L’arte è un delfino. Intervista a Pietro Luca Congedo (aka Stone Leaf)

Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, cerca nelle forme culturali possibili vie di accesso alla comprensione del mondo e della nostra umanità. Artribune presenta il suo progetto “L’arte è un delfino”, un ciclo di video-interviste per riflettere sull’arte e la cultura del nostro tempo. Questo appuntamento vede protagonista il musicista e produttore Pietro Luca Congedo, aka Stone Leaf.

Di come si ritorni a casa per un sentiero ignoto.
Vi sono sempre passaggi difficili, lungo il cammino. C’è il punto cruciale, il terreno scivoloso, il sasso, la pozza di cui si ignora la profondità, la strettoia, il vuoto che separa due approdi. Poi c’è l’inganno, il trabocchetto che noi stessi ci tendiamo, tentando scorciatoie. Ma ci sono anche viste da perdere il fiato. E, poi, radure e orizzonti sicuri, orizzonti buoni.
Non so ancora bene perché, scrivendo di Pietro Luca Congedo, o Stone Leaf – nome a cui, Luca, ha affidato l’attuale declinazione della sua ricerca – ho bisogno di figurarmi un cammino, selvatico e solitario, ma potentemente riconciliante.
Ho incontrato Luca che era appena autunno, a Lugano, nella piazza antistante il LAC. The Origins è l’installazione sonora a cui Stone Leaf aveva dato corpo. Proprio “dato corpo”. Perché attraverso di essa, i corpi diventavano sostanza espressiva, all’interno di un circuito spaziale di rame, componenti elettriche e software, generando reti dinamiche e combinazioni soniche, “catene umane” tradotte in flussi sonori continuamente mutevoli.
Naturalmente, c’erano tanti bambini, gli unici a cui non bisogna spiegare niente, che sanno immediatamente cosa fare di fronte a certe cose.

UN CAMMINO DI RICERCA

È, questa, un’intervista su un cammino di ricerca, dunque, che ci istruisce su alcune variabili.
Su quanto possa l’arte sondare la dimensione del profondo. Su quanto debba farne la sua ragione. E su quanto, da quella ragione, si distenda un orizzonte in cui l’umano ha – finalmente – dignità. Dignità d’appartenere al mistero, senza ridurlo al misero orizzonte quotidiano su cui attecchisce la seduzione del nulla mercificato.
Su quanto tutto questo sia potenzialmente doloroso, anche, ma, essenzialmente, su quanto tutto questo sia definitivamente salvifico.
Insomma, mi convinco, attraverso queste indagini inquiete e nell’incontro di artisti come Stone Leaf, che molto ancora si può generare nello spazio di universo a noi concesso, nella materia cosmica che ci è stata consegnata come ai bambini si danno pastelli e fogli bianchi.
E quello che si può ancora scoprire sarà determinante per ritrovare fiducia nel fatto che l’umano possa davvero essere materia di mutamento.
L’arte è in fondo il migliore esercizio per sublimare le strettoie dei dolori ordinari.
Tutto è percorso. E dipenderà da quanto siamo disposti a familiarizzare con l’ignoto, l’eventualità di ritrovare la strada che ci riporta a casa.

ASCOLTARE ALL’INTERNO DELL’UOMO

L’arte è un delfino tenta anche, a volte, di ricucire la trama che annoda i saperi trasmessi. Luca nella sua, giovane ma già intensa, carriera ha sperimentato a lungo il suono, attraverso lo studio delle percussioni e l’attività di interprete (tra i maggiori) di opere contemporanee.
E ha avuto un Maestro: Karlheinz Stockhausen. E con lui ha lavorato per un certo tempo.
Avevo comprato un libro, molti anni fa, che non avevo ancora letto: Intervista sul genio musicale, in cui Mya Tennenbaum dialoga con Stockhausen, su molte cose che – ossessivamente e senza scampo – hanno a che fare con la prassi lavorativa del genio.
Ne abbiamo parlato e, in un frammento dedicato, c’è un racconto di Luca.
Sono storie che trasformano. Queste sì.
Citerò una sola cosa, del libro, uno scambio di battute rapido di domande e risposte, che è forse la sintesi di tutto, del senso del ricercare:

D. A che servono le nuove leggi del suono?
R. Servono a promuovere un nuovo modo di ascoltare musica.
D. In che senso “nuovo”?
R. Ascoltarla all’interno del suono e all’interno dell’uomo.

Ho selezionato circa cinquanta minuti da ben due ore e venti di dialogo. Ma non butterò via niente e quello che per ora non sarà visibile, lo recupererò presto, per chi ha ancora voglia di racconti lenti, di storie che non si accontentano.
Buona visione.

– Stefania Gaudiosi

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Stefania Gaudiosi
Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Studiosa e teorica dell’arte, con particolare interesse per l’Arte Cinetica e per l’opera di Iannis Xenakis, è autrice di diversi saggi dedicati ai temi della contemporaneità, della multimedialità e dei new media. È cofondatrice, assieme ad Antonio Barrese, del gruppo professionale OperaAperta, attivo in Italia e in Brasile, dove dal 2011 coordina il progetto FlowingRiver_RioAmazonas. Nel 2012 fonda ScholaFelix, gruppo di innovazione artistica e culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, dal 2014 coordina i corsi ScholaFelix Basic e FelixLab per bambini, ragazzi e adulti, mirati alla diffusione di una maggiore consapevolezza artistica e formale, e alla valorizzazione del talento personale come via d’accesso alla felicità.

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