L’arte è un delfino. Intervista a Ivan Dalia

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Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, cerca nelle forme culturali possibili vie di accesso alla comprensione del mondo e della nostra umanità. Artribune presenta il suo progetto “L’arte è un delfino”, un ciclo di video-interviste per riflettere sull’arte e la cultura del nostro tempo. Questo appuntamento vede protagonista il pianista Ivan Dalia

CASA

È il 24 maggio 2018 e siamo al Blue Note di Milano per il concerto di Paula e Jaques Morelembaum. Rivedo Ivan dopo quasi dieci anni. Avevo un cd, proprio in quegli anni, quando vivevamo a Napoli nella stessa casa e non era così facile approvvigionarsi di musica, un cd epocale che ho ascoltato per un’intera, caldissima, estate – poi stemperata in anni più freddi – in cui i coniugi Morelembaum accompagnano con voce e violoncello il pianoforte di Ryūichi Sakamoto, che interpreta Tom Jobim. È, dunque, un ritorno, complesso e profondo come il sapore del Nebbiolo che beviamo nell’attesa. Pare che il Nebbiolo si chiami così per via della maturazione tardiva delle uve, che impone una vendemmia tra le nebbie dell’autunno. Pure i ritorni sono frutto di una maturazione tardiva e comportano un raccolto di ricordi nella nebbia. Non posso fare a meno di leggere gli eventi come si leggono le poesie. E non potevano esserci altre condizioni per ritrovarci, altra musica, altro vino.
Anche perché il titolo dell’album è Casa (Sakamoto lo ha registrato interamente nella casa di Jobim a Rio de Janeiro, suonando il suo pianoforte). E nella casa di Napoli, Ivan ha messo insieme tutta la memoria sonora di questa storia.

UN TALENTO SENZA CONFINI

Ivan, voglio intervistarti.
Ma io non sono famoso…

Non fa in tempo a finire la frase che un giovanotto si avvicina al tavolo, puntando dritto a lui: “Scusa, tu sei Ivan, il pianista di Italia’s Got Talent? Complimenti, sei un grandissimo”.
Dunque, Ivan, intanto, è diventato famoso.
Lo avevo visto in tv, nel talent show, e avevo, per la prima volta in vita mia, televotato.
Una rivelazione, Ivan (non per chi lo conosce già, per cui lo fu a suo tempo), con tanto di standing ovation.
Un talento senza confini, senza punti di riferimento, come destrutturato”, dice Luciana Littizzetto. E dice anche che quelli come lui cambiano il mondo. Ma la televisione è solo il riflesso del sole in uno specchietto usato per abbagliare per poco coscienze esauste, le parole eclatanti saranno poi sostituite da altre parole eclatanti, a rendere ancora più esausta la coscienza. E, infatti, Ivan è cieco, ma ha sempre visto più cose di tutti. Ha sempre smascherato. Si è sempre mosso con precisione tra gli ostacoli ottusi del mondo. E me lo ha sempre detto che guardare non è vedere. E mi ha sempre fatto notare su quante cose inutili s’attarda l’occhio. Anche del talent ha smascherato il meccanismo e lo racconta, lucido, nell’intervista.
C’è un vedere profondo che avviene al buio e un ascolto più intenso che si compie nel silenzio. Certo, non compensa la mancanza. Ma è una verità che, forse, solo un sacrificio tanto grande può restituire, perché ogni limite non è che un contorno illusorio.

LA PAROLA E IL TERRITORIO DELL’INVISIBILE

E poi se la gente sa
e la gente lo sa che sai suonare
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare

(Fabrizio De André)

A Napoli ascoltavamo tanta musica, si andava al mercato della Duchesca a comprare i cd a pochi euro sulle bancarelle. Facevamo a gara a scoprire nuove meraviglie, come quando tornai a casa con una bottino impossibile: Mary Lou Williams, un baule pieno d’oro. O come quando rivalutammo Schubert suonato da Radu Lupu. Leggevamo insieme, guardavamo film, cercavamo tesori ovunque con tutti i mezzi – scarsi, ma moltiplicati miracolosamente come pani e pesci – e ci soccorrevamo mutuamente, ché a tutti mancava qualcosa.
La musica di Ivan era allora un flusso ininterrotto, che continuava anche nel silenzio. Si suonava tutto, suonavamo tutti.
Una volta Ivan ha suonato un sacchetto della spesa e io ci ho cantato su. Era normale entrare nei flussi ritmici ancestrali, mentre si lavavano i piatti, si preparava il caffè, si chiacchierava seduti sul divano.
Una sera abbiamo letto insieme il paragrafo dedicato al ritmo, da L’arco e la lira di Octavio Paz (il libro che, insieme all’album di Sakamoto-Morelembaum, aveva incendiato l’estate). Certe letture sono snodi strategici attorno ai quali puoi organizzare tutto un universo di pensieri. Vi leggemmo, infatti: “Nessuno può sottrarsi alla credenza del potere magico delle parole. Neppure coloro che diffidano da esse.”
Nell’intervista le parole, col loro potere luminoso, tornano spesso e perfino la musica sembra esserne una variante inarticolata. “Perché uno che non vede, misura le parole, e soprattutto misura il tono delle parole. È la parola che fa il pensiero ed è il pensiero che la vita. ” – dice Ivan.
E il tono, nel ritmo della frase, non è forse già musica? Perciò non c’è parola che possa essere separata dal microcosmo della frase e anche nella musica i suoni non possono essere separati. Un suono, da solo, non fa la musica, come una parola da sola non restituisce un senso, si limita a creare un contorno alla cosa, il limite (visibile), mentre la frase poetica la libera di nuovo (nell’invisibile).
Chi vede, vede i contorni, i limiti, i confini. La cosa nella solitudine della separatezza. Ma un insieme di suoni è un’onda infinita, come quella dei pensieri e, in fondo, dei corpi nel buio, dei corpi come onde immateriali. La musica è il territorio dell’invisibile.
Per il corollario fotografico Ma che cos’hanno in testa gli artisti, Ivan ha scelto una chiave, perché “ci vuole una chiave poetica per capire le cose”.

CHI È IVAN DALIA

Ivan Dalia nasce nel 1985 a Teverola, in provincia di Caserta ma ha vissuto a Napoli per molti anni. L’ho conosciuto che aveva appena compiuto diciotto anni, oggi ne ha trentatré e ha già suonato ovunque, da Berlino a Boston, da Milano a New York. Tra i suoi duetti più emozionanti – dice – c’è quello con Toots Thielemans, leggenda dell’armonica jazz, al Marechiaro Jazz Festival del 2006.
Nel 2018 esce il suo primo album, che è un volo ininterrotto (e c’è anche un brano che ha per titolo Dolphin, tanto per dire).
La musica di Ivan è tutta un volo ininterrotto, anche nel silenzio.
Una volta, giuro che abbiamo volato tra i decumani, ad almeno trenta centimetri dalle lastre nere di pietra lavica. Perché la musica è nelle cose. La musica continua. È ritmo e improvvisazione sul tema della vita. E si rivela, nelle giuste condizioni, a chi sa chiudere gli occhi e sentire.

– Stefania Gaudiosi

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Stefania Gaudiosi
Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Studiosa e teorica dell’arte, con particolare interesse per l’Arte Cinetica e per l’opera di Iannis Xenakis, è autrice di diversi saggi dedicati ai temi della contemporaneità, della multimedialità e dei new media. È cofondatrice, assieme ad Antonio Barrese, del gruppo professionale OperaAperta, attivo in Italia e in Brasile, dove dal 2011 coordina il progetto FlowingRiver_RioAmazonas. Nel 2012 fonda ScholaFelix, gruppo di innovazione artistica e culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, dal 2014 coordina i corsi ScholaFelix Basic e FelixLab per bambini, ragazzi e adulti, mirati alla diffusione di una maggiore consapevolezza artistica e formale, e alla valorizzazione del talento personale come via d’accesso alla felicità.