Classe 1994, durante il lockdown le architette Francesca Borea e Giulia Pederzini hanno sviluppato Wunderkammer, un’interpretazione contemporanea del tradizionale “gabinetto delle curiosità”. Dal web, dove è nato e cresciuto, il progetto approda questo fine settimana al Festival Filosofia di Modena.

Il lockdown dei mesi passati non è stato fonte di sola negatività: per alcuni è stato lo spunto per la nascita di proposte, iniziative stimolanti e nuovi dialoghi. È il caso di un progetto nato dal pensiero di due giovani architette laureate all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Francesca Borea e Giulia Pederzini, a pochi giorni dall’inizio della quarantena in Italia, hanno dato vita al progetto Wunderkammer, un’interpretazione contemporanea del “gabinetto delle curiosità”, che raccoglie opinioni internazionali e intra-professionali sul tema dell’architettura resiliente. “Nella prospettiva di un presunto cambiamento, cambierà? E nel caso quale sarà il ruolo dell’architetto?”: questa è la domanda che le due giovani professioniste hanno rivolto ad architetti, artisti, fotografi e a partire dalla quale hanno dato vita a un atlas di pareri e riflessioni, di parole, citazioni, immagini e video, tutti diversi e tutti basati sulla situazione attuale, ma proiettati al futuro. La domanda viene fatta lasciando sempre totale libertà di replica, così da far emergere a pieno il parere e la sensibilità di chi risponde senza influenzarlo. Il risultato? Una raccolta ricca che parla linguaggi differenti, consultabile anche via Facebook e Instagram.

Stefano Graziani, Riflessione del giorno, 04.06 © Stefano Graziani
Stefano Graziani, Riflessione del giorno, 04.06 © Stefano Graziani

INTERVISTA A FRANCESCA BOREA E GIULIA PEDERZINI

Com’è nato il progetto Wunderkammer?
Siamo due architette neolaureate. Come tutti avevamo molto in programma per questo 2020, ma il lockdown ha sconvolto anche i nostri piani. Partendo da questo, ci siamo genuinamente interrogate su quale sarebbe stato il nostro ruolo come architette in questo periodo storico e anche in che modo stessero reagendo gli altri architetti, emergenti o affermati che fossero. Ci è quindi sembrato fondamentale e urgente parlare di questa tematica, soprattutto in un periodo in cui eravamo costretti a stare chiusi in casa, con più tempo per pensare e per aver a che fare con un ambiente domestico realizzato da un architetto o da altro professionista del settore. Abbiamo pensato di provare a coinvolgere altre persone interrogandole sul concetto dell’architettura, sia in termini di resilienza, sia di partecipazione: per noi l’architetto è soprattutto una professione attiva che ha come punto fondamentale la discussione in grado spesso di originare pensieri interessanti.

Cosa avete tratto dal progetto finora e come avete intenzione di svilupparlo ulteriormente?
Lasciando sempre la risposta libera agli invitati, è stato interessante vedere come il progetto sia venuto da sé. Le riflessioni hanno seguito un andamento ben preciso, nello specifico tre fasi: nella fase di lockdown, in cui eravamo fermi nelle rispettive mura domestiche le risposte erano più malinconiche, a volte spaventate; le immagini raccolte raffiguravano perlopiù spazi domestici. La seconda fase è cominciata quando, per fortuna, la situazione ha cominciato a sbloccarsi. In questa circostanza abbiamo iniziato a notare che le varie riflessioni cominciavano a essere più positive e anche interessate a capire meglio lo spirito del progetto. La terza fase è invece quella in cui siamo ora. La domanda posta è sempre la stessa, ma la vita ha ripreso a scorrere (quasi) normalmente: le risposte sono più costruttive e spesso ci viene chiesto più tempo per formularle e dare forma a un contenuto completo. La nostra domanda non ha mai voluto essere un angosciante quesito legato per forza al periodo buio, ma un momento per riflettere e per mettere in discussione il ruolo dell’architetto non solo nel momento del Covid-19, ma più in generale.

Tiziano Schurch, Riflessione del giorno, 14.08 © Tiziano Schurch
Tiziano Schurch, Riflessione del giorno, 14.08 © Tiziano Schurch

UN GABINETTO DELLE CURIOSITÀ SU ARCHITETTURA E PANDEMIA

Come avete selezionato i partecipanti?
Siamo partite con un’idea abbastanza chiara, ma senza avere delle aspettative ben precise.
Abbiamo iniziato con il chiedere il parere a figure a noi vicine, come i professori dell’università; pian piano ci siamo rese conto che questa richiesta di partecipazione al progetto, che in quel momento non poteva che avvenire in maniera telematica, veniva accolta di buon grado e abbiamo cominciato a estendere il raggio di azione. Abbiamo interpellato anche professionisti o studi che non conoscevamo direttamente, oltre a designer e artisti. Questo per comprendere meglio come fosse visto e vissuto lo spazio, anche a livello psicologico, da figure creative che normalmente però non lo progettano. L’intenzione è quindi quella di cercare di rendere il progetto sempre più vario e interdisciplinare.

Il periodo della quarantena è stato molto duro. Voi siete riuscite a cogliere un aspetto positivo dando origine a Wunderkammer. In base a quanto raccolto finora, come hanno vissuto il periodo i professionisti da voi interpellati?
È stato stimolante avere riscontri da altri studi giovani come noi. Per alcuni, ad esempio, quel periodo si è rivelato un’opportunità per una tregua alla vita lavorativa frenetica che spesso non ha luoghi oppure orari, tanto che molti erano già abituati allo smartworking e il doversi fermare per forza ha permesso loro di investire più tempo ed energie sia sulla ricerca dei propri progetti, sia di partecipare a progetti come il nostro. Alternate a queste abbiamo poi ricevuto riflessioni di architetti affermati che ci hanno proposto visioni più didattiche, volte anche a un fine formativo.

Per esempio?
L’architetto Paolo Canevascini, ad esempio, ha dato uno spunto sul modo di guardare la propria casa e gli elementi che la compongono. L’architetto Matteo Ghidoni invece si è interrogato su cosa sia davvero essenziale: per lui lo erano anche un quaderno e una matita, ma durante l’emergenza, non avendo accesso a quei beni, ha trovato l’occasione per mettersi in discussione. Oppure per Enrique Norten (TEN Arquitectos) la società del domani sarà sempre ambientata in un contesto di densità urbana e anche se in questo periodo lo spazio pubblico è messo in discussione, lo scappare verso una dimensione rurale o isolata non può essere un’opzione di salvezza.

Dopo aver raccolto i vari punti di vista, che pensiero avete voi? Quale potrebbe essere il ruolo dell’architetto da ora in poi?
Il nostro pensiero continua a formarsi pian piano ed è stato influenzato di tutti i contributi che abbiamo ricevuto e che continuiamo a ricevere.
Secondo la nostra esperienza, il ruolo dell’architetto va riscattato in termini di progettazione, ma soprattutto va messo in discussione per capire quale sia il vantaggio dell’essere interpellati come progettisti. L’architetto deve essere pronto a comprendere i nuovi meccanismi che caratterizzeranno la vita dell’uomo da qui in avanti, così da sviluppare soluzioni che rispondano alle esigenze dell’immediato, ma che rimangano utili e coerenti con il futuro. Sarà utile quindi guardare al passato e analizzare le soluzioni prese da architetti che si sono trovati prima di noi a dover dare forma ad architetture che richiedevano nuove impostazioni, come Le Corbusier, Wright, Aalto e molti altri. Altre emergenze sanitarie passate sono state utili alla trasformazione e all’evoluzione dell’architettura, dei materiali da costruzione e del vivere gli spazi: speriamo quindi che in termini ampi, non solo a livello della nostra professione, ma anche in ambito sanitario e sociale, si possa trarre da questa pandemia uno spunto verso il progresso.

Sara Villani

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Sara Villani
Architetto. Nasce a Cuneo in un sabato di maggio del 1994 e dopo aver terminato Liceo Classico si trasferisce in Svizzera. Si laurea all’Accademia di Architettura di Mendrisio (AAM) in cui ha la possibilità di frequentare gli atelier di architetti dal valore internazionale. Tra il 2015 e il 2016 stanca della Svizzera scappa per un anno a Lisbona e oltre a lavorare in uno studio di progettazione si innamora della lingua e della cultura del posto. È appassionata dell’architettura e del design del secondo Novecento, ma oltre a questo ama l’arte, il cinema, il buon cibo e leggere libri (meglio se di Saramago).