Fashion Week di Milano, New York, Londra e Parigi. Un reportage green

Il sistema valoriale dei consumatori di GenZ e Millennial dicono che non si può più aspettare per pensare alla sostenibilità nel mondo della moda. Tutto sta cambiando, non tutti lo stanno capendo

Ha senso tutto questo? Il ritorno delle presentazioni in presenza scardinato dalla pandemia ora (quasi) sotto controllo è stato salutato da molti operatori come un ritorno alla vita. Ottimo. Ma tutt’altro che ragionevole (perfino criminale?) è pensare di poter seppellire sotto la sabbia della dimenticanza anche i giganteschi i problemi di sostenibilità che il settore porta con sé. Si tratta solo di punti di vista? Non più: lo certificano le innumerevoli indagini sul sistema valoriale dei consumatori di GenZ + Millennial (il 60% del mercato del lusso a partire dal 2025). Lo hanno recepito i più talentuosi tra i nuovi designer, lo ammettono i portavoce delle più potenti conglomerate del lusso e addirittura organi istituzionali come la Fédération francese o la Camera della Moda Italiana. Una recente analisi finanziaria di BlackRock, il più grande asset manager del mondo, indica che la sostenibilità sarà una parte sempre più importante di ogni business di successo e che la pandemia di Covid-19 ha accelerato la sua importanza agli occhi degli investitori. Una recente indagine del Censis ha messo in luce come il 68% degli italiani ritiene la sostenibilità prioritaria e il 63% conosce gli investimenti basati su questi criteri, e il 52,5% (per la maggioranza giovani e laureati) pare interessato a metterci soldi, un modo per investire bene e dare prova dei valori nei quali si crede. L’industria della moda ha già compiuto alcuni cambiamenti significativi verso pratiche più sostenibili, in gran parte perché i consumatori le hanno richieste. Al IUCN World conservation program, tenutosi a Marsiglia all’inizio dello scorso settembre, Antoine Arnault, responsabile per LVMH, e Marie-Claire Daveu, responsabile per Kering, hanno entrambe sottolineato la dipendenza del lusso dalla natura. “Non c’è champagne senza uva, non c’è prêt-à-porter senza seta e cotone, non c’è profumo senza fiori”, così si è espressa la figlia del Presidente di LVMH. “Il nostro ruolo è restituire ciò che prendiamo in prestito dalla natura. Consideriamo la protezione e la rigenerazione della biodiversità un’opportunità creativa piuttosto che un vincolo”. Fanno sul serio? Sembrerebbe di sì. Inconsuete anche le prese di posizione degli organismi istituzionali come la Fédération de la Haute Couture et de la Mode ha contattato il gigante della revisione Pricewaterhouse Coopers per sviluppare strumenti di misurazione gli impatti ambientali, sociali ed economici delle sue numerose sfilate. Già la Copenaghen Fashion Week aveva introdotto un test pilota nel gennaio 2021 di un sistema in cui le case dovranno soddisfare standard minimi e ottenere i punti necessari da 2023 per partecipare all’evento. La Camera della moda italiana ha dapprima applaudito a queste iniziative e poi – durante la recente fashion week – ne ha annunciato per il futuro di proprie. Resta il fatto che a muoversi con decisione in questa direzione, o perlomeno a dare segnali concreti di interesse, durante i 27 giorni che hanno visto le FW di New York, Londra Milano e Parigi in azione di brand se ne sono visti pochi pochissimi. Qui di seguito proviamo a farne l’elenco.

– Aldo Premoli

1. NEW YORK

Gabriela_Hearst_Spring_2022

Hillary Taymour di Collina Strada, ha inaugurato la prima delle Fashion Week di questa stagione. Questo brand, apparso di recente, ha fatto da subito della sostenibilità dei suoi capi un punto di forza, con uno show ambientato nella fattoria sospesa del Brooklyn Grange, un’oasi di 5,6 acri in cima a un magazzino convertito nel Brooklyn Navy Yard.
Gabriela Hearst si è distinta sin dall’inizio per la sua collaborazione con organizzazioni no-profit e questa volta in particolare con Manos dell’Uruguay e il boliviano Madres & Artesanas Tex. I primi sono responsabili di un paio di bellissime rune grosse, e il secondo di pezzi in un uncinetto multicolore di calibro più fine basato su un dipinto astratto e vorticoso che Hearst ha realizzato con i suoi bambini. Hearst ha sfilato più tardi anche a Parigi dove dalla scorsa stagione è stata chiamata a disegnare il marchio Chloé di proprietà del super gruppo del lusso Richemont.

2. LONDRA FASHION WEEK

JW Anderson ss22

Un designer che non crede affatto che “tutto tornerà come prima” è Jonathan Anderson. Ha così deciso di non presentare la collezione che porta il suo nome e ha invece proposto una versione del calendario del gommista, ma fotografato e interpretato da un Juergen Teller, propenso quest’ultimo a fare anche da pin up tra uno pneumatico da camion e un altro alternandosi ad abiti ed accessori che degli pneumatici riprendono il disegno antisdrucciolo. Dal duo Paula Sello e Alissa Aulbekova di Auroboros come di consueto è arrivata la proposta di abiti digitali che producono il 97% in meno delle emissioni rispetto a qualsiasi altro tipo di abbigliamento. Durante la London FW hanno messo in funzione un abito che imitando il ciclo di vita della natura, è cresciuto e poi sfaldato in pochi giorni. Una “dimostrazione” di come il design possa comprende innovazione, sostenibilità e immersione.

3. MILANO FASHION WEEK


Al Fashion Hub allestito alla Permanente, nello specifico la sezione Designers For The Planet, il 21 settembre è stato consegnato il Young Designer DHL Award 2021 per il “design glamour e sostenibile”. Presentate in piccoli spazi 3 le collezioni: quella di Tiziano Guardini, Gilberto Calzolari e Re-Generations (di Diletta Cancellato). Nel calendario ufficiale erano presenti anche Vitelli conosciuto per la sua maglieria sostenibile, Francesca Marchisio e Laura Strambi. Tra i big in passerella solo Marni, per cui Francesco Risso ha pensato a vestire 400 persone, i modelli con la nuova collezione mentre artisti e ospiti dello show con spezzati in cotone riciclato dipinti a mano. Per Risso si è trattato di rendere il punto di una riflessione che alla maggior parte dei suoi colleghi risulta estranea: l’autenticità conta più dell’aspirazione nel 2021.  Il pubblico presente allo show però lo ha capito immediatamente.
Vogliamo passare alla conta? 7 su un totale di 204 appuntamenti in calendario: questo il riscontro degli annunci “virtuosi” della CNMI… Eppure il giorno seguente la chiusura della FW proprio a è partito il Youth4Climate che ha portato nella capitale lombarda 400 esponenti dei movimenti giovanili provenienti dai 197 paesi del mondo in preparazione del prossimo preoccupatissimo congresso ONU Cop26. Eppure era già stato annunciato il Fridays for Future del 1° ottobre con lo Sciopero Globale per il Clima. In questa occasione personalità non proprio qualsiasi come Papa Francesco e il premier Mario Draghi hanno dichiarato ufficialmente solidarietà con i GenZ e i Millennial schierati al fianco di Greta Thunberg: ma niente a Milano il secondo settore più inquinante al mondo ha deciso di fare finta di niente.

4. PARIGI FASHION WEEK

Botter Spring 2022

Con la più classica delle comunicazioni greenwashing il super gruppo del lusso Kering ha fatto sapere di aver bandito l’utilizzo della pelliccia da tutte le sue collezioni. “Interrompere l’uso della pelliccia è un altro passo avanti nel nostro impegno per il benessere degli animali, ed è in linea con il nostro impegno per la sostenibilità. Il lusso moderno è anche lusso etico. È fatto di savoir faire, tradizione, design, qualità dei prodotti, proteggere il pianeta, proteggere le persone: puoi anche mettere un ombrello con la produzione etica”. Bel colpo! Kering non vanta all’interno dei suoi numerosi marchi moda nessuno specialista in questo tipo di lavorazione, a differenza del suo primo competitor LVMH che con Fendi “vanta” il marchio tradizionale di pellicceria più celebre al mondo.
Rushemy Botter e la sua compagna, Lisi Herrebrugh sono designer radicali. Chiamiamolo un segno dell’escalation dell’emergenza climatica e della natura mutevole dell’ambizione tra i talenti emergenti di oggi. Durante il periodo di inattività della pandemia, hanno lavorato per allestire un vivaio di coralli al largo dell’isola caraibica olandese di Curaçao. Per la primavera del 2022, hanno fatto un ulteriore passo avanti lavorando con l’organizzazione ambientale no profit Parley for the Oceans. Il 60% dei loro tessuti è stato prodotto da Parley utilizzando plastica oceanica riciclata, il che è costato loro mesi di sperimentazione e test di lavaggio: ma loro lo considerano però l’unico modo di procedere “liberatorio”.
Gabriela Hearst che ha presentato la collezione che porta il suo nome a New York all’inizio dello scorso mese disegna e presenta Chloé a Parigi. Hearst appartiene a pieno diritto al manipolo di designer che parlano ancora apertamente di sostenibilità. La stilista ha affermato di essere determinata a utilizzare questo brand come piattaforma per segnalare attraverso l’etichetta Chloe Craft capi solo apparentemente semplici ma impossibili da realizzare se non a mano. Per la collezione parigina ha lavorato con tecniche che non possono essere imitate dalle macchine e padroneggiate solo dalle mani dell’uomo. Per questa collezione dichiara di aver utilizzato per il 58% materiali a basso impatto, attraverso il riciclaggio e l’approvvigionamento da aziende agricole con particolare attenzione alla salute del suolo e al benessere degli animali. Molti i grembiuli e i caftani, gli abiti a vita bassa e capi di lino larghi: un tranquillo promemoria di quanto sia diventato complesso il mondo in cui viviamo.
Dries Van Noten non è un designer dell’ultima generazione ma di talento coraggio e cervello ha sempre dimostrato di averne molto. La sua ultima collezione è coloratissima, esplosiva persino euforica… tuttavia la presentazione in presenza non c’è stata, al suo posto un video girato i tre giorni. Van Noten ha ritenuto che non fosse il momento giusto per lasciarsi alle spalle la modalità di comunicazione digitale: non se l’è sentita di “tornare indietro”. Si è convinto che l’enormità dell’esperienza che abbiamo vissuto – e l’incertezza con cui stiamo ancora vivendo – ha causato un cambiamento psicologico ancora non chiaro ma permanente in ciò che decideremo di acquistare.

5. UNA LEADER NATURALE


Continuo a chiedermi: quali sono le prospettive per la moda?‘” ha spiegato Marine Serre durante l’anteprima della sua presentazione “Ma nella vita reale, vedi le persone che fanno durare ciò che hanno, condividendolo tra loro. Questo è l’approccio che voglio adottare con i capi, estendendoli alla vita”. Per la primavera del 2022, anche Serre ha deciso di creare un film e non una sfilata: per il suo talento è senza dubbio una leader naturale di questa pattuglia di nuovi designer. Nelle sue collezioni il 45% dei materiali viene rigenerato, mentre un altro 45% viene riciclato da quanto ordinato ma non ha usato in precedenza. Il tutto con una grazia e una concretezza che marchi non indipendenti ma con molte più risorse potrebbero emulare.

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.