of You e la finale The Sun & the Rainfall puntano abbastanza chiaramente verso un immaginario musicale e culturale preciso, e in generale verso una comprensione oscura, e una forma consapevole di nichilismo che ruota sostanzialmente attorno a Berlino (del resto, la trilogia di Bowie è nei pensieri di tutte le nuove band che stanno dando corpo e sostanza in questo periodo alla sensibilità post-punk). Anche la copertina, con la contadina nel campo di grano fotografata come un dipinto del realismo socialista, si inserisce volutamente in un’atmosfera internazionale, che considera l’URSS come l’altrove dell’avanguardia stilistica e modaiola (come avvertirà acutamente di lì a poco Pier Vittorio Tondelli a proposito dei Pankow e dei CCCP).

Depeche Mode, Black Celebration (1986), copertina dell'album

Depeche Mode, Black Celebration (1986), copertina dell’album

CARRIERA E SUCCESSO DEI DEPECHE MODE

Il discorso prosegue opportunamente con Construction Time Again (1983) e Some Great Reward (1984), dischi che contribuiscono a tracciare il ‘ritorno all’ordine’ degli Anni Ottanta e che avvicinano i DM alla maturità (Everything Counts, Two Minute Warning, If You Want, Blasphemous Rumours), che verrà pienamente raggiunta solo con Black Celebration (1986). A partire dal titolo, quella oscurità tipica del periodo (tra gothic e nascente industrial, e che per esempio il pubblico americano sapeva cogliere, affiancando nell’ascolto e nella ricezione i DM ai Cure con una disinvoltura che in Europa era molto più rara) si tinge, grazie alla ricerca di Gore, di suoni complessi ed elettronici, cominciando a mescolare tecnologia e chitarre, krautrock e soul, euforia e amarezza con quella eleganza spericolata che il gruppo non abbandonerà più.
Colpisce la sicurezza con cui questi venticinquenni scolpiscono canzoni destinate a rimanere (Black Celebration, il dittico formato da A Question of Lust e A Question of Time, ma soprattutto Stripped e World Full of Nothing), senza per questo cedere al gusto dozzinale tipico di certo synth-pop di metà Anni Ottanta. E, d’altra parte, chi oggi sarebbe capace di cominciare un brano per ragazzini con gli immortali versi Death is everywhere / there are flies on the windscreen?
I tre sono ormai pronti per la definitiva affermazione globale e per i capolavori Music for the Masses (1987) e Violator (1990), perfetta chiusura e summa di un decennio troppo spesso equivocato come superficiale, frivolo, non-esistenzialista. I Novanta sono racchiusi invece brillantemente nei due album iconici Songs of Faith & Devotion (1993) e ULTRA (1997), opere del doloroso e faticoso accesso all’età adulta, della disillusione, del trauma e della disperazione apparentemente senza via d’uscita – che però portano alla riscoperta del sé, a una forma malinconica di coscienza e a una rinascita sorprendente.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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