Riscoprire Jorge Luis Borges come critico d’architettura. A 40 anni dalla morte
A giugno cadrà il quarantennale della scomparsa del raffinato scrittore argentino, le cui opere continuano ad affascinare letterati, artisti e scienziati e che, con ironia e sensibilità, si cimentò anche nella critica d’architettura. Ecco come
Il prossimo 14 giugno ricorreranno i quarant’anni dalla morte di Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 1899 – Ginevra, 1986). Una morte di mezz’età, matura ma ancora passibile di una crisi esistenziale che si autointerroga. Che cosa vorrà essere questa “quarantenne”? La celebrazione definitiva di un mito duro da scalfire o la problematica revisione di uno scrittore mai giunto al Nobel, probabilmente per le ombre del suo pensiero sulla politica della sua Argentina?
Jorge Luis Borges: una leggenda o un uomo fragile che vuol esser dimenticato?
Prevediamo che molti celebreranno la ricorrenza e auspichiamo che possa essere almeno occasione per rileggere le sue pagine. Il 2025 ha visto la preziosa pubblicazione di un libro che su di lui scrisse nel 1989 Estela Canto, amica intima di Borges quando lui era ancora uno scapolo proprio di mezz’età. Il libro, scritto con la sincerità che solo l’affetto consente, apre alla comprensione dell’uomo problematico, fragile e originale dietro la leggenda del lettore universale. Rivela quanto le sue letture sterminate fossero in verità più ristrette di quelle che gli invidiamo e ci mostra come amasse più il cinema popolare della compassata musica classica. Ci confida quanto lo entusiasmassero i banditi e le brutali cariche dei guerrieri. Estela Canto ci racconta quanto Borges conservasse come alta immagine poetica quella minacciata del dono dei sei piedi di terra inglese (la porzione necessaria per un tumulo) per coloro che avessero osato sfidare i re d’Albione. Immagine più da gradassi e spacconi che da poeti.

Ricordare Borges a quarant’anni dalla morte
Alla celebrazione del mito contribuiranno numerose agiografie, ma è certo – lo è davvero? – che la morte per Borges avrebbe dovuto percorrere una terza strada se avesse accolto la sua volontà: l’oblio.
“Ah se quell’altro destarmi, la morte,
Recasse un tempo senza più memoria
Del mio nome e di quanto sono stato!
Se mi portasse l’oblio quel mattino!”
(da Il Risveglio da L’altro, lo stesso, 1964)
Ma l’oblio non esiste. Lui stesso lo ribadisce in due poesie sorelle della stessa raccolta L’altro, lo stesso, poesie gemelle Erverness e Ewigkeit, ovvero eternità:
“La sola cosa che non c’è è l’oblio”
Ognuno ha diritto a riprendersi il suo Borges che il sonno non ha disperso.
“So che in eterno non vien meno e arde
Tutto ciò che di bello ho avuto e perso:
La fucina, la luna e quel crepuscolo.”
(da Ewigkeit)
La finzione della critica d’architettura nella produzione di Borges
Come ha scritto Bruno Arpaia nella prefazione al libro di Estela Canto, Borges ha incantato tutti “stuzzicando e affascinando nello stesso tempo fisici, matematici, semiologi, filosofi e architetti”. A costoro, pur considerandosi un semplice uomo di sole lettere, ha spesso invaso il campo. Borges si fece infatti persino critico d’architettura, al di là del suo esser laureato honoris causa come costruttore di labirinti, con quell’alto privilegio del non aver la postura del professionista che “interviene distruttivamente nella materia, logora ciò che è stato fatto, critica le proprie condizioni, e in tal modo è il contrario di quella del dilettante, che sguazza nella creatività. L’opera del dilettante è innocua e pura”, come scrive Walter Benjamin.
Borges come fantasioso dilettante fu scrittore di architettura. Lo divenne nel 1967 quando insieme all’amico di sempre Adolfo Bioy Casares scrive le Cronache di Bustos Domecq, un divertimento letterario con personaggi e contesti di pura finzione. In un capitolo i due sodali si soffermano a raccontare l’emergere dell’“architettura funzionale”. Sintetizzando una cronaca delle tendenze architettoniche oggi (allora) in voga citano due nomi come pionieri: Adam Quincey autore nel 1937 del pamphlet Towards an Uncompromising Architecture e il pisano Alessandro Piranesi. Si riportano passi del pamphlet che così recita: “Emerson, la cui memoria era spesso inventiva, attribuisce a Goethe il concetto che l’architettura è musica congelata. Questa opinione e la nostra personale insoddisfazione per le opere di quest’epoca, ci hanno portato talvolta a sognare un’architettura che fosse, come la musica, un linguaggio diretto delle passioni, non soggetto alle esigenze di un’abitazione o di un incontro recintato. […] Le Corbusier capisce che la casa è una macchina vivente, definizione che sembra applicarsi meno al Taj Majal che a una quercia o a un pesce.”

Le “scelte” architettoniche di Borges
Si ripercorre poi velocissimamente l’evoluzione dell’architettura contemporanea, da quella caotica del Piranesi (l’aver ripescato il nome dell’autore delle Carceri non è casuale per parlare di forme che probabilmente rimanevano indigeste a Borges e Bioy Casares) al sincretismo di Otto Julius Manntoifle, costruttore del Santuario delle Molte Muse che unisce la casa-abitazione, il palcoscenico rotante, la biblioteca circolante, la cappella evangelica, il tempio buddista, pista di pattinaggio, bagno turco e altro ancora. Segue poi il dirompente Maestro Verdussen, artefice di un gioiello con il primo piano pieno di scale, il secondo fatto solo di finestre, il terzo di soglie e così a seguire con tutti gli elementi base dell’habitat dell’uomo moderno in un grande slancio verso l’arte dell’inaccessibile e dell’impraticabile. È noto come la ricerca del Movimento Moderno non abbia sempre accarezzato i gusti ed incontrato i favori di coloro che ne erano estranei.

Quando Jorge Luis Borges “vide” il Guggenheim di Frank Lloyd Wright
In questo scherzo letterario risuonano anche i nomi di Ruskin, Gropius e Wright che Borges confessò di apprezzare in un’intervista contenuta nel libro di Cristina Grau: Borges e l’architettura, Testo&Immagine, 1998. Nell’intervista lo scrittore dichiara di sapere quanto Frank Lloyd Wright fosse un grande inventore di spazi rivelando, tra l’altro, di aver visitato il Guggenheim di New York da poco inaugurato: “Ero quasi cieco, però anche un cieco vede.” Nella percezione della luce aveva goduto della circolarità discendente della sua rampa come fosse all’aria aperta, colto solo dal turbamento dell’interrogativo se tutto sarebbe all’improvviso finito facendolo precipitare. Ma, sappiamo, Borges non sarebbe precipitato, accompagnato su quel lento declino pari a quello del tempo che dalla vista lo condusse alla quieta cecità:
“Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.”
(da Elogio dell’ombra)
Avrebbe finito il suo percorso al pian terreno dove una curva irregolare definisce una vasca che, come disse Italo Calvino, disegna un occhio che dal basso osserva verso il cielo il museo, un occhio occulto prestato allo scrittore cieco per guardare in alto.
Carlo Nardi
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati