La moda 2021 in 10 concetti chiave

Nemmeno la moda si è salvato dai duri colpi della pandemia, eppure qualche reazione, anche virtuosa, c’è stata. Qui ripercorriamo il lungo anno che si sta per concludere nel segno del fashion

Tra preoccupazioni fondate ‒ dopo 18 mesi di una pandemia che non accenna a dare tregua ‒ e improvvisi strappi in avanti; tra lutti e proteste; a fronte di assunzioni di responsabilità più o meno sincere; innanzi alla resilienza dimostrata da una nuova generazione di creativi; interrogandosi sulle possibilità offerte dal tech clash digitale, ecco come è stato il 2021 della moda.

Aldo Premoli

1. LUTTI

Alber Elbaz

Ci hanno lasciato Virgil Abloh il 28 novembre e Alber Elbaz il 24 aprile. 41 e 59 anni. Uno afro-americano (insieme aggregatore e disrupter) l’altro un cosmopolita di origini ebraiche erede della haute couture parigina. Due campioni provenienti da paradigmi progettuali totalmente differenti, uniti da un solo tratto: lo smisurato talento. Ci mancheranno.

2. PROTESTE

Manifestazione durante la Cop26

La più elitaria è stata quella degli attivisti di Extinction Rebellion, che lo scorso ottobre hanno aggredito la passerella di Louis Vuitton, per denunciare l’impatto della filiera produttiva del fashion sui cambiamenti climatici. Quella più articolata e massiccia l’hanno però inscenata i giovani convenuti a Milano per Youth4Climate e a seguire i ragazzi di Friday for Future a Glasgow, giustamente irritati di fronte ai risultati assai deludenti del COP26 organizzato per rispondere all’emergenza climatica.

3. FAST FASHION

Un monomarca H&M in Cina

La verità è finalmente venuta a galla. I dominatori del fast fashion (H&M, Uniqlo, Zara…) sono sotto pressione. Un modello di business che prevede sino a dodici collezioni proposte ogni anno, capsule collection predisposte in maniera specifica a seconda dei mercati dove vengono collocate, investimenti milionari per azioni di marketing che si avvalgono della firma di questo o quel designer “famoso” e pure parecchio “distratto” quanto alla qualità di quel che viene messo sugli scaffali: tutto poco consono alla crescente sensibilità “verde” delle nuove generazioni. Bassi prezzi, bassa qualità, enorme ingombro delle discariche: un sistema che non riesce più a essere coperto da pure ingegnose operazioni di greenwashing.

4. ASSUNZIONE DI RESPONSABILITÀ

Natalia Vodianova e Antoine Arnault il giorno del loro matrimonio

La produzione tessile certo non è l’unica responsabile del riscaldamento globale, a suo carico va però una quota rilevante (8-10%) delle emissioni di gas serra. Prima allo IUCN World conservation programme, tenutosi a Marsiglia all’inizio dello scorso settembre, Antoine Arnault, figlio del presidente di LVMH, uno dei più potenti gruppi del lusso esistenti, si è così espresso: “Non c’è champagne senza uva, non c’è prêt-à-porter senza seta e cotone, non c’è profumo senza fiori. Il nostro ruolo è restituire ciò che prendiamo in prestito dalla natura.
In seguito al COP26 di Glasgow, la Carta per la moda sostenibile è stata nuovamente sottoscritta da centinaia di aziende leader, aggiungendo per la prima volta l’impegno a comunicare apertamente a sostegno della sostenibilità. Tutto questo dà speranza.

5. RESILIENZA E TALENTI EMERGENTI

Hillary Taymour

La moda ha per sua natura una componente di sogno inalienabile. Per rispondere ai problemi di sostenibilità divenuti ineluttabili, proprio questo 2021 si è rivelato propizio all’emergere di una nuova pattuglia di designer capaci di progetti tutt’altro che punitivi, ma adeguati alle necessità del momento che stiamo vivendo. A New York Hillary Taymour di Collina Strada e Patricia Hearst, a Milano Francesco Risso, a Parigi Marine Serre, Thebe Magugu e il duo costituito da Rushemy Botter e dalla sua compagna Lisi Herrebrugh, a Londra il gallese Paolo Carzana e il duo composto da Paula Sello e Alissa Aulbekova di Auroboros, Altri nomi stanno emergendo: Vaquera Gang, Patric DiCaprio e Bryn Taubensee, Claire Sullivan ed Eckhaus Latta. Tutti GenZ o al più Millennial interessati non solo a quel che sta accadendo intorno a loro ora, ma anche a quello che verrà dopo. Perché è pur vero che altri designer ‒ non sempre giovinetti (dalla Westwood a Stella McCartney) ‒ sono da tempo impegnati su questo fronte. Ma, forse perché si sentono meno fedeli al sistema della moda come è stato costruito sin qui, il lavoro più interessante di questa stagione è proprio il loro.

6. TECH CLASH

Se il 2020, a causa della pandemia, è stato l’anno dell’atterraggio sulle piattaforme e-commerce, il 2021 ha significato una galoppata a briglia scolta nelle praterie del metaverso. Tutti (chi se lo è potuto permettere per lo meno) si sono dati a sperimentare nuove opportunità di vendita: di capi virtuali o fisici, poco importa. Sono state messe in atto visite virtuali in boutique reali, è stata imboccata la strada del gaming o del conio di NFT (Adidas, Balenciaga, Balmain, Burberry, Clinique, Dolce&Gabbana, Gucci, Louis Vuitton, Nike…). Per farci cosa, con sicurezza non lo sa nessuno. Di certo per rimanere in contatto con un pubblico (GenZ + Millennial nel 2030 costituiranno il 60% del mercato mondiale) che si avvia a divenire maggioritario.

7. FASHION WEEK

Shanghai Fashion Week, autunno 2021

Qui il caos ha regnato e regna sovrano. Lo scorso anno tutti online, poi il tentativo di ritornare in presenza, ora online ma pure in presenza. I dati rilevanti però sono due. I maggiori numeri di ascolto non sono più quelli delle fashion week di Milano o Parigi, ma di quella a Shanghai. Molti brand hanno deciso di fare da sé. Saint Laurent per primo è uscito dal calendario ufficiale orchestrato dalle Camere della Moda. Gucci subito dopo. Balenciaga per presentare le sue collezioni si è affidato al metaverso. Ma a non rispondere più alla disciplina di un tempo sono molti altri, da Dries Van Noten a Jonathan Anderson.

8. MEDIA

Wisdom Kaye, tiktoker specializzato in fashion

Due gli elementi di rilievo. Il de profundis per i glossy mag ha coinvolto la comunicazione tradizionale della moda, che in qualche modo ne è stata pure la causa, spostando i propri investimenti verso altre forme di comunicazione. Il secondo: poiché il modello classico di produzione finalizzata all’acquisto compulsivo è ormai da tutti ritenuto non più proponibile, utilizzare paradigmi obsoleti di racconto del fenomeno moda è qualcosa che ogni operatore del settore avrebbe dovuto superare – che si ritenga ancora parte della “press”, sia divenuto blogger, magari influencer o più di recente tiktoker poco importa. Eppure così non è stato.

9. FASHION EXHIBITION

In America. A Lexicon of fashion. Exhibition view at The MET Fifth Avenue, New York 2021 © The Metropolitan Museum of Art

Colpite come tutte le altre dalla pandemia, anche per le mostre di moda il 2021 è stato un anno difficilissimo. Tuttavia il Met e il Brooklyn Museum a New York ne hanno sfornate due di grande livello: quella a Brooklyn dedicata a Christian Dior addirittura gargantuelica. Seppure di dimensioni non paragonabili, a Parigi, presso le Galeries Lafayette, Martin Margela ha realizzato un progetto per niente comune, dove i confini tra arte e moda si sono fatti più sottile che mai.

10. FINANZA E MADE IN ITALY

Il Prada Boutique Aoyama a Tokyo, progettato da Herzog & de Meuron

Comprano tutto e tutti, spostano a loro piacimento i designer più talentuosi come pedoni su una scacchiera. Il mercato è cosa loro. Sono stati i gruppi finanziari del cosiddetto “lusso” a essere i meno colpiti dalla pandemia. In testa i francesi LVMH (Christan Dior, Louis Vuitton, Fendi…) e Kering (Balenciaga, Bottega Veneta, Gucci…), seguiti dallo svizzero Richemont (Azzedine Alaïa, Chloé, AZ Factory…) e Mayhoola for Investments, fondo sovrano di proprietà dell’emiro del Qatar (Balmain, Valentino…). Da noi svetta Prada, poi arrivano Moncler e OTB Group, ma pure Tod’s, il Trust Brunello Cucinelli e il recentissimo Zegna Group. Il Made in Italy? Definitivamente un ricordo: la borsa non prevede confini o nazioni.

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AutoreVirgil Abloh
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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.