Agitare, educare, organizzare. Una conversazione con il collettivo indonesiano che è a Venezia con due progetti
In occasione della doppia presenza in laguna del collettivo Taring Padi che per Sale Docks e l’Institute for Radical Imagination ha realizzato una mostra e un intervento pubblico, ci siamo fatti raccontare la loro pratica da uno dei fondatori, Alexander Supartono
In un momento storico segnato dall’intensificarsi di guerre e dal progressivo irrigidimento delle politiche repressive in Italia e in Europa, Sale Docks – spazio artistico attivista nato da un’occupazione nel 2007 e oggi polo cruciale per pratiche artistiche e politiche autonome e internazionaliste – invita il collettivo indonesiano Taring Padi a Venezia per collaborare alla realizzazione di due grandi progetti. Da un lato l’esposizione Taring Padi: People’s Liberation, che riattiva lo striscione come dispositivo di propaganda, mobilitazione e resistenza; dall’altro un intervento nello spazio pubblico veneziano, che vede il collettivo e la comunità locale coinvolti nel ridipingere le mura di uno storico centro sociale della città (Laboratorio Occupato Morion), un gesto di restituzione alla comunità, che estende i temi della mostra nel tessuto cittadino.

La storia di Taring Padi
Taring Padi è stato fondato nel 1998 a Yogyakarta da studenti e attivisti in risposta ai cambiamenti sociopolitici dell’Indonesia durante il periodo di riforma. Proteste di strada, laboratori di xilografia, carnevali artistici ed esposizioni in spazi non convenzionali caratterizzano la loro pratica. Il collettivo lavora insieme a comunità agricole e di pescatori e sviluppa alleanze politiche eterogenee. Striscioni, poster xilografici, pupazzi in cartone e il gruppo musicale Dendang Kampungan sono strumenti per agitare, educare e organizzare comunità e azioni di solidarietà.
Taring Padi a Venezia
La mostra, sviluppata con il supporto di una rete transnazionale di organizzazioni e movimenti, estende e trasforma la controversa esperienza di People’s Justice – striscione esposto e successivamente rimosso durante documenta 15 – restituendolo a una dimensione itinerante e collettiva di lotta. Dopo lo smantellamento dello striscione a giugno 2022, Taring Padi ha recuperato l’opera e l’ha trasformata in una piattaforma per agitare, educare ed organizzare. Tra il 2023 e il 2026, il collettivo ha sviluppato una nuova serie di striscioni People’s Justice, prodotti in gran parte in collaborazione con organizzazioni e collettivi internazionali. In questo scenario, segnato anche dalle tensioni legate alla Biennale di Venezia 2026 e dalle campagne di boicottaggio promosse da reti come l’Art Not Genocide Alliance, la presenza di Taring Padi assume una rinnovata urgenza: non solo come pratica artistica, ma come intervento mirato a ridefinire i rapporti tra arte, politica e produzione di soggettività.

Conversazione con il collettivo Taring Padi
Vorrei partire dall’uso che fate delle immagini: puppets, striscioni, sagome wayang – figure provenienti dalla tradizione del teatro d’ombre indonesiano storicamente legata alla trasmissione di narrazioni mitologiche e popolari – che nel vostro caso emergono da esperienze laboratoriali e processi condivisi. Nella vostra pratica, tali immagini vengono riattivate in chiave pedagogica e politica e il dispositivo visivo diventa anche uno spazio di costruzione di alleanze, capace di connettere soggetti e contesti eterogenei. Come si articola in contesti locali e internazionali questo processo di riattivazione?
Conosciamo queste immagini a memoria perché ci siamo cresciuti: da bambini guardavamo il teatro delle ombre per tutta la notte e queste figure ricompaiono in molte forme di cultura popolare che hanno segnato la nostra formazione. Nel contesto indonesiano sono immagini estremamente familiari e immediatamente riconoscibili. Con Taring Padi, il loro valore d’uso viene trasformato in strumento di agitazione, propaganda e organizzazione attraverso un preciso posizionamento ideologico. Il collettivo introduce elementi politici in un linguaggio visivo già esistente e profondamente interiorizzato dai suoi membri, riattivandolo in forme diverse — manifesti linoleografici, marionette di cartone, grandi striscioni — a seconda delle necessità.
La scelta del medium dipende dal contesto d’azione. Gli striscioni sono centrali soprattutto per la loro scala e per la costruzione narrativa che richiedono, permettendo a ogni membro di esprimere la propria sensibilità visiva all’interno di un tema condiviso. È questo a sostenere la riattivazione dell’iconografia tradizionale nel presente. Anche nelle collaborazioni internazionali il metodo resta invariato: più che adattare l’iconografia ai contesti locali, la mettiamo in gioco come strumento di apprendimento reciproco e di dialogo con altre tradizioni visive. In questo senso, la produzione di grandi banner internazionali diventa uno spazio di scambio e co-apprendimento.
La mostra Taring Padi: People’s Liberation presso Sale Docks segna un passaggio importante in cui il dispositivo dello striscione, a seguito della rimozione di People’s Justice a documenta 15, viene riattivato non più come oggetto espositivo, ma come dispositivo collettivo di lotta. In questo contesto, i nuovi banner sembrano funzionare meno come opere finite e più come piattaforme aperte, costruite attraverso collaborazioni con movimenti e comunità transnazionali…
Per affrontare questo tema bisogna partire da ciò che è accaduto a documenta 15 nel 2022. Le nostre opere non sono mai davvero concluse, perché non le consideriamo “opere” nel senso tradizionale, ma strumenti politici. Un lavoro prende forma solo quando viene attivato all’interno di un’azione politica. Esiste certamente un momento di completamento tecnico — la firma, il fissativo, la protezione del colore — ma il vero processo inizia quando il lavoro entra in circolazione e viene esposto in differenti contesti politici. In questo senso, il nostro approccio è vicino al concetto di “opera aperta” di Umberto Eco: un continuum più che un oggetto chiuso.
Ma tornando a documenta…
Quanto accaduto a documenta 15 e il modo in cui abbiamo risposto alla controversia rappresentano una naturale prosecuzione del nostro metodo di lavoro. Di fronte alle accuse di antisemitismo, il primo impulso è stato capire cosa non funzionasse continuando al tempo stesso a lavorare insieme, secondo uno dei principi fondanti di Taring Padi fin dal 1998. Abbiamo approfondito i temi dell’antisemitismo, dei suoi tropi e dei suoi usi propagandistici entrando in dialogo con un’organizzazione ebraica progressista. Attraverso le reti nei Paesi Bassi, in particolare Framer Framed, siamo stati messi in contatto con Casa do Povo. Da lì il processo si è ampliato coinvolgendo il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra e reti internazionali come Tricontinental. È così nata People’s Justice No. 2: Retomar Nossa Terra, avviando una serie sviluppata poi attraverso collaborazioni con compagni palestinesi (People’s Justice No. 7), con ProppaNow e con altre comunità con cui collaboriamo da oltre vent’anni.
Avete realizzato anche un intervento sul territorio veneziano, ridisegnando le mura di uno storico centro sociale della città e donando alla comunità un’opera d’arte pubblica. Cosa significa per voi attivare questo tipo di pratica in una città come Venezia, attraversata, specialmente in questo momento storico, da forti tensioni tra istituzioni e movimenti cittadini?
Il lavoro più recente nasce da una collaborazione con l’Institute of Radical Imagination (No. 9). Guardando indietro, ci si potrebbe chiedere perché queste collaborazioni sembrino svilupparsi con tanta naturalezza. La risposta risiede nel fondamento politico della nostra pratica. Il nostro obiettivo non è semplicemente produrre opere d’arte: il lavoro emerge come necessità all’interno di pratiche più ampie – campagne, sostegno a cause politiche, solidarietà internazionale, difesa dei territori. In questo senso, i grandi striscioni non sono un fine in sé, ma strumenti all’interno di processi più estesi. È così che si sviluppa il nostro lavoro, ed è in questo modo che continueremo a operare.

Esporrete, quindi, l’intera serie di lavori a Sale Docks?
Sì, li presenteremo dopo quattro anni. È significativo perché, proprio a seguito della controversia, ci siamo ritrovati a produrre tra gli otto e i dieci grandi striscioni coinvolgendo persone e organizzazioni dentro e fuori dal mondo dell’arte, attraversando quattro continenti: Sud America, Europa, Australia e Asia. Non era qualcosa di pianificato: abbiamo semplicemente seguito il processo, lasciando che le collaborazioni emergessero naturalmente ogni volta che gli interessi politici si allineavano. Negli ultimi anni, inoltre, ci siamo avvicinati sempre più profondamente alla causa palestinese. Anche questo non era previsto, ma è emerso spontaneamente nel corso del lavoro collettivo, diventando sempre più visibile nella sequenza degli striscioni. Credo sia importante leggere questo aspetto come una necessità storica: accade perché è urgente, importante e perché sentiamo il bisogno di prendere posizione.
I vostri striscioni, spesso di grande formato, diventano quasi delle scenografie ambientali: occupano lo spazio, lo ridefiniscono e diventano punti di aggregazione. Come si trasforma questa funzione quando gli striscioni si spostano da contesti di lotta situati – come le proteste in Indonesia – a piattaforme internazionali? Cosa si guadagna o si perde in questo passaggio?
A dire il vero, non abbiamo una soluzione fissa. Rispondiamo di volta in volta, a seconda di ciò che ci sembra più urgente e di ciò che siamo in grado di sostenere. Seguiamo ciò che appare più importante in un determinato momento. Per quanto riguarda il cambiamento che menzioni, non lo percepiamo davvero come una trasformazione. Tutto avviene in modo piuttosto organico. La collaborazione a San Paolo, per esempio, o quella con i nostri compagni palestinesi—si è sviluppata del tutto naturalmente. Una ragione fondamentale è che non facciamo affidamento su finanziamenti. Taring Padi non ha mai fatto richiesta di fondi. Ed è un punto importante. Per esempio, la mostra a Sale Docs non ha alcun finanziamento istituzionale alle spalle.
Guardando all’insieme delle vostre pratiche mi sembra che si producano, oltre a strumenti di rappresentazione, vere e proprie modalità di stare insieme e di muoversi nello spazio pubblico. Mi piace immaginare gli artisti come soggetti capaci di incidere nella realtà su più livelli, anche sui processi collettivi e politici – sono temi che stiamo attraversando anche nello spazio che gestisco a Venezia. In questo senso, avete mai sperimentato nuove “coreografie” della mobilitazione politica? Forme altre, cioè, di abitare lo spazio pubblico per esprimere un dissenso?
Di solito non pensiamo in questi termini in anticipo. Quello che facciamo, piuttosto, è mettere a disposizione le nostre competenze in risposta a situazioni o lotte politiche molto specifiche. In una delle nostre attività più recenti, per esempio, un gruppo di abitanti di un villaggio si è rivolto a noi perché il loro fiume era stato contaminato da rifiuti tossici scaricati da una fabbrica tessile. Così siamo andati lì, abbiamo ascoltato e cercato di comprendere la loro situazione. Poi abbiamo lavorato insieme per esprimere le loro preoccupazioni attraverso le forme che conosciamo: workshop, momenti condivisi, musica, danza, stampe e materiali visivi. A un certo punto è nata l’idea di organizzare una sorta di “festival del fiume”, più simile a un rituale collettivo che a un festival europeo. Abbiamo fatto offerte al fiume, attraversato il villaggio con marionette e suonato musica con strumenti tradizionali. In questo modo è emersa una forma alternativa di mobilitazione politica, sviluppata organicamente attraverso il coinvolgimento diretto con la comunità.
Nel vostro lavoro, la produzione artistica si intreccia con pratiche di commoning e con processi pedagogici, dai workshop alla creazione condivisa delle opere, configurandosi come uno spazio di produzione di relazioni, conoscenza e azione. Questa dimensione come riesce a durare nel tempo? Non tanto nel trasmettere contenuti, ma nel sostenere forme di continuità, di legame e di solidarietà tra soggetti diversi?
Non sempre, ma in generale tendiamo a lavorare con le persone per periodi molto lunghi.
Da Sale Docks c’è una serie di striscioni intitolata Kendeng Lestari (No. 5), dove lo striscione principale è accompagnato da 34 più piccoli. Dieci di questi contengono iscrizioni – mantra e preghiere – della comunità con cui lavoriamo da più di 20 anni.
È estremamente raro, non solo nel sistema dell’arte, riuscire a mantenere questo tipo di continuità nel tempo all’interno di un territorio specifico…
Una delle ragioni per cui siamo riusciti a lavorare così a lungo con queste comunità è che non siamo obbligati a farlo: è una scelta deliberata. Spesso i progetti comunitari dipendono dai finanziamenti e si interrompono quando i fondi finiscono; nel nostro caso, invece, il rapporto si basa su legami costruiti nel tempo. Diventiamo amici: ci invitano ai rituali o quando hanno bisogno di supporto, e noi facciamo lo stesso con loro. Anche per documenta 15 abbiamo organizzato workshop insieme alle comunità con cui collaboriamo. In alcuni casi il rapporto diventa ancora più stretto e la continuità si sviluppa naturalmente. Il nostro studio, alla periferia di Yogyakarta, si trova in un piccolo villaggio dove alcuni membri del collettivo hanno scelto di vivere. Partecipiamo alla vita quotidiana della comunità — eventi culturali, celebrazioni, carnevali per l’Indipendenza indonesiana e spettacoli di marionette — e queste attività non sono “progetti” separati, ma semplicemente parte della nostra vita quotidiana.
Questo è molto importante, è la dimostrazione di una pratica in cui arte e vita coincidono.
Esatto, l’arte è intrecciata alla vita.

La vostra pratica emerge da una dimensione collettiva che non è solo un metodo produttivo, ma una vera e propria posizione politica: l’assenza di autorialità individuale, la condivisione dei processi, il coinvolgimento di comunità diverse. Come questa dimensione si traduce concretamente nella gestione quotidiana del collettivo? E in che modo riuscite a mantenere nel tempo un equilibrio tra apertura, inclusività e coerenza politica, senza che il collettivo si irrigidisca o, al contrario, si disperda?
È molto difficile: da fuori può sembrare tutto bello, ma dall’interno è un processo quotidiano fatto di discussioni, e talvolta tensioni. Quando chiedono a Taring Padi quale sia la “ricetta” per durare così a lungo, rispondo sempre che non esiste una formula: vengono prima l’amicizia, poi l’ideologia e il rapporto dinamico tra le due. Siamo prima di tutto amici e condividiamo un orizzonte politico comune, chiaramente di sinistra, in cui convivono componenti anarchiche legate alle scene punk e underground e posizioni più marxiste-leniniste o comuniste. Nel tentativo di tradurre queste idee nella pratica, le relazioni si rafforzano fino a diventare una sorta di famiglia. Se qualcuno ha bisogno di cure mediche, soldi per la scuola o supporto per costruire una casa, ci aiutiamo. Cresciamo insieme, condividiamo la vita quotidiana e questo rafforza anche l’impegno politico. Quando arrivano opportunità legate al sistema dell’arte mainstream, ci chiediamo sempre cosa significhino per Taring Padi. Credo sia questo che ci ha permesso di durare quasi trent’anni.
Dopo documenta 15 le cose si sono complicate. Siamo diventati più visibili, le istituzioni hanno iniziato a interessarsi ai nostri lavori e con il denaro sono arrivate nuove tensioni. Prima di documenta tutto funzionava secondo equilibri diversi.
Documenta è stata la prima volta che avete partecipato a una grande mostra istituzionale?
Sì, dopo 22 anni. Prima ci eravamo volutamente collocati fuori dal sistema dell’arte contemporanea. La partecipazione a documenta 15 è nata grazie a ruangrupa: Ade Darmawan ha contattato Hestu, che conosceva dai tempi della scuola. Non avevamo mai lavorato insieme e proveniamo da approcci diversi: ruangrupa è più urbana e politicamente meno esplicita rispetto a noi. Ma c’è sempre stato rispetto reciproco. Ade ci ha invitati proprio riconoscendo il lavoro portato avanti da Taring Padi negli ultimi ventidue anni.
Tornando alla domanda, come vi organizzate?
All’inizio, nel 1998, avevamo una struttura molto rigida, ispirata ai modelli classici della sinistra: presidente, segretario generale, ufficio propaganda, commissione etica. Ma col tempo quella struttura ha smesso di funzionare, soprattutto quando molti membri si sono trasferiti all’estero o in altre città. Oggi il nostro nome ufficiale è “Collettivo di lavoratori dell’arte, Taring Padi”. Significa che siamo tutti uguali e che non esiste una gerarchia fissa. Le decisioni vengono prese collettivamente nelle assemblee, che chiamiamo majelis, spesso online. Tutti hanno lo stesso peso decisionale, e questo rende tutto molto complesso: basta un disaccordo per riaprire l’intera discussione.
Quanti siete nel collettivo?
Siamo circa 17 membri attivi distribuiti tra Indonesia, Australia ed Europa, e già gestire i fusi orari è complicato. In questo periodo, mentre prepariamo la mostra, stiamo lavorando anche a un progetto a Londra. Vivo in Inghilterra e seguo io quella parte: preparo report, raccolgo feedback su fondi e logistica, e naturalmente da lì iniziano discussioni e confronti collettivi. Questo è il funzionamento di Taring Padi. Per la divisione del lavoro ci ispiriamo a un principio di Karl Marx: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Ognuno contribuisce in modo diverso — chi dipinge, chi organizza, chi scrive o parla pubblicamente — ma economicamente adottiamo un sistema pratico: tutti registrano le proprie ore e vengono pagati allo stesso modo. Non esiste una gerarchia nei compensi: un membro della prima generazione riceve la stessa tariffa oraria di uno della quarta.
C’è anche una quarta generazione?
Sì, ora c’è anche una quarta generazione di membri; alcuni sono persino figli dei membri precedenti. Il collettivo evolve e cresce nel tempo, ma in modo molto specifico. Naturalmente esistono dinamiche interne: alcuni membri hanno più influenza di altri, ed è normale. Non è qualcosa di istituzionalizzato, ma chi ha più peso deve esserne consapevole, per mantenere equilibrio e coesione. Quando emergono tensioni – e succede spesso – cerchiamo sempre di tornare ai nostri due pilastri: l’ideologia e l’amicizia, o quello che potremmo definire un legame familiare. È questo che ci aiuta ad affrontare i conflitti.
Il collettivo è aperto a nuovi membri?
Sì e no. Proprio per i legami molto forti che abbiamo costruito – amicizia, ideologia e dimensione familiare – Taring Padi può risultare piuttosto chiuso. In passato il processo era più formale: si compilava un modulo, si seguiva una formazione politica e poi si diventava membri. Oggi non funziona più così. Quando qualcuno chiede come entrare, rispondo semplicemente: passa del tempo con noi, lavora e impara insieme a noi. Non esiste una tempistica precisa. Gradualmente si entra a far parte del collettivo – o della famiglia – e solo dopo, eventualmente, si diventa membri. È così più o meno dal 2012.
Giulia Mariachiara Galiano
Venezia // fino al 31 luglio
Taring Padi. People’s Liberation
SALE DOCKS – Dorsoduro 30100
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