Prima tappa del viaggio alla scoperta delle “città fantasma” italiane. Destinazione Paestum, luogo tutt’altro che morto, nonostante la sua storia sia cristallizzata nel tempo.

Non poteva che partire da qui il nostro viaggio tra le città fantasma d’Italia: prendendo in prestito le parole di André Gide, come da incipit dell’articolo precedente, dunque, è infatti proprio da Paestum, perla da tutti riconosciuta a incastonata a Nord del Parco Nazionale del Cilento, che l’avventura narrativa e immaginaria prenderà il via. Nello specifico muoverà i suoi primi passi nel maestoso Parco Archeologico e ci catapulterà in una realtà che scopriremo avere, inaspettatamente, molti più punti di contatto di quanto credevamo con le città, comunemente concepite, a essa limitrofe.
Le città metropolitane più vicine e conosciute sono Napoli e Salerno: brulicanti agglomerati urbani che hanno fatto del turismo (culturale, storico e artistico la prima; balneare, sociale e commerciale la seconda) la chiave della propria identità economica; e che, a loro volta, hanno patito, causa forza maggiore, la desertificazione urbis: date le difficoltà oggettive dettate dal sopravanzare del Covid-19 e le conseguenti norme in vigore, se possibile in Campania ancora più severe. La qual cosa, se da un punto di vista della gestione quotidiana della vita ha ovviamente sottolineato delle enormi differenze e degli evidentissimi (oltre che ovvi) effetti nelle conseguenze quotidiane tra le città metropolitane e la “città fantasma” a loro vicina, dal punto di vista evocativo, emotivo e suggestivo del livellamento estetico, invece, ha messo in risalto una inaspettata somiglianza tra i silenzi desolati che sia a Napoli e Salerno sia nell’adiacente Paestum (intesa come il suo Parco Archeologico) hanno persistito durante le lunghe settimane, contribuendo ad alimentare quelle analogie, quel fil rouge invisibile ma da sempre imperante tra queste realtà fino a questo momento così evidentemente distanti tra loro da molti (se non tutti) i punti di vista.
E così, guardando al tema da questo inedito punto di vista, non solo queste realtà, ma l’Italia tutta, si trovano a somigliare e a rispecchiarsi nel fatidico passaggio, dal registro aulico e latineggiante, del coro dell’opera Va, pensiero di Giuseppe Verdi (1842); quando, nel bel mezzo della terza parte del Nabucco, si trova a far volteggiare ad altitudini elevatissime le seguenti parole:

O, mia patria, sì bella e perduta.
O, membranza, sì cara e fatal

Paestum, dettaglio del Tempio. Photo Massimo Listri
Paestum, dettaglio del Tempio. Photo Massimo Listri

NAPOLI, SALERNO E PAESTUM

Il paradosso, però, comincia a venire a galla quando lo sconcerto e l’incidenza di questi versi iniziano a pesare molto di più sulle due realtà contemporanee di Napoli e Salerno, da sempre esagitate e vitali come molte altre città del Sud Italia, che su Paestum, da lungo tempo ormai già ferma, remota, dormiente, ormai ontologicamente moribonda (con riferimento al suo Parco Archeologico). L’intercapedine di morte, insomma, risalta e aleggia molto di più sulla vivacità della struttura urbana di centri abitati “normali” che nella città “già morta” alle soglie del Cilento. Anzi si potrebbe da un certo punto di vista dire che, in essa, nella prolungata desolazione che la caratterizza, si possono sentire tambureggiare gli antichi e lontani fasti di un tempo remoto che, grazie al potere della mente, dell’immaginazione e della memoria, finalmente, si dipanano dinanzi a noi come portatori di una energia atavica, primitiva, seppellita ma non sepolta, inossidabile e, mai come ora, più viva che mai. Del resto la morte può sortire i suoi effetti solo se c’è la vita, come precondizione necessaria a subirla, e non già su una condizione mortuaria a occuparne il suolo, la dimensione. Niente e nessuno può morire due volte.
Al netto delle illustri e indiscutibili azioni di rivitalizzazione culturale messe in atto dall’eccellente Gabriel Zuchtriegel (attuale direttore del Parco Archeologico di Paestum) e di quanti lo hanno parimenti preceduto, Paestum (nel preciso luogo del Parco Archeologico) sembra ‒ e da questo deriva il suo fascino unico e inarrivabile! ‒ essere caduta in un sonno decretato dalla storia da più di 1500 anni. Ma, mai come in questo momento, recandoi fisicamente tra quelle rovine, forse riusciremo a sentirne il respiro zelante del passato, ancora più ingombrante e vitale del presente stesso di altri luoghi. Camminare tra i prati, le pietre, le costruzioni e le rovine di quel luogo commovente ci può offrire la possibilità di immergerci in un sogno senza precedenti che guarda all’antico, alle origini, e sentirne le voci, il formicaio umano che ne detta i tempi, i modi, gli usi. Le nostre più remote e più antiche provenienze potrebbero tornare a emergere: come in una nuova vita che non è mai stata dimenticata. Il silenzio perenne del Parco Archeologico di Paestum, quando è chiuso, anche solo osservandolo da lontano, illuminato, magari di notte, può catapultarci nel tempo più alto che, probabilmente, la nostra civiltà abbia mai vissuto.

Paestum, veduta del Parco Archeologico. Photo Massimo Listri
Paestum, veduta del Parco Archeologico. Photo Massimo Listri

SILENZIO E VERITÀ NEL PARCO ARCHEOLOGICO DI PAESTUM

Con il Tempio di Nettuno a far da sfondo all’infermabile vitalità di un’Agorà in realtà mai dismessa dalla nostra identità più profonda: solo, qualche volta, trascurata. Nei luoghi del silenzio, come il Parco Archeologico di Paestum, si può trovare la verità, nonostante la morte, nonostante apparentemente sembra non stia accadendo niente.
Erri De Luca, in Montedidio (2001), scriveva: “Ho visto che in italiano esistono due parole: sonno e sogno; dove il napoletano ne porta una sola: suonno. Per noi è la stessa cosa”. Ed è proprio quella la prospettiva attraverso cui gettare lo sguardo su Paestum con il suo Parco Archeologico, apparentemente morto ma mai così vivo: quella dell’onirico che travolge, del sogno che evoca, dello scenario che strugge, oscillando tra l’estetico e l’estatico di un classico che, per dirla con le parole di Salvatore Settis: non vuol dire “del passato”, ma “di sempre” (Futuro del classico, 2004). Inevitabilmente, dunque, anche di oggi. Anzi, alla luce di ciò che accade, soprattutto di oggi.

Luca Cantore D’Amore

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Luca Cantore D'Amore
Luca Cantore D’Amore (Salerno, 1991) consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte. Si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore e collaborando con gallerie. Parla, inaugura e cura mostre ed eventi che presenta in giro per i luoghi d’Italia. Ha all’attivo un romanzo di recentissima pubblicazione, L’estetica del decanter, e continua, imperterrito, in costante ricerca ed aggiornamento, con i suoi studi e le sue pubblicazioni artistiche, oltre che nella sua professione di critico d’arte e curatore.