Dentro la città fantasma di Roscigno vecchia con Giuseppe, suo ultimo abitante”. Nuova tappa del viaggio alla scoperta di un altro volto dell’Italia.

Poco più a est dello splendore di Paestum con il suo Parco Archeologico, a circa cinquanta chilometri di distanza, verso il tipico interno remoto e difficilmente raggiungibile dItalia, a pochissima distanza da un altro sito archeologico di particolare rilevanza (quello del Monte Pruno”, sede di un vasto insediamento enotrio e lucano, databile tra il VII e il III secolo a.C.; noto, tra le altre cose, per un’antica tomba principesca, memorabile, splendida, rinvenuta nel 1938, il cui ricco corredo è conservato presso il Museo archeologico provinciale di Salerno), giace, come una ragazzina passata a miglior vita in età troppo giovane ma ancora perfettamente mummificata grazie a chissà quale alchimia mistica, la frazione di Roscigno Vecchia: centro storico disabitato, divenuto città fantasma dopo avere vantato una popolazione che ha tenuto in vita il luogo per circa mille anni. Roscigno Vecchia si distanzia dalla Roscigno Nuova” (e sicuramente meno poetica!), attualmente in funzione, grazie a una distanza tra le due realtà di circa due chilometri. Ed è rimasta disabitata a causa di uno spopolamento coattivo generato dalla legge speciale numero 301 del 1902 e dalla legge numero 445 del 1908. I primi insediamenti che hanno visto linnestarsi di persone circa dall’anno 1000, dunque, non hanno potuto continuare a persistere, in loco, oltre il rilascio della suddetta legge ma, soprattutto, dopo la morte di Dorina: ultima effettiva residente.
La storia ha dovuto registrare una sola eccezione, che ha un nome e un cognome: Giuseppe Spagnuolo. Ovvero colui che, oltre la burocrazia e i censimenti, decenni fa, ha occupato una delle case disabitate della città fantasma e ha deciso di stabilirci, regolarmente, la propria esistenza; rimanendo, ancora, di fatto, lunico, ultimo, effettivo, reale, ancora vivente, abitante di Roscigno Vecchia e rimandandone a data da destinarsi la completa e irrevocabile assenza di persone stabilita illusoriamente più di un secolo fa.

Francesco Patrucco, Veduta di Roscigno Vecchia, 2020, fonte Instagram @_patruk
Francesco Patrucco, Veduta di Roscigno Vecchia, 2020, fonte Instagram @_patruk

LA QUARANTENA A ROSCIGNO VECCHIA

Nel momento in cui gli italiani hanno necessariamente dovuto prendere familiarità con questa esperienza, quasi per tutti nuova e inedita, che risponde alla parola quarantena”, Giuseppe Spagnuolo, unico e ultimo abitante della città fantasma di Roscigno Vecchia, appare come un vate, un precursore, un professore, un apripista pieno di frizzi e lazzi alla sua faretra, pronto, con la sua verve solitaria ma non priva della zampata intuitiva intellettuale, a dispensare consigli su come affrontarla: questa insopportabile reclusione a cui il Covid-19 ci ha costretti. La quarantena, per lui, fu una scelta intrapresa tanto tempo prima che questo virus oscuro asfissiasse la nostra contemporaneità e, forse per questo, si ipotizza, a differenza di quanto accade a ognuno di noi, gli pare che non sia cambiato niente, nella sostanza delle cose.
Giuseppe Spagnuolo sembra camminare con grande disinvoltura e disincanto su una profetica sentenza che Friedrich Nietzsche regalò allumanità: Nella solitudine, il solitario divora se stesso. Nella moltitudine, lo divorano i molti. Ora scegliete”. Allo stesso tempo, poi, sorprendendo se stesso e chiunque lo vada a trovare allinterno del suo paese, camaleonticamente, sa essere anche meno apodittico e tranchant quando, con ritrovata umanità e ostentata padronanza di tenerezze e nozionismi, catapulta linterlocutore in una genuinità senza precedenti grazie a un aplomb che chiama la memoria a ricordare latteggiamento di Tiziano Terzani in Anam, il senzanome. Lultima intervista a Tiziano Terzani (Mario Zanot, 2004). Ma lui, e questo è il dato incredibile, sembra non sapere neanche vagamente chi siano, questi due: né il filosofo tedesco, né tantomeno il giornalista italiano. Non gli interessa, nonostante linconsapevole citazionismo dellultimo abitante di Roscigno Vecchia nei confronti del giornalista italiano, evidente finanche nella similarità della barba e dello stile.
A lui interessa Roscigno Vecchia. E basta. Nientaltro. Così, tra una osservazione e laltra, trascorre e fa scorrere il suo tempo in questa archeologia moderna che è la città (quasi) fantasma di Roscigno Vecchia senza pretese di novità. Ecco che, infatti, di colpo, si imbatte peripateticamente in un insegna arrugginita di un vecchio barbiere che guarda alla piazza principale (e unica) del luogo, eccolo poi scivolare verso la vecchia fontana in pietra, ancora percorrere le strette viuzze del paese come un flâneur (che, non a caso, oltre a Parigi, Charles Baudelaire associava anche a Napoli) pronto sempre a stupirsi di nuovo di ciò che vede, come se fosse sempre la prima volta. Sembra, infatti, sempre sottoposto d una sovrastimolazione sensoriale, tipica dellatteggiamento blasé, che farebbe ingolosire finanche il più temprato Georg Simmel. Il tutto farcito di una bonaria insolenza dandy non premeditata che non pochi spunti, forse, avrebbe regalato a Oscar Wilde, data leleganza e la ricercatezza stilistica che lo contraddistingue nel vestiario, con e senza turisti venuti da lontano per infestargli la monotonia.

Adriano Auleta, Fontana a Roscigno Vecchia, 2020, fonte Instagram @adrianoauletawild
Adriano Auleta, Fontana a Roscigno Vecchia, 2020, fonte Instagram @adrianoauletawild

GIUSEPPE SPAGNUOLO E ROSCIGNO VECCHIA

Ma solo osservando con attenzione Roscigno Vecchia, infine, è possibile capire davvero perché Giuseppe Spagnuolo non è annoiato dal consueto (e inevitabilmente sempre uguale a se stesso) scenario in cui ha scelto di vivere. Roscigno Vecchia, infatti, regala squarci di vita vera e passata di inestimabile valore. Con la sua struttura urbana che, sebbene inizi a essere divorata dal sopravanzare del verde, rimane tipica di unItalia cilentana del passato, la città fantasma offre palazzotti, cappelle signorili, case di minor prestigio, realtà contadine svelate da sciabolate e prospettive semplici ma vertiginose disseminate ovunque per il borgo, botteghe su strada, sedie impagliate e invecchiate che sembrano lasciate lì da un secolo e che pare che la natura voglia digerire. Commuove, in un certo senso, guardare la città vecchia e abbandonata e pensare che, tutto quanto di oggettistico, architettonico e urbano è rimasto ha già più anni e avrà sicuramente più longevità, più stagioni a disposizione, più primavere future di Giuseppe Spagnuolo: il suo ultimo abitante; il quale, come tante cose e tante storie transitate in quella città, inevitabilmente, non gli sopravvivrà.
Ecco, dunque, cosa tiene in vita la città, il borgo e il suo ultimo abitante: il tempo. Quel tempo che può scorrere allinfinito ma che non può impedire di non ricordare. Anche quando non ci sarà più nessun Giuseppe Spagnuolo a potercelo raccontare di persona ma, al suo posto, ci saranno le parole scritte di chi tutto questo lo ha colto e reso poesia; e lo ha fatto in nome e in tutela di tutte le Roscigno Vecchia del mondo, imprimendolo nella storia riunendo tutte queste meravigliose radici sotto la dicitura di cultura strapaesana”. Ed ecco che, questo, fortunatamente, c’è chi lo ha fatto prima che il suo tempo finisse, Leo Longanesi: La miseria è ancora lunica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà. Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. Dove essa è sopraffatta dal sopraggiungere del capitalismo, ecco che si assiste alla completa rovina di ogni patrimonio artistico e morale. Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato, nemico di tutto ciò che lo ha preceduto e che lumilia. La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dallimbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui. Perciò quando lItalia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né lanima” (La sua signora, Taccuino, 7 gennaio 1957).
Lunga vita, dunque, a Roscigno Vecchia.

‒ Luca Cantore D’Amore

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Italia fantasma. Paestum, la danza della vita e della morte

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Luca Cantore D'Amore
Luca Cantore D’Amore (Salerno, 1991) consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte. Si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore e collaborando con gallerie. Parla, inaugura e cura mostre ed eventi che presenta in giro per i luoghi d’Italia. Ha all’attivo un romanzo di recentissima pubblicazione, L’estetica del decanter, e continua, imperterrito, in costante ricerca ed aggiornamento, con i suoi studi e le sue pubblicazioni artistiche, oltre che nella sua professione di critico d’arte e curatore.