The Sound. Il gruppo più sottovalutato del post punk

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Il nuovo capitolo della serie di Christian Caliandro dedicata al pop sotterraneo ripercorre la carriera di The Sound, la band di Adrian Borland rimasta sempre al di sotto della soglia della notorietà

Nel considerare il ‘pop sotterraneo’ e la sua evoluzione, occorre anche soffermarsi sui buchi neri, gli inciampi, le interruzioni, le cadute che costellano un processo artistico e creativo che è tuttora in corso (basti considerare, per esempio, una realtà come quella dei Low).

LA STORIA DI THE SOUND

La vicenda dei The Sound, da questo punto di vista, è tragicamente perfetta. Si tratta infatti del gruppo probabilmente più sottovalutato dell’intero movimento post-punk: perché? Come è avvenuto? Eppure il cantante Adrian Borland era dotato di un “carisma” almeno pari a quello di Ian Curtis dei Joy Division, decisamente nichilista, e a quello di Bono degli U2, apparentemente positivo, all’epoca – nei primi Anni Ottanta – misticheggiante e a tratti stucchevole. Oltre che di una visione artistica complessa, articolata e preziosa: dopo la rivelazione di Jeopardy (1980), e soprattutto dopo un album come From the Lions Mouth (1981), che raccoglieva autorevolmente il testimone proprio dai Joy Division e che si affermò come riferimento e come uno dei vertici del decennio, la band era pronta al successo e all’affermazione definitiva. Che però non ci fu: “Eppure, musicalmente, i The Sound avevano tutto per sfondare: un talento melodico fuori dal comune, un piglio viscerale e nevrotico ereditato dalla nobile scuola di Velvet Undergound e Stooges, un sottile tocco psichedelico d’ascendenza Doors, una sensibilità oscura degna di Cure e Joy Division. E, in più, un linguaggio moderno nei testi, sospesi tra le ansie di rivolta del punk e gli spettri della solitudine e dell’angoscia, prodotti di quell’alienazione dell’evo post-industriale che ossessionerà gran parte della new wave. Uno spleen più malinconico che nichilista, destinato ad attecchire negli anni sia nell’ala più romantica del movimento (primi U2, Mission, Chameleons, Comsat Angels) sia, in parte, nella successiva generazione shoegazer di band come Ride, Catherine Wheel e Pale Saints” (Claudio Fabretti).

THE SOUND VS MAINSTREAM

Il turning point negativo – se ce n’è uno – è all’altezza dell’album All Fall Down. Grandi aspettative, incrocio storico-temporale perfetto (il 1982: l’anno per esempio di New Gold Dream 81-82-83-84 dei Simple Minds, di Pornography dei Cure, di The Sky’s Gone Out dei Bauhaus e dell’album di debutto degli A Flock of Seagulls), eppure niente va per il verso giusto. Ricorda in proposito il batterista Mike Dudley: “Pensavamo che la casa discografica ci avrebbe dato il supporto che meritavamo, e se davvero volevano a quel punto un disco commerciale, dovevano investirci un bel po’ di soldi, cosa che non avevano fatto per ‘Jeopardy’ né per ‘From The Lion’s Mouth’. Perciò quando cambiarono idea, e ci dissero ‘La soluzione è che voi scriviate più canzoni commerciali’, pensammo ‘Fottetevi’, andammo per la nostra strada e producemmo ‘All Fall Down”. Che, in effetti, tutto è tranne che un disco commerciale – intriso di smarrimento new wave e sperimentazioni inquiete, come nel caso dell’epica e destrutturata Glass and Smoke e della spettrale We Could Go Far.
Le disavventure produttive e distributive interrompono dunque bruscamente l’ascesa dei The Sound. E così, tra arresti e (false) ripartenze, pur continuando a sfornare gioielli come l’EP Shock of Daylight (1984) e il disco Heads and Hearts (1985) – che contiene capolavori come Whirlpool, Total Recall, Love Is Not a Ghost e One Thousand Reasons ‒, attorno alla metà degli Anni Ottanta evaporano progressivamente le attese di questo gruppo, che si scioglie definitivamente nel 1987 dopo aver dato alle stampe il dignitosissimo Thunder Up.
Il resto è la carriera solista di Adrian Borland, che va di pari passo con il progredire della sua malattia mentale, fino al suicidio nel 1999; pochi anni dopo, la prima vera riscoperta del suo lavoro (a opera della generazione degli Interpol e dei Bloc Party), al tempo stesso una beffa e un risarcimento. Ora, uno dei punti di estremo interesse di questa storia per molti versi paradigmatica è il nucleo oscuro che costantemente lascia scoperto: come è possibile che una band così talentuosa e innovativa non sia stata “riconosciuta” in tempo reale, se non in chiave archeologica (e paradossalmente: un attimo dopo la morte del cantante), acclamata, coccolata, supportata nella sua attività creativa, come pure è successo ad altre?

The Sound, From the Lions Mouth (1981), copertina dell'album
The Sound, From the Lions Mouth (1981), copertina dell’album

IL “FALLIMENTO” DI THE SOUND

Cose che capitano con il ‘pop sotterraneo’, si dirà. Per un gruppo come i Depeche Mode, che cresce costantemente lungo gli Anni Ottanta fino a sfiorare ripetutamente la disintegrazione nei primi Anni Novanta, per un altro collettivo come i Talk Talk di Mark Hollis, che manifesta una coerenza quasi maniacale nel perseguire questa disintegrazione per inseguire un fine più alto, e per una vicenda come quella di Robert Smith dei Cure, che questa stessa disintegrazione la contempla da vicino a più riprese, fino a comporre una trilogia che attraversa anni e decenni (Pornography, 1982; Disintegration, 1989; Bloodflowers, 2000), facendone l’oggetto stesso della propria ricerca, ci sono Adrian Borland e i suoi The Sound che non riescono fino in fondo ad agganciare il calore del pubblico di massa, e rimangono un fenomeno di nicchia. A ben guardare, il loro “fallimento” – che, come al solito, non è affatto tale se lo guardiamo da un altro punto di vista ‒ pare quasi ostinatamente ricercato perché, molto semplicemente, è inscritto fin dalle prime righe e dalle prime note delle canzoni, fin da Jeopardy (1980) e da From the Lion’s Mouth (1981) – disegnato accuratamente nella parabola da un’oscillazione iniziale tra sconfitta e vittoria (“I was gonna drown / Then I started swimming / I was going down / But now I start winning”: Winning, 1981) a drammatici “buchi nella memoria” e a una vittoria identificata come ormai sempre più distante (“Another time, another time / Oh there must be a hole in your memory  / But I can see / I can see a distant victory / A time when you will be with me”: Total Recall, in Heads and Hearts, 1985).

Adrian Borland, The Amsterdam Tapes (2006), copertina dell'album
Adrian Borland, The Amsterdam Tapes (2006), copertina dell’album

ADRIAN BORLAND E COSA È SUCCESSO DOPO

Così, Adrian Borland come autore è capace di oltrepassare i limiti temporali, ricongiungendo la fine con l’inizio (T. S. Eliot: “In my beginning is my end”,), e creando alla fine del suo percorso le sue opere forse più importanti e significative, tutte da riscoprire. Come il sorprendente 5:00 AM (1997), che riprende il discorso dei The Sound esattamente dove si era interrotto, cioè da Thunder Up ‒ all’epoca il cantante afferma infatti: “It’s still the same person, who writes the songs, only a little bit less in love with himself and more worldview orientated” (“si tratta sempre della stessa persona, che scrive canzoni, solo un po’ meno innamorata di se stessa e un po’ più orientata a una visione del mondo”) – e con i postumi Harmony & Destruction (2002) e The Amsterdam Tapes (2006). Brani come Stray Bullets, Vampiric, City Speed e Over the Under suonano ancora più attuali oggi rispetto a ventiquattro anni fa, e stanno lì a mostrare ostinatamente la via (sempre possibile, sempre praticabile) di un artigianato pop orgogliosamente alternativo al mainstream, che si costruisce e si ricostruisce superando ogni difficoltà.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).