Abbiamo immaginato un viaggio sentimentale attraverso i luoghi più remoti del Paese, che possa smuovere le coscienze e l’identità italiana dopo i traumi della quarantena. Una rubrica, in collaborazione con Luca Cantore D’Amore, per un doppio appuntamento al mese.

Quando André Gide, premio Nobel per la letteratura 1947, scrive ne Limmoralista (1902) una frase che tuonerà come una sentenza nella letteratura e nel pensiero del Novecento: “Le più belle opere delluomo sono ostinatamente piene di dolore”, sicuramente, pur nella sua cultura profondamente francese, l’autore aveva ben in mente cosa l’Italia, attraverso la trasversale potenza evocativa delle sue commoventi bellezze, ha sempre rappresentato per la civiltà occidentale e ciò che avrebbe continuato a rappresentare, nonostante la fatiscente decadenza endemica della sua natura territoriale. Infatti, Gide, senza soluzione di continuità, nello stesso libro, scivola su un pensiero successivo che testimonia lo stupore e la vitalità che può risiedere, se si è in grado di coglierla, finanche nell’assenza isterica e brulicante di una “vita”, nella modalità più comunemente concepita: “Vicino a Salerno, lasciando la costa, avevamo raggiunto Ravello. Là, laria più pungente, la seduzione delle rocce piene di anfratti e sorprese, la profondità misteriosa dei precipizi, accrescendo le mie forze e la mia gioia, favorirono nuovi slanci. Più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva, Ravello, sorge su una balza scoscesa di fronte alla riva piatta e lontana di Paestum”.
Solo Rainer Maria Rilke (in letteratura) con le Elegie duinesi (1913) e Matthias Grünewald (in pittura) con la sua Crocifissione custodita a Colmar (1512), l’uno poco dopo e l’altro tanto prima di Gide, come pochi altri sono riusciti a inquadrare la caducità, emotiva e tecnica, estetica e sentimentale, della vita, come un valore non da cui fuggire ma, al contrario, da coltivare. E a farlo con sofisticatezza e chirurgica precisione. Infatti non vi è alcun dubbio su come, tanto il passaggio del poeta di Praga “E noi che pensiamo la felicità come unascesa, ne avremmo lemozione quasi sconcertante di quando cosa ch’è felice, cade” (X elegia), quanto la tendenza compositiva rivolta verso il basso ‒ che pare attratta da un magnetismo invisibile degli inferi ‒ dell’opera pittorica del pittore tedesco, rivelino uno stato d’animo che, contrariamente all’angoscia formale messa in opera da entrambe le creazioni, risulti, in fine, di assoluta armonia, equilibrio e serenità: qualità che tradiscono catastrofiche ipotesi di irrecuperabile oblio dell’esistenza, malgrado il primo impatto.

Leonid Osipovič Pasternak, Rainer Maria Rilke a Mosca, 1928, particolare
Leonid Osipovič Pasternak, Rainer Maria Rilke a Mosca, 1928, particolare

DANTE E TOTÒ

L’inedita e catastrofica situazione emergenziale attuale, dettata dalle istanze di un Covid-19 spietato e trasversale, a questo punto, in intreccio con quanto citato rispetto agli esempi delle vette intellettuali e creative raggiunte dai Grandi Maestri del passato che ci hanno preceduti, non possono non farci pensare non solo a come industriarci per contrapporre la nostra più profonda spiritualità e la nostra più fervida creatività a una clausura (“quarantena”/“distanziamento”) dal mordente severo e restrittivo per le libertà di ognuno ma, anche, allo stesso tempo, a come, anche nei momenti di più assoluto dolore e buio apparente, in realtà, possa scalpitare in noi un bagliore di speranza, di armonia, di vitalità, malgrado la vita sembri essersi congedata da se stessa.
E se è vero che, come ci suggerisce il saggista e sociologo Francesco Morace strizzando l’occhio a Dante Alighieri, tutto quanto sta accadendo, “potremmo chiamarlo il Virus del Contrappasso” per la sua capacità intrinseca di evidenziare le carenze sociali che ci trasciniamo dietro “come lo sciancato fa con la sua impronta deforme” (Otto e Mezzo, Federico Fellini, 1963), allora è pur vero che un altro caposaldo del pensiero del Novecento ha fatto altrettanto: tendendo a sottolineare l’equità della società a cui si dovrebbe ambire. La testimonianza ci perviene dal grande Antonio de Curtis, in arte Totò, quando nel 1964 compone la poesia  livella ricordandoci come solo la morte, che sia essa fisica o concettuale, sia in grado di pareggiare, o appunto livellare, i conti con noi stessi e con gli altri, appiattendo ogni presunta differenza:

Tu qua Natale, Pasca e Ppifania?!
To vvuo mettere ncapo, int a cervella,
che staje malato ancora e fantasia?
A morte o ssaje ched’è? E una livella.

Nu Rre, nu Maggistrato, nu GrandOmmo,
trasenno stu canciello ha fatt’ ò punto:
cha perzo tutto, a vita e pure o nomme:
tu nu thè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssentì, nun fa’ ò restivo,
suppuorteme vicino, che te mporta?
Sti ppagliacciate e ffanno sulo e vive:
nuje simmo serie: appartenimmo à morte!

A evidenza, probabilmente, non c’era ancora mai stata, nella lunga storia del Paese e forse del Mondo, un momento in cui, così evidentemente, quello stesso Contrappasso (sottolineato da Francesco Morace, di dantesca memoria) e questo stesso senso di pareggiamento dei conti della società (che emerge dalla poesia del Principe della risata), potesse sopravanzare con una tale limpidezza da rendere, mai come in questo momento, vive e nostre compagne di quotidianità le riflessioni su questi due ingombrantissimi temi: riscatto ed equità.

CORONAVIRUS E CITTÀ

A fare le spese di tutto questo, ovviamente, non può che essere la cosiddetta “vita normale”: laddove, con queste due parole, s’intendono le analogie e le differenze, tra i luoghi, gli usi, i costumi e le modalità del Paese con, forse, la maggiore diversità culturale al Mondo rapportata alla superficie. Tutte quelle differenze che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi ma che a causa del nostro sguardo distratto, proiettato alla frenesia del contemporaneo, abbiamo sempre sottratto alla nostra stessa attenzione. Ma le situazioni particolari, si sa, spesso, rendono possibile anche l’impossibile e, tra queste unicità inedite e inaspettate, in Italia, risulta emergere una verità fino ad adesso assolutamente imponderata: tutti i luoghi, a causa delle stringenti norme vigenti, diventano uguali. Da Nord a Sud, dalle periferie alle città metropolitane. La qual cosa configura l’unicità di una dimensione in cui le parole “analogie” e “differenze” sembrano a loro volta, perlomeno sul piano territoriale, per qualche tempo, non possedere alcuna distanza tra loro; anzi, al contrario, appaiono procedere come endiadi: al punto da poter considerare l’idea di parlare, in riferimento ai luoghi d’Italia, di “analogie delle differenze”.
Tra i 7.914 Comuni in Italia esiste una piccola minoranza di realtà, molto suggestiva e affascinante, disseminata un po’ ovunque nella Penisola, che, sebbene nella sua quasi azzerata notorietà, è caduta sotto la dicitura di “Città fantasma”, ovvero: quelle località italiane, un tempo abitate, che sono state abbandonate, a seguito di calamità o di migrazioni, dall’intera popolazione, e i cui edifici sono in parziale o totale rovina. Luoghi che, naturalmente, entrano nel cono d’ombra del buio mediatico e che, per questo, negli anni, come era inevitabile che fosse, sono risultati essere poco ambiti dal viaggiatore canonico o, comunque, oggetto di rara e sporadica desiderabilità. Dati alla mano, abbiamo sempre preferito recarci in territori dalla esuberante energia, dalla palpitante effervescenza, dall’ospitalità comoda e sovrabbondante, dallo scintillio lampante e pretenzioso, piuttosto che rischiare di immalinconirsi (per altro, faticosamente!) assecondando la ricerca e il raggiungimento fisico di territori e realtà che, all’apparenza, secondo il nostro sovraeccitato parere devoto alla più cieca “normalità” schizofrenica, sembravano non avere nulla da offrirci.
Ma a sorgere spontanee, a questo punto della storia contemporanea, non possono che essere due domande: erano davvero così carenti di opportunità emotive quelle mete amene, remote e così accuratamente evitate? E, soprattutto: a causa del momento emergenziale, a oggi, qual è la differenza tra lo spopolamento e la desertificazione di una Città fantasma e le varie brulicanti e sempreverdi Milano, Firenze, Venezia, Napoli, etc. che quotidianamente popoliamo? C’è davvero, adesso, questa differenza?

Matthias Grünewald, Polittico di Issenheim, 1512-16. Colmar, Musée d’Unterlinden
Matthias Grünewald, Polittico di Issenheim, 1512-16. Colmar, Musée d’Unterlinden

IN VIAGGIO TRA LE CITTÀ FANTASMA

L’avventura narrativa che s’intraprenderà in Italia fantasma avrà l’ambizione di condurci, con l’immaginazione e la fantasia, in un viaggio tra alcune delle più significative tra le affascinanti e ignorate Città fantasma. E lo farà nel tentativo di scorgerne la poesia, di sottolinearne le attuali analogie con il resto d’Italia, di disvelarne le possibilità sentimentali: nella speranza di una stimolazione al guardare, attraverso gli scenari deserti che le nostre città metropolitane ci hanno offerto e ci stanno continuando a offrire al tempo del Covid-19, intravedendone le possibilità dell’anima per acquisirne una dimestichezza spirituale che risulti seducente. Al fine di incoraggiare la frequentazione e la familiarità con questi luoghi. Affinché, in un futuro non troppo lontano, quando tutto ritornerà alla “normalità”, possano essere di nostro desiderio e scoperta. Affinché possiamo imparare ad amarli in visione della prospettiva secondo la quale la possibilità degli spostamenti tornerà a essere inclusa tra i nostri orizzonti errabondi, grazie all’affascinazione che ne può derivare e che, forse, finalmente, saremo in grado di coglieree avendone avuto saggio ed esperienza in questo tempo di rallentamento surreale metropolitano che così evidentemente si accosta a quei luoghi ameni e desolati, ma anche preziosi e a cui ambire, in egual modo e misura, per la ricerca di un’essenza.
Perché, come ci hanno dimostrato i vari André Gide, Rainer Maria Rilke, Matthias Grünewald, Totò, Dante e tanti altri come loro da Giorgio de Chirico a Piero Calamandrei: tutto, anche ciò che all’apparenza muore e cade, può essere sintomo di felicità, di ascesa. E di equità, anche. Di livellamento.
Senza, con ciò, perdere quell’afflato lirico e seduttivo tipico dell’italianità, che sia povera o ricca, popolata o desolata. Poiché la vita, così come la Bellezza del resto, gode di un ontologico principio di incorruttibilità: vuole essere raggiunta. Dobbiamo essere noi a recarci da lei. In questo viaggio senza meta, e si spera senza fine, tra i luoghi della bella Italia degli incanti e dei sogni più evidenti e, anche, più nascosti.

Luca Cantore D’Amore

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Luca Cantore D'Amore
Luca Cantore D’Amore (Salerno, 1991) consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte. Si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore e collaborando con gallerie. Parla, inaugura e cura mostre ed eventi che presenta in giro per i luoghi d’Italia. Ha all’attivo un romanzo di recentissima pubblicazione, L’estetica del decanter, e continua, imperterrito, in costante ricerca ed aggiornamento, con i suoi studi e le sue pubblicazioni artistiche, oltre che nella sua professione di critico d’arte e curatore.