Nuova destinazione del viaggio alla scoperta dei paesi fantasma italiani. Stavolta si va sulla Costiera Amalfitana, a Furore, che fece da sfondo al cinema di Rossellini.

Riprendendo il nostro viaggio da dove lo avevamo lasciato nella scorsa tappa, che geograficamente si collocava a Civita di Bagnoregio e concettualmente invece negli scritti di Piero Calamandrei a seguito dei suoi spostamenti nei luoghi d’Italia durante il periodo del fascismo, per introdurre il prossimo dei luoghi tra le città fantasma, abbandonate, del Paese, come filo conduttore culturale del discorso, soprattutto da un punto di vista identitario e sociale, non si possono ignorare le parole di Pietro Pancrazi per gettare il primo sguardo su Furore la nuova destinazione: “È che certi paesi e certe terre nostre muovono il ricordo e il sentimento dei poeti; e vi si mescolano e fanno con essi quasi le pagine di un solo libro. Allora nasce dentro come un intenerimento. E si sente, allora, come non mai, di voler bene, molto bene, all’Italia”. E, infatti, non si potrebbe descrivere meglio se non con un “intenerimento del cuore” l’emozione che si prova quando, fuoriusciti dalla galleria che precede la rìa (anche se l’insenatura è passata alla storia locale e globale sotto la nomenclatura di fiordo) che accoglie il borgo marinaro abbandonato di Furore, si apre, a strapiombo, dinanzi ai nostri occhi, ciò che la natura, in accordo con l’uomo, ha creato. Si percorre uno dei ponti più suggestivi d’Europa che sormonta un mare abissale che Baudelaire non avrebbe esitato a definire dalle “azzurrità infinite”, si percorrono verso il basso un innumerevole quantità di scale che s’aggrappano, voraci, ai declivi vertiginosi su cui con la loro pietra s’innestano e si confondono, si raggiunge la lingua di sabbia che il mare ha risparmiato alla riva, ci si trova costretti tra l’immensità del mare avanti, l’impietosa e sovrastante altezza dei monti alle spalle e, in fine, guardando un po’ più in alto della quota del mare, come arrampicato furtivamente sull’inizio della montagna, il borgo marinaro ci appare quasi ormai completamente in disuso ma nel pieno del suo splendore fatiscente.

Alessandro Ricci, Furore dal ponte, 2019. Photo IG aler.1984
Alessandro Ricci, Furore dal ponte, 2019. Photo IG aler.1984

IL PAESAGGIO DI FURORE

La prima cosa che salta alla vista è l’essenzialità dei volumi, asettici ma non senza poesia, degli agglomerati architettonici che formano il paesello: come a chiarire sin da subito che nessun orpello possibile avrebbe retto al cospetto della grande opera della natura in cui essi s’innestano, quindi meglio risparmiare sin dall’inizio la materia ulteriore. È come se, dunque, per evitare di vedersi perdenti dinanzi a essa, gli uomini avessero puntato sulla semplicità per poter competere, o anche solo esistere, all’interno di uno scenario così atrocemente memorabile. Come scriveva Pietro Pancrazi, poi, subito si sente di trovarsi in un luogo che “muove il sentimento” quando, pensando all’episodio Miracolo del film L’amore di Roberto Rossellini (1948), iniziano e rievocarsi in noi le scene di quel film il cui grande contributo è dato, oltre che da una splendida e sprovveduta Anna Magnani e da un guascone Federico Fellini, dall’ambientazione stessa, forse vera protagonista dell’episodio: Furore. La natura frastagliata dell’identità naturalistica del luogo, inoltre, ironia della sorte, sembra possedere un invisibile ma potentissimo collegamento, quasi filiare, con la celeberrima frase dell’attrice nei confronti del suo truccatore intento a coprirle le rughe per l’entrata in scena: “Non togliermi neppure una ruga: le ho pagate tutte molto care”. È come se Furore, infatti, avesse pagato molto caramente la sua connotazione e collocazione perimetrale nei confronti del mondo che avanzava, negli ultimi decenni. E che l’avesse pagata a tal punto cara da rimanerne esclusa: ma non per questo provvedendo con ammodernamenti patetici a scongiurare questa eventualità, dimenandosi. Furore è rimasta in silenzio ed è rimasta sola. A far rumore è solo il suono onomatopeico del suo stesso nome, proveniente dal dolce frastuono dell’onde nella rìa. Ed ecco il paradosso che solo la circostanza, inedita e stringente, del Covid-19 poteva mettere in pari: il luogo più unico e suggestivo dell’intera Costiera amalfitana, non solo è abbandonato, ma lo è a pochissimi chilometri ‒ meno di una manciata ‒ dall’effluvio turistico, mainstream e commerciale che aggredisce, da sempre, la Costiera in cui si trova.

AMALFI E FURORE

Ed è proprio per questo motivo che, pur trovandosi nello stesso luogo, per il viaggiatore comune, a un certo punto, imbattersi in Furore ha rappresentato una sorpresa inaspettata dal sapore unico e illusorio della scoperta personale mentre inciampare in Amalfi, o in Cetara, per esempio, no. Perché la natura, con il suo scherzo più grande, quasi come se fosse un trabocchetto, è come se avesse letteralmente nascosto allo sguardo della massa il suo prodotto più prezioso, rendendolo anche il più introvabile. Quando il conte di Oxford, Horace Halpole, coniò il termine “serendipità” (indicando la fortuna di fare felici scoperte per puro caso e, anche, il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un’altra), non sappiamo se avesse mai avuto il privilegio di recarsi tra le sorprendenti, sinuose e raggomitolate su loro stesse curve della Costiera amalfitana ma, ciò che è certo è che, se mai questa parola potesse avere un riverbero paesaggistico, oggi lo troverebbe tra il continuo stupore imprevisto a cui siamo costretti nell’atto di destreggiarci tra le increspature territoriali della Costa poco a Nord di Salerno in cui sono inglobate, inchiodate come perle uniche al mondo, la brulicante di vita Amalfi e l’abbandonata Furore: mai come oggi entrambe caratterizzate dal silenzio assordante dell’assenza e dello spopolamento.

Ernesto Parisi, Borgo marinaro di Furore
Ernesto Parisi, Borgo marinaro di Furore

I TANTI VOLTI DELLA COSTIERA AMALFITANA

Niente di cui la natura sia stata unica artefice, senza l’intromissione coatta dell’uomo, geneticamente nasce di forma dritta, lineare, chiara. Solo l’essere umano, infatti, si è autoattribuito l’imperdonabile presunzione di tentare ‒ spesso vanamente ‒ di conferire un senso al caos, tentando di generare cose uniformi, regolari, ben scandite, dritte, con un principio e una fine. Tutti i prodotti della natura, invece, dalla più piccola cellula fino alla più luminosa delle stelle, passando per il più microscopico granello di sabbia e arrivando alla più impervia delle scogliere, hanno l’irregolarità, il frastagliato, la discontinuità come caratteristica fondamentale. Ancora: la non rintracciabilità della provenienza e l’imponderabilità della ricaduta. E anche le curve della Costiera amalfitana, in fine, godono dello stesso difficoltoso ma affascinantissimo pregio. E, mentre questo accade, poi, dalle malinconiche casupole di Furore, sullo sfondo, al di là del ponte maestoso, ecco che, però, l’unica cosa dritta della natura s’impone allo sguardo e smuove i sogni più profondi: l’orizzonte; salvo poi realizzarne, con ritrovata lucidità, grazie a un’onda sulla scogliera che, infrangendosi, ci scampanella la realtà e infrange anche i nostri sogni, la non esistenza e, da questa epifania, maturarne, a sua volta, il desiderio implacabile di raggiungerlo. Ed è così che ci si rimette in moto e riparte il nostro viaggio. Quello degli uomini tra la vita e la morte, tra la fertilità e l’abbandono, dei luoghi del mondo.

Luca Cantore D’Amore

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Luca Cantore D'Amore
Luca Cantore D’Amore (Salerno, 1991) consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte. Si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore e collaborando con gallerie. Parla, inaugura e cura mostre ed eventi che presenta in giro per i luoghi d’Italia. Ha all’attivo un romanzo di recentissima pubblicazione, L’estetica del decanter, e continua, imperterrito, in costante ricerca ed aggiornamento, con i suoi studi e le sue pubblicazioni artistiche, oltre che nella sua professione di critico d’arte e curatore.