Curatori e allestitori ci raccontano la grande mostra dedicata a Franco Vaccari a Bolzano
I visitatori diventano protagonisti in “Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari”, mostra che al Museion ne ripercorre la carriera e per approfondire ne abbiamo parlato con i curatori Frida Carazzato e Luca Panaro e gli allestitori, il collettivo Fosbury Architecture
Esplorare la trasversalità dei linguaggi di Franco Vaccari (Modena, 1936 –2025), dalla fotografia alla scrittura, è essenziale per comprenderne la capacità di uscire dai canoni prestabiliti del sistema dell’arte; caratteristica brillante che, tuttavia, lo ha reso che meno conosciuto rispetto a quanto meriterebbe. Per questo la grande mostra al Museion di Bolzano Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari, che ne ripercorre la carriera attraverso ambienti immersivi e materiali d’archivio, risulta fondamentale per approfondirne la ricerca e la pratica artistica.
Con oltre venti installazioni di ambienti, da sperimentare e abitare, opere storiche e recenti sperimentazioni video, l’esposizione è stata costruita a partire da un rilevante nucleo di opere in collezione permanente del Museion, il fondo Franco Vaccari sulla scrittura visiva.

L’opera come spazio abitabile nella poetica di Franco Vaccari al Museion di Bolzano
L’opera come spazio abitabile, Environment, è un concetto che Vaccari sviluppa a partire dagli Anni ’60. L’arte non è più un oggetto da guardare (quadro o scultura), ma diventa spazio da vivere. L’opera ambiente coinvolge lo spettatore fisicamente, trasformandolo da osservatore a attore. I progetti di Franco Vaccari si sviluppano sull’onda di queste riflessioni, arrivando a definire un nuovo approccio al fare artistico, ma soprattutto una nuova relazione con il pubblico. Superare i limiti delle mostre tradizionali significa creare un dialogo tra persone e spazio. Per Franco Vaccari l’opera è un feedback, una restituzione vitale, attivata dalla presenza del pubblico e dalle sue reazioni.

Il dialogo con Frida Carazzato e Luca Panaro, curatori della mostra di Franco Vaccari al Museion di Bolzano e il collettivo Fosbury Architecture
Al Museion la mostra è curata da Frida Carazzato e Luca Panaro, in collaborazione con Fosbury Architecture, che ci hanno trasmesso interessanti osservazioni.
Frida Carazzato, curatrice delle collezioni del museo, ci ha raccontato cos’ha significato per lei collaborare a questa mostra e riscoprire l’ampio archivio di opere dell’artista
La mostra mi ha consentito di approfondire la conoscenza di Vaccari, comprenderne il legame con altri autori presenti in collezione, in particolare, i rappresentanti dell’Archivio di Nuova Scrittura. Partendo dall’archivio è stato fondamentale ampliare la ricerca alle collaborazioni che Vaccari ha sviluppato all’estero, per avere ancora più chiaro il suo importante contributo come anticipatore di tendenze che sono diventate protagoniste negli anni successivi. Riconoscere il cambio di prospettiva che suggeriva, nonché incentrare la mostra sugli ambienti per rappresentare al meglio le dinamiche alla base della sua poetica, permette di guardare alla storia dell’arte e delle pratiche artistiche come a percorsi complessi, spesso fuori dalle logiche di mercato e da narrazioni univoche.
1 / 4
2 / 4
3 / 4
4 / 4
Le domande al curatore e critico Luca Panaro
Luca Panaro ha dedicato una parte rilevante della propria ricerca teorica e curatoriale all’analisi dell’opera di Vaccari, contribuendo a rileggerne il lavoro non solo in termini di fotografia, ma come operazione artistica complessa legata all’estetica dei nuovi media. Gli abbiamo rivolto 3 domande:
Cosa significa “ambiente” nel percorso artistico di Franco Vaccari?
Gli ambienti di Vaccari sono delle architetture temporanee, a volte luoghi occupati all’interno di gallerie e musei, in ogni caso “spazi privati in spazi pubblici”, come diceva l’artista e come testimonia la celebre Photomatic alla Biennale del 1972. In questo e altri ambienti l’artista si occulta come autore per assumere il ruolo di innescatore di un processo. A volte questo avviene mediante la negazione dello spazio ottico a favore dello spazio delle relazioni, come in La scultura buia (1968), il primo degli environments di Vaccari. L’opera non è tanto l’ambiente in sé ma quello che avviene al suo interno, l’apertura al caso suggerita dall’artista e l’interazione del pubblico chiamato a partecipare in modo attivo.
1 / 4
2 / 4
3 / 4
4 / 4
Cosa sperimenta il pubblico al Museion di inedito rispetto ad altre esposizioni?
La novità consiste nel proporre le esperienze pensate da Vaccari per i visitatori. Come quella che nel 1980 ha permesso di interagire con l’ambiente Codemondo giocato sull’anamorfosi di un formichiere. Oppure coinvolgendo il pubblico come alla Biennale di Venezia del 1993, invitandolo a sedersi all’interno di un ambiente per prendere un caffè (Bar Code – Code Bar). La mostra riattiva quindi alcuni degli ambienti di Vaccari che ho documentato insieme a lui tra il 2019 e il 2020. Non si limita a mostrarli solo attraverso fotografie, disegni, testi, come già accaduto in precedenza.
Com’è nata la collaborazione con Fosbury Architecture e cosa ha aggiunto alla lettura dell’opera di Vaccari?
É nata dalla necessità di far dialogare i vari ambienti con altre opere di Vaccari, questo per sottolineare la varietà dei linguaggi utilizzati, dalla fotografia al video, dalle sculture ai libri d’artista. Fosbury Architecture hanno dimostrato una grande sensibilità nello studiare l’allestimento rispettando pienamente l’estetica di Vaccari. Come l’utilizzo a parete di una tipologia di carta che l’artista utilizzava spesso nei suoi libri. Hanno trasformato il pubblico in voyeur – come piaceva a Franco – distribuendo lungo il percorso espositivo alcuni peephole, generando incursioni visive tra un ambiente e l’altro, rendendo i visitatori ancora più partecipi.
Le domande al collettivo Fosbury Architecture che ha allestito la mostra di Vaccari al Museion
Fosbury Architecture, il cui nome si ispira a Dick Fosbury, come l’atleta che alle Olimpiadi del 1968 rivoluzionò il salto in alto con il salto di spalle (appunto alla ‘Fosbury’), mira a superare i limiti delle mostre convenzionali, anche attraverso l’uso di materiali poveri; al Museion colpisce l’uso di materiali da cantiere: legno naturale, bancali, sacchi di sabbia per ancorare i pannelli espositivi, carta da pacchi a fare da sfondo alle fotografie. Così, per approfondire gli abbiamo rivolto tre domande…
Come vi siete avvicinati all’opera di Vaccari, autore poliedrico e concettuale che ha segnato molte generazioni di artisti?
Alcuni di noi già lo conoscevano ma la mostra è stata un’occasione di approfondimento importante. La sfida principale ha riguardato la ricostruzione degli ambienti. Non disponevamo di disegni tecnici originali, ma soltanto di testimonianze di chi li aveva vissuti all’epoca, insieme a schizzi, disegni e fotografie, spesso in contraddizione tra loro. Per questo, gli spazi non vanno letti come una ricostruzione filologica dell’originale, quanto piuttosto come un’interpretazione consapevole, in cui un inevitabile discrepanza deriva non solo dalle specificità strutturali del museo, ma anche dalla necessità di adeguarsi a normative e barriere architettoniche mutate nel corso degli anni.
1 / 5
2 / 5
3 / 5
4 / 5
5 / 5
La vostra pratica non è indirizzata alla forma finale del progetto, bensì ai processi produttivi. Il tema della sostenibilità è centrale. Come avete lavorato al Museion?
L’allestimento ha cercato di allinearsi il più possibile alla sensibilità dell’artista. Da una parte, la sua volontà di lavorare principalmente con elementi già esistenti – facendo il massimo con il minimo disponibile – ci ha orientati verso materiali naturali lasciati grezzi, recuperando quanto possibile dagli allestimenti precedenti e l’impiego di oggetti di uso comune. A queste scelte si aggiungono dettagli e citazioni, come l’uso della carta da pacco – impiegata da Vaccari nelle pubblicazioni – e l’inserimento di spioncini e aperture nei muri, che richiamano la dimensione voyeuristica ricorrente nella pratica dell’artista.
Il vostro operare è si muove tra bisogni collettivi e individuali. Cosa vi ha colpito di più del lavoro di Franco Vaccari?
La sua capacità di concepire il dispositivo espositivo non come forma chiusa, ma come campo di possibilità aperto, capace di attivarsi solo attraverso la presenza e il comportamento del pubblico. Nei suoi lavori l’osservatore diventa parte integrante dell’opera, co-autore di una condizione che si costruisce nel tempo attraverso gesti, attraversamenti, sguardi e relazioni. Una dimensione che sentiamo molto vicina al nostro modo di operare. Anche per noi lo spazio non è mai un contenitore neutro, ma uno strumento in grado di produrre forme impreviste di socialità e consapevolezza. Nei dispositivi di Vaccari ci interessa proprio questa tensione tra struttura e indeterminazione: la possibilità di predisporre una condizione senza controllarne completamente gli esiti. A questo si aggiunge ciò che forse rende il suo lavoro ancora oggi così potente: una straordinaria sensibilità, un’ironia sottile e un’attualità sorprendente. Infatti, pur essendo radicati in un preciso momento storico, i suoi dispositivi continuano a parlare con forza al presente.
Claudia Zanfi
Bolzano // Fino al 13 settembre 2026
Feedback. Gli ambienti di Franco Vaccari
MUSEION, Piazza Piero Siena, 1
Scopri di più
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati