È morto lo stilista Alber Elbaz. Un altro grande talento cade vittima del maledetto virus

Muore a soli 59 anni lo stilista marocchino Alber Elbaz, a causa del Covid-19. Già direttore artistico di Lanvin e prima ancora di Yves Saint Laurent, è stato uno dei pochi veri couturier del XXI secolo.

Alber Elbaz
Alber Elbaz

Personalmente l’ho sempre ritenuto uno dei veri, grandi talenti della moda degli ultimi trent’anni. Di certo non è mai stato fortunato, non come meritava. Sono stati in molti – in realtà molto meno capaci di lui – a godere di un plauso senza paragone superiore. Ma non è il plauso dei media o l’acquiescenza a un sistema capace di individuare, rendere celebre in pochi mesi per poi passare oltre senza rimpianti, a rendere onore al talento. Alber Elbaz era un geniaccio gentile, sorridente e un po’ lunatico, anche nel fisico simile alla maschera di Pierrot. Ma soprattutto assimilabile ad un altro maestro di origini marocchine come lui, quel Azzedine Alaia che è stato forse il primo a discostarsi dalla macchina del fashion prima dell’avvento del Covid-19, prima della creazione dei super gruppi finanziari del lusso, prima dell’esplosione del mercato asiatico come vero punto di riferimento dell’intero sistema moda. Il primo insomma a decidere di fare a meno del sistema. Quanto a Elbaz, è stato invece il sistema a decidere più volte di fare a meno di lui.

ALBER ELBAZ E LANVIN

In ogni caso Elbaz come Alaia, come lo stesso Galliano (altro irregolare) può essere identificato tra i pochi veri couturier visti all’opera in questo XXI secolo. Tutti e tre dotati di un talento fuori misura che pare però non più così richiesto. Nato a Casablanca nel 1961 e cresciuto a Tel Aviv, Elbaz si trasferisce a New York per lavorare nella moda, entrando a far parte del team del designer Geoffrey Beene. Nel 1996 raggiunge a Parigi quello di Guy Laroche. Da allora la capitale francese diviene la sua casa. Nel 2001 assume la carica di direttore artistico di Lanvin che trasforma la polverosa casa di moda in un marchio super cool per signore in cerca di abiti veri: fa il miracolo, trasferendo la sua perizia di couturier nel prêt-à-porter di lusso.

ALBER ELBAZ E YVES SAINT LAURENT

Nel 2015 però a sorpresa viene cacciato tra lo stupore generalizzato a causa di dissapori con la proprietà. Da quel momento e per cinque anni intorno a lui cala il silenzio: fatta eccezione per una sua sporadica apparizione presso il marchio Tod’s: durata brevissima. Ma era già accaduto anche prima della vicenda Lanvin. Nel 1998, nominato da Pierre Bergé direttore creativo di Yves Saint Laurent, resiste solo per tre collezioni. E tuttavia è qui trova per la prima volta la sua dimensione ideale. Perché questo marchio che porta il nome della personalità di maggior rilievo nella storia della moda del secondo dopoguerra è stato l’epitome dello chic parigino, sexy e “intellettuale”. Se questo ultimo vocabolo può non sembrare stonato per l’attività di un sarto, ecco questo è stato il caso.

ALBER ELBAZ E L’USO DEL NERO NELLE SUE COLLEZIONI

Indimenticabile resta la serie di show che Elbaz mette in scena per i suoi abiti utilizzando quasi esclusivamente il nero, tutto nero, sempre nero. Elbaz lo fa proprio mentre il nero si è imposto nella moda internazionale come cifra stilistica di Rey Kawakubo e Johji Yamamaoto, il duo giapponese di stanza a Parigi in quel periodo osannati come i più cool e “concettuali” del momento. Elbaz, tuttavia, utilizza il nero in altro modo, lo fa in riferimento a un tipo di femminilità che guarda alla Catherine Deneuve di Luis Buñuel e alla Charlotte Ramplig di Liliana Cavani. Di giapponese insomma in lui non c’è proprio nulla. In Elbaz l’innamoramento per il genere femminile è pervasivo: questo marocchino cresciuto a Tel Aviv è stato forse il più europeo, francese e parigino di tutti. Lo chic impalpabile ma inarrivabile di Yves St Laurent lui lo ha portato alle estreme conseguenze: lo ha saputo rendere ancora una volta contemporaneo, elegante, sexy, ma pure sorridente e dotato della necessaria ironia. Elbaz aveva ri- esordito di recente in joint venture con l’appoggio del mega gruppo del lusso Richmond. Il suo nuovo progetto AZ Factory, nelle intenzioni di chi lo finanziava, avrebbe dovuto avvicinarlo alla Gen Z. L’impedimento questa volta è arrivato dall’esterno.

-Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. In questo periodo ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualemnte è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiuesta”, direttore della piattaforma super local SudStyle.it. Senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide. A Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Nel 2021 ha fondato La Cernobbina Artstudio. Svolge la sua attività di visiting professor per Accademie del nord come del Sud della penisola.