La delicatezza come resistenza. Intervista alla curatrice del Padiglione Turchia alla Biennale di Venezia

Con “A Kiss on the Eyes”, l’artista Nilbar Güreş porta al Padiglione Turchia della Biennale Arte 2026 un progetto che intreccia scultura, installazione, memoria materiale e politica della prossimità. Ce lo racconta la curatrice Başak Doğa Temür

Per la Biennale Arte 2026, il Padiglione Turchia, commissionato dalla Istanbul Foundation for Culture and Arts (İKSV), presenta A Kiss on the Eyes di Nilbar Güreş (Istanbul, 1977), a cura di Başak Doğa Temür. Già dal titolo, il progetto indica una postura precisa: non l’enunciazione frontale, ma un avvicinarsi che non invade. È una sfumatura sottile che da tempo attraversa il lavoro dell’artista e che a Venezia prende forma in uno spazio fatto di relazioni, disallineamenti minimi, tensioni trattenute. La mostra mette in dialogo nuove produzioni e opere precedenti, intrecciando scultura, installazione, pittura e lavori su carta e tessuto. Ma più che offrire una sintesi della pratica di Güreş, il progetto chiarisce il punto in cui la sua ricerca diventa oggi più necessaria: là dove intimità e politica, ironia e fragilità, appartenenza e spostamento premono l’uno contro l’altro. Ne abbiamo parlato con Başak Doğa Temür.

Intervista a Başak Doğa Temür, curatrice del Padiglione Turchia

Il titolo A Kiss on the Eyes deriva da un’espressione turca che comunica vicinanza, affetto e rispetto senza invadenza. In che modo questa sfumatura si è tradotta nello spazio del padiglione?
Nilbar Güreş ha proposto lei stessa il titolo Gözlerinizden Öperim, un’espressione turca che suggerisce una prossimità affettuosa ma rispettosa dello spazio altrui. Da subito mi è sembrato che non fosse solo un titolo efficace, ma una chiave curatoriale. Non volevo costruire un allestimento che imponesse una traiettoria unica o una lettura stabile. Mi interessava creare un ritmo fatto di avvicinamenti, soste, lievi ritrazioni. Le opere non si offrono come blocchi frontali e definitivi: alcune pendono, altre restano basse, altre sembrano trattenersi in una sospensione precaria. In questo senso il “bacio” non è una metafora aggiunta, ma un modo di pensare la relazione tra opera, spazio e visitatore. Entrare in contatto senza occupare completamente l’altro, lasciare sempre una soglia aperta: era questo il tono che volevo dare al padiglione.

Il progetto mette in dialogo nuove opere per Venezia e lavori di momenti precedenti della pratica di Güreş. Qual era la logica curatoriale di questo intreccio?
Non mi interessava una costruzione retrospettiva. Il punto non era ordinare il lavoro in una cronologia né fissare un’immagine conclusiva dell’artista. Quello che mi premeva era far emergere una continuità profonda. Dalle opere fotografiche alle installazioni più recenti, nel lavoro di Nilbar Güreş ritorna una sensibilità costante per le soglie: corpi che non coincidono mai del tutto con lo spazio che abitano, identità che sfuggono a una definizione semplice, contesti attraversati da tensioni che non hanno bisogno di enfasi. Portare insieme opere di tempi diversi serviva a rendere visibile questa coerenza interna. Le nuove produzioni spingono quel linguaggio in una dimensione più apertamente tridimensionale, dove peso, appoggio, equilibrio e sospensione non sono soltanto elementi formali, ma parti del discorso stesso.

Nel lavoro di Güreş convivono ironia, tenerezza, critica sociale e questioni identitarie. Come hai evitato sia una lettura troppo didascalica sia una troppo rarefatta?
Era un equilibrio cruciale. Una delle qualità più forti della pratica di Nilbar Güreş è la capacità di tenere insieme registri che spesso vengono separati: ironia e tenerezza, leggerezza e conflitto, dimensione intima e politica. Ma questo avviene senza trasformare il lavoro in una formula. In mostra non cercavo una pacificazione dei contrasti. Al contrario, volevo che queste forze restassero in tensione. Molte opere partono da situazioni familiari, quasi quotidiane, e poi introducono uno scarto minimo che incrina la lettura immediata. È in quello scarto che lo sguardo cambia. Questo impedisce una ricezione illustrativa, perché le opere non spiegano un tema in modo didattico. Allo stesso tempo, la forte presenza dei materiali, dei gesti e delle tracce del fare evita che tutto si perda in una vaghezza elegante. Il senso non arriva come una conclusione già pronta: si forma lentamente, nella vicinanza e nell’attenzione.

Per Venezia il padiglione include anche sculture e installazioni di grande formato. Quanto era importante pensare la mostra come esperienza fisica, e non solo come successione di opere?
Era fondamentale. La pratica di Nilbar Güreş ha sempre interrogato il rapporto tra corpi e spazio, e a Venezia questa dimensione diventa ancora più evidente. Non volevo che il visitatore si trovasse semplicemente davanti a una sequenza di opere da osservare frontalmente. Mi interessava che il passaggio nello spazio producesse una consapevolezza più complessa: della distanza, della scala, dell’orientamento, persino della postura. Alcune opere alzano lo sguardo, altre lo costringono ad abbassarsi, altre ancora modificano il modo in cui ci si muove nel padiglione. Non si tratta di sommergere il visitatore, ma di farlo entrare in un sistema di relazioni già attivo, dove anche il suo corpo diventa una misura provvisoria dello spazio.

La delicatezza come resistenza. Intervista alla curatrice del Padiglione Turchia alla Biennale di Venezia
Padiglione della Turchia, Biennale 2026. Ph: Irene Fanizza

La Biennale 2026 si intitola In Minor Keys. In che senso senti che il progetto di Nilbar Güreş entri in risonanza con questa cornice?
Più che rispondere direttamente al tema, credo che il progetto vi entri in risonanza per tono e per metodo. Il lavoro di Güreş agisce spesso attraverso scarti minimi, quasi impercettibili all’inizio, che però modificano lentamente il modo in cui una situazione viene percepita. Un dettaglio che rompe la familiarità di un’immagine, un corpo leggermente dislocato, una presenza che insiste senza bisogno di dichiararsi. In questo senso il “minore” non ha nulla di secondario. È una modalità di resistenza: non cerca di imporsi gridando, ma lavora dall’interno delle forme, le piega, le incrina, le rende meno stabili. C’è una forza precisa in questo modo di procedere: una forza che non coincide con il rumore, ma con la persistenza.

Che posizione può assumere questo progetto nel contesto internazionale della Biennale, e cosa speri resti al visitatore dopo il passaggio nel padiglione?
Penso che la forza di questo progetto stia nel modo in cui affronta temi come appartenenza, disuguaglianza, genere e memoria senza ridurli a una formula di facile leggibilità. Non cerca di semplificare la complessità, né di trasformarla in un discorso esemplare. Tiene aperto uno spazio in cui tensioni diverse possono coesistere, anche senza risolversi. Spero che al visitatore non resti un messaggio univoco, ma uno spostamento: una lieve alterazione nel modo di percepire prossimità, differenza e relazione. Forse anche il sospetto che la delicatezza, qualche volta, sia il luogo più esatto in cui la forza decide di mostrarsi.

Antonino La Vela

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