L’arte è un delfino. Intervista a Flavia Mastrella e Antonio Rezza

Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, cerca nelle forme culturali possibili vie di accesso alla comprensione del mondo. Artribune presenta il suo progetto “L’arte è un delfino”, un ciclo di video-interviste per riflettere sull’arte e la cultura del nostro tempo. Questo appuntamento vede protagonisti Flavia Mastrella e Antonio Rezza.

Una delle sere peggiori della mia vita, ho comprato quattro biglietti: uno per me, uno per mia madre, uno per mio padre e uno per mia sorella. È diventata una delle sere migliori della mia vita. Ma voglio raccontarvela bene, questa storia. Personale, come sempre; non parlerei di nulla che non mi attraversi.

Napoli, novembre del 2009.
Lasciavo, in fretta e furia, una casa dopo l’ennesimo disastro, di quelli che tipicamente mi capitavano, di quelli che tipicamente capitano, in vita, se non si sa da dove cominciare.
Il trasloco fu faticoso, e una parte della mia famiglia – madre, padre, sorella – era venuta in mio soccorso. Alla sera, stremati, dolenti nel corpo e nello spirito, il mio senso di colpa mi spinse a rimediare, cercando qualcosa da offrire in cambio per farmi perdonare. E trovai loro: Antonio Rezza e Flavia Mastrella, in scena al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo, ai Quartieri Spagnoli.
Ora, chi non è di Napoli non sa che per raggiungere il teatro bisogna affrontare la ripida salita di via Concezione a Montecalvario. Quindi, nella vicenda, si prospettò un’ascesa non soltanto simbolica. Mio padre, di fronte alla proposta (e alla salita), memore dei tentativi falliti di coinvolgerlo nella mia ricerca artistica, popolata di Bergman, Tarkovskij, Švankmajer, apparve scettico (eufemismo). Ma fu colpa mia. Antonio Rezza in persona mi ha spiegato dove ho sbagliato. Avevo detto, colma di solenne ingenuità: “Andiamo a vedere una cosa a teatro, una cosa sperimentale!”.

Rezzamastrella

Rezzamastrella

Pretendevo di liquidarli così, io, rifilando un aggettivo pretenzioso a una cosa che non ne ha e non ne può avere (“La critica si sforza, pur non capendo, di usare terminologie colte per parlare del nostro lavoro. Ma è la loro incapacità di non trovare termini nuovi, diversi”, dicono). E i recalcitranti hanno spesso ragione, se si sbaglia a introdurre gli scenari. Anche mio padre ne ebbe, dunque, ma solo per poco, solo fino all’inizio dell’azione e solo perché avevo sbagliato io.
Ridemmo fino alle lacrime (mio padre più di tutti); ed esaurite le risorse fisiologiche del riso, difficile dire che ne fu della recente fatica. Tornammo a casa camminando sulle lastre di lava, con la leggerezza del volo, rinati e nuovi, senza traccia di dolore. Avremmo potuto contenerne altri cento ma non avrebbero avuto la meglio sulla gioia intatta che ci era stata consegnata.
Ebbi la misura, quella volta, di come l’arte possa non solo curare ma soprattutto trasformare. Perché l’arte, come l’amore, è un’alchimia interiore.

REZZAMASTRELLA. INSIEME DAL 1987

Antonio Rezza e Flavia Mastrella, dunque.
È il 1987 quando si incontrano e si combinano in una forma stupefacente.
Ora, ci sono quelli che li conoscono e quelli che non li conoscono. Quelli che li hanno incontrati, anche per caso, come me, e poi non hanno potuto più farne a meno, e quelli che, semplicemente, non li hanno incontrati. Perché, di fatto, se li incontri, non puoi opporre un sentimento semplice e formale a quel che fanno. Tutto, ma non l’indifferenza.
Quelli che li hanno visti abbastanza a lungo da lasciarli agire dentro appartengono a un’altra specie ormai, abitano un’altra dimensione, forgiata da una mistica materiale piena di cose, di oggetti incomprensibili, come fossero stati appena messi al mondo da un’anomalia nel sistema di generazione del senso e del significato.

FLAVIA MASTRELLA E LA POETICA DEGLI OGGETTI

La nostra è una poetica degli oggetti”, scrive Flavia. E tutto è oggetto, di fatto, o reso oggetto da un soggetto che, in preda allo sprezzo, si fa di volta in volta altro, quindi tutto e quindi niente, uomo donna figlio figlia madre padre marito moglie animale totem mito eroe costellazione cosmo dio. Un’identità frazionata e ricomposta si fa, attraverso una forma bieca che si informa e si deforma, si ordisce e si disfa, come la stoffa plastica composta da Flavia, che Antonio abita – e abita Antonio – durante l’azione. Uno spazio di transustanziazione alternata in cui è il corpo a farsi spazio, lo spazio a farsi corpo, e tutto, come forma e come sostanza, si offre ai presenti, ai fedeli al loro verbo insolito che si diventa, sin dalla prima battuta.
È un incedere lucidissimo, il loro, che sonda le possibilità di vivere, le forme che la vita prende e lascia, la germinazione delle idee, la libertà combinatoria, la matematica, il caos ricomposto in una geometria provvisoria. Una parola viscerale, poetica, inventata, irregolare, lontana dalle sonorità della lingua media si espande in una scena in cui la potenza dell’immagine muove archetipi, simboli e miti per tornare a essere suono, urlo, glossolalia, preghiera. Tutto liberato da un’inevitabile risata.

ANTONIO REZZA: IL VOLTO COME SPAZIO SCENICO

Il volto di Antonio è spazio scenico. Annientato, asservito alla deformazione di un’antiestetica rituale, incarna l’estrema precisione del gesto e della smorfia. Un volto solo, pieno di angoli, di insenature e di direttrici di forza, contro tutti i volti lisci, spiattellati dai filtri fotografici che saturano il vuoto (il vuoto necessario, di cui ci parlerà Flavia). Il primo trattiene tutto, la gioia, il dolore, dai secondi scivola via tutto.
Lo spazio scenico di Flavia è, solo per poco, un attributo del corpo e dal corpo trasformato, perché il corpo di Antonio è poi, ancora, un oggetto generato dallo spazio di Flavia e dallo spazio plasmato, stravolto e ricombinato.
Ti chiedi, che animale è quest’uomo che ne viene fuori, che sottomette ogni logica alla ragione evidente di un gesto, alla vitalità che è raffinatissimo istinto? Che opera è mai questa? “Flavia realizza gli Habitat e Antonio scrive i testi con il corpo. Riteniamo i testi e gli habitat Habitat un linguaggio che determina l’opera figlia di sé stessa.

IL TEATRO COME RITUALE

Il teatro, in fondo, nasce come rito, dalla trasformazione delle cerimonie sacre durante le quali i sacerdoti mettono in scena il mito. E il sacerdote – lo sciamano – è colui che più di altri sa imprimere al messaggio ritmo e precisione, potenza e velocità. Tutte condizioni indispensabili a rendere efficace una preghiera. Lo dice la musica, a cui non perdoniamo alcun inciampo nel flusso dell’esecuzione (e chi è il direttore d’orchestra se non un mago, con tanto di bacchetta con cui indirizzare precisi impulsi energetici al cosmo?).
Eppure, loro non consacrano nulla (se non l’azione stessa, la vitalità) e dissacrano tutto ciò che è accidentale. L’identità, il lavoro, la società, la famiglia (“una forma di criminalità mentale”), la tradizione, la cultura, l’io, Dio.
La nostra speculazione consiste nel saccheggiare e deformare posture e contenuti di chi non la pensa come noi. E poi pensarla come Loro nel tempo e nello spazio di un’idea.” (da Clamori al Vento, Il Saggiatore, 2014)
Io non posso e non voglio spiegarvi cosa fanno, non ne sarei capace.
Non si tratta di capire, pratica assai sopravvalutata a cospetto dell’arte. Non si tratta neppure dell’ermeneutica del velamento di cui diceva Benjamin, per cui scrivendo non bisogna sollevare il velo che cela l’opera. Perché qui il velo non c’è. Quello che fanno è forse l’estrema emanazione della crudeltà di cui parlava Artaud: una spietata lucidità nell’andare fino in fondo, scavare, non accontentarsi di un senso prossimo, recente, ordinario e naturale, ricomposta nel mistero e nella grazia di un folle. Ridere a crepapelle dell’assurda condizione in cui tutti i vivi sono chiamati a partecipare in cambio della vita stessa. Perché, “ridere è l’antidoto contro il perbenismo della mente”, dicono. Uno spasmo cattivo e tenero, pietoso perfino, ci rivela a noi stessi per quel che terribilmente siamo.

TORNARE A TEATRO

Voler ripartire, dopo questo tempo doloroso, da questa forma che si espande in linguaggi multipli ma che vive soprattutto nello spazio di un teatro, sebbene sia performance assoluta e come tale può vivere e respirare ovunque (in una strada, in uno stadio, in un bosco), in un’epoca in cui, per la prima volta, i teatri sono stati a lungo sequestrati (“è un virus intellettuale, molto vicino a certi ambienti di sinistra”, dice Antonio Rezza in un’altra occasione) è anche voler difendere e proteggere lo spazio concreto e solenne che dobbiamo riservare al rito.
Non perché un rito non possa esercitarsi attraverso uno schermo, ma perché ciascun rito chiede il coinvolgimento del corpo e nessuna forma che non si dispieghi nel multiverso dello spazio percettivo può fare altrettanto. Abbiamo bisogno di riti autentici che aggreghino corpi (“i corpi vicini fanno più paura, il distanziamento annulla il dissenso”, dirà Antonio), che rigenerino coscienze e orientino potentemente le prospettive collettive.
Il nostro potenziale politico, che non useremmo mai, è quello di trascinare la gente verso l’insurrezione.”
Il teatro è questo tempo totale che ci accompagna. È questo spazio che resiste.
Il teatro è come Dio e in più esiste”, dice Antonio.

BACIO - Venezia, 2019 - RezzaMastrella - foto F. Mastrella

BACIO – Venezia, 2019 – RezzaMastrella – foto F. Mastrella

L’INDIPENDENZA DEGLI ARTISTI

Infine, dirò un’ultima cosa sulla parola indipendenza, la loro (“L’artista non può scendere a patti con i soldi dello Stato”), in un’epoca in cui il corpo degli artisti si esibisce drammaturgicamente soprattutto come spazio commerciale, in cui il medium non è più messaggio che attiva la coscienza ma propaganda, pubblicità. Essere al mondo non dovrebbe voler dire essere del mondo. Essere cioè strumento di un sistema subìto e accidentalmente, opportunisticamente, interpretato. “Essere al mondo” potrebbe voler dire “essere il mondo”, cioè essere “attore” di una riformulazione sistematica, di una ricreazione attiva. Perché l’arte può essere in vendita ma non può esserlo la sua necessità. Quella deve restare inviolata, intatta, incorrotta. I geni ci servono liberi.
Ecco.
Per chi li conosce, questo testo non serve a niente. Per chi non li conosce, questo testo non spiega niente. Avrei potuto non scrivere e lasciarvi a loro, Antonio Rezza e Flavia Mastrella. Avrei potuto solo dire: cercateli, fate in modo di trovarli e prendete tutto quello che potete da quest’apparizione soprannaturale.
Cercateli, meravigliatevi, salvatevi e abbiate cura di quel che vi stupisce.

Buona visione.

– Stefania Gaudiosi

www.rezzamastrella.com
www.youtube.com/user/REZZAMASTRELLATV

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Stefania Gaudiosi

Stefania Gaudiosi

Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Studiosa e teorica dell’arte, con particolare interesse per l’Arte Cinetica e per l’opera di Iannis Xenakis, è autrice di diversi saggi dedicati ai temi della contemporaneità, della multimedialità e dei new media.…

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