L’arte è un delfino. Intervista a Bertram Niessen

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Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, cerca nelle forme culturali possibili vie di accesso alla comprensione del mondo e della nostra umanità. Artribune presenta il suo progetto “L’arte è un delfino”, un ciclo di video-interviste per riflettere sull’arte e la cultura del nostro tempo. Questo appuntamento vede protagonista il sociologo e ricercatore Bertram Niessen

Bertram Niessen è sociologo, ricercatore e artista, ma mi pare poco per dire chi è e che cosa fa. Intanto, è Presidente e Direttore Scientifico di Chefare, organizzazione che si occupa di trasformazione culturale, a cui è dedicata una parte importante dell’intervista.
Ne trascrivo qui un pezzo (parte di quelli tagliati per far stare tutto nel limite dei 60’– che secondo i parametri odierni sono un’enormità, ma che sono tuttavia indispensabili) per farvi comprendere la mia difficoltà nel presentare Bertram.

“Il nome CheFare viene da Lenin?” chiedo, “Sì, ma prima da Tolstoj”, dice Bertram, ma avevo dimenticato la videocamera spenta e ho dovuto ricominciare.

Dunque, ricominciamo.

– “Parlami di te, delle tue origini e di quello che hai fatto prima di CheFare”.

– “Mio padre è tedesco, mia madre è toscana. Si sono conosciuti vicino Firenze, in una Comune. Sono cresciuto in Toscana, per poi venire a vivere nell’hinterland milanese a diciotto anni. Mi sono laureato in sociologia della comunicazione. Mi interessava la costruzione di senso dell’opera musicale da parte dell’ascoltatore. Avevo fatto una serie di focus sulla musica-funzione, la muzak, il rapporto tra musica e architettura, la musica da ballo, il rapporto tra stati alterati di coscienza e musica. All’epoca facevo parte di OtoLab, quindi erano cose che mi appassionavano molto”.
“Poi ho fatto il ricercatore per un paio di anni. Stavo mettendo da parte i soldi per andare a vivere da solo, quindi ho fatto ricerche su qualsiasi cosa. Siccome ero bravo con i computer, imparavo e insegnavo software per l’analisi dei dati qualitativi. Il primo lavoro grosso riguardava l’etnografia di una procura. Per un anno ho lavorato con la Procura di Verona, studiandone il meccanismo. Ho lavorato, poi, sulla costruzione della memoria della diossina a Seveso trent’anni dopo. A quel punto mi sono detto: visto che ormai la ricerca la so fare, tento il dottorato. Ho vinto una borsa di dottorato in sociologia urbana e per tre anni ho fatto una ricerca comparativa tra Milano e Berlino, cercando di capire come alcune variabili urbane influiscono sui processi di cooptazione degli artisti, dall’underground al mainstream. Questo vuol dire, sostanzialmente, come i cicli di mobilitazione dei centri sociali, i movimenti politici, il mercato immobiliare, l’andamento generale dell’economia globale, trasformano il modo in cui si inizia a suonare nella bettola del centro sociale e poi si finisce a vendere dischi sul mercato internazionale.”
“Poi, col post dottorato ho cominciato a occuparmi di reti peer-to-peer. Perché mi interessava capire come soggetti abilitati digitalmente possono collaborare tra loro a distanza per la costruzione di piattaforme di conoscenza comune.”

– “E, in tutto questo, quanti anni hai?”

– “Quaranta quest’anno.”

IL PRIMO MAGGIO E TOLSTOJ

È il primo maggio del 2019, mentre scrivo. E non poteva essere giorno migliore.
Primo perché, proprio oggi, Bertram Niessen compie quarant’anni, secondo perché è, appunto, il primo maggio, festa dei lavoratori, neanche a dirlo.
Avere quarant’anni, oggi, e un lavoro, non è cosa da niente.
Il problema del lavoro per la mia generazione è nel verbo. Perché oggi il lavoro non si ha, semmai si fa. E, spesso, anche quando si fa, non lo si ha. Semmai, lo si è. Soprattutto se si ha a che fare con la cultura e con l’arte.
La prima volta che mi sono imbattuta in CheFare stavo cercando di capire come sopravvivere in un mondo che si sgretolava attorno, del tutto inadeguato a qualunque nozione avessi appreso nelle scuole di ogni ordine e grado. O meglio, erano le nozioni a non essere più adatte a un mondo che, per fortuna, ha una sua intima vitalità e si ribella quando non ci ribelliamo noi. Avevo, come tutti, un piano che credevo infallibile per il mio trionfale ingresso nel mondo del lavoro. Ma era il 2012 e si era nel pieno di una delle più gravi crisi economiche degli ultimi secoli, l’entusiasmo e la fiducia sarebbero stati presto provati dall’inerzia.
Ecco, c’è una generazione che deve farsi carico dell’inerzia, a cui spetta un lavoro duro e senza gloria, a cui tocca chiedersi che cosa fare. E penso che, tutto sommato, sia una fortuna.
È una gran fortuna che le congiunture macroeconomiche ci abbiano portato a questo, perché in fondo è questo il genere di domanda che diffonde il germe del mutamento all’interno della specie, che apre spazi vasti di possibilità.

CHE FARE?

CheFare mi era sembrata subito una risposta bellissima, da seguire attentamente per capire meglio i termini sui quali ci si stava riprogrammando. Perfino nel tentativo di definire sé stessi e le nuove forme d’azione, unita all’onestà nel salvare le epifanie di quella parte di umanità che ha avuto a cuore le sue stesse sorti agendo in contrasto con tutto quanto generasse discriminazione, disuguaglianza, povertà (che non è solo scarsità di capitale economico ma sistematica privazione di qualunque possibilità di scelta, di qualunque vitalità).
Insomma, diciamo pure lo sguardo migliore, quello che ha come prospettiva la gioia condivisa di essere vivi, la dignità di ciascuno.
Mi ero ripromessa che, durante l’intervista, sarei tornata su Tolstoj, ma poi, dopo due ore di densa conversazione, l’ho dimenticato. Ma forse ci stiamo tornando così, almeno un po’.
Di quel saggio del 1886, che sono andata a cercare, cito i principi di ordine morale ed esistenziale che Tolstoj fornisce come antidoto alle miserie umane: non bisogna mentire a sé stessi, dando priorità al riconoscimento delle proprie mancanze, più che dei propri meriti; il lavoro deve essere considerato un’attività obbligatoria per ciascun individuo; bisogna adoperarsi per sostenere la vita umana, la propria e quella degli altri. Si potrebbe ripartire da qui.
Intreccio, dunque – in modo impegnativo ma proporzionato – il mio augurio a Bertram con un auspicio di felice rinascita per quel pezzo di mondo in trasformazione a cui, attraverso tutto questo, contribuisce a dare forma.

LE PAROLE CHE CAMBIANO IL MONDO

Riformulare un vocabolario di parole che descrivono, seppure temporaneamente, il mondo che cambia, è uno dei desideri che L’arte è un delfino ha espresso fin dall’inizio.
Il senso delle parole che pronunciamo, e soprattutto di quelle che non pronunciamo ancora.
Così, quelle di Bertram ci aiutano a capire meglio le questioni cruciali di cui tutti dovremmo farci carico, se vogliamo cominciare a prenderci cura davvero di tempi e luoghi dell’esistere, a partire da quello che già possiamo fare.
Parole come rigenerazione, sostenibilità, innovazione, trasformazione culturale, possono sempre più diventare patrimonio di vocabolari e pratiche comuni, in tempi di negazione aspra e moti reazionari, di sterilizzazione affettiva su quanto di buono possa portare lo sguardo altrui.
Oggi più che mai, dovremmo assecondare un’idea di cultura più simile al respiro che al sedimento. Che rechi il calore delle cose vive. Perché il desiderio di rinominare è anche un tentativo di riappropriazione, senza privazione, di un patrimonio comune che è come un torrente che ha canali nuovi e nuovi argini, e sogna “sogni attivi di fiume che cerca il suo letto”, come recita un verso a me caro di una poesia di Octavio Paz.
È anche il tentativo di dire meglio le cose, per scorgere in esse modi nuovi di abitare il mondo e di stare insieme, condividendo il dubbio (e l’ipotesi e il progetto conseguenti) sulle pratiche che ci hanno impoverito. Ma è necessario frequentare quel sapere non ancora formalizzato che nasce nei territori di confine tra l’intelligibile e l’ignoto che è, più di ogni altra cosa, una speranza. È lì, forse, che avvengono i passaggi di stato della coscienza. Non solo individuali, ma collettivi.
Per metterci in pace finalmente con un mondo senza contorni, dove sia possibile sconfinare in pace.
Nel sito di CheFare troverete tante cose importanti e, soprattutto, utili per comprendere il circostante e il remoto.

Buona visione.

– Stefania Gaudiosi

 

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Stefania Gaudiosi
Stefania Gaudiosi è artista, curatrice e promotrice culturale. Studiosa e teorica dell’arte, con particolare interesse per l’Arte Cinetica e per l’opera di Iannis Xenakis, è autrice di diversi saggi dedicati ai temi della contemporaneità, della multimedialità e dei new media. È cofondatrice, assieme ad Antonio Barrese, del gruppo professionale OperaAperta, attivo in Italia e in Brasile, dove dal 2011 coordina il progetto FlowingRiver_RioAmazonas. Nel 2012 fonda ScholaFelix, gruppo di innovazione artistica e culturale. Particolarmente attenta ai temi della didattica dell’arte, dal 2014 coordina i corsi ScholaFelix Basic e FelixLab per bambini, ragazzi e adulti, mirati alla diffusione di una maggiore consapevolezza artistica e formale, e alla valorizzazione del talento personale come via d’accesso alla felicità.

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