Il Museo Nazionale della Montagna di Torino. Storia e progetto

Cosa significa per un museo di Torino parlare di montagne? Come conciliare spazio urbano, pratiche culturali e ambiente montano? Queste e altre domande abbiamo rivolto a Daniela Berta, direttrice del Museo Nazionale della Montagna di Torino. La risposta? Un approccio alla ricerca transdisciplinare e collaborativo.

Veduta aerea, Museo Nazionale della Montagna, Torino
Veduta aerea, Museo Nazionale della Montagna, Torino

Il Monte dei Cappuccini, sede del Museo del CAI di Torino, è un luogo emblematico: al contempo dentro e fuori lo spazio urbano, già un po’ montagna ma ben ancorato alla città. Una posizione ideale per un’istituzione le cui pratiche non si limitano a documentare le montagne e il nostro approccio a esse, ma a valorizzare e risemantizzare la relazione sinergica fra città e ambiente montano. All’insegna non della contrapposizione o dell’assimilazione, quanto della comprensione delle diversità specifiche e delle interconnessioni. Per liberare montagne e città dallo stereotipo che vuole le prime come ultimi baluardi di uno “stato di natura” primigenio in cui rifugiarsi dalla frenesia della vita urbana.

Daniela Berta, direttrice del Museo Nazionale della Montagna, Torino
Daniela Berta, direttrice del Museo Nazionale della Montagna, Torino

L’INTERVISTA A DANIELA BERTA

Com’è nato il Museo della Montagna e perché a Torino?
Il Museo nasce quasi 150 anni fa, nel 1874. A Torino perché, undici anni prima, Quintino Sella aveva fondato qui uno dei primi Club Alpini al mondo. Torino è stata la culla dell’alpinismo italiano. Inizialmente il CAI posizionò sul Monte dei Cappuccini una Vedetta Alpina con cannocchiale mobile. Contemporaneamente i primi soci iniziarono a raccogliere materiale fotografico e alpinistico, istituendo il nucleo di una collezione permanente che oggi conta più di mezzo milione di beni. Negli anni la Città di Torino ha concesso l’impiego di un numero sempre maggiore di locali.

Cosa significa essere un centro culturale polifunzionale per la montagna in un contesto urbano?
Per noi è fondamentale mantenere un dialogo costante con le realtà e le pratiche locali, ben consapevoli della relazione peculiare che la nostra città intrattiene con le sue valli e del valore identitario della montanità. Tutto questo conservando una prospettiva internazionale: il museo guarda alle montagne di tutto il mondo, documentandone e valorizzandone le specificità, nella consapevolezza che non esiste una montagna. Oggi si parla spesso di “metro-montagna”, riferendosi alle reciproche dipendenze, e differenze, che legano città e ambiente montano. Il museo lavora in questa dinamica relazionale facendo da collante e rappresentando, anche simbolicamente, uno spazio permeabile di incontro fra le due dimensioni. È la formula di polo culturale ciò su cui stiamo riflettendo, perché con il suo ulteriore sviluppo può disegnare interessanti scenari di crescita per l’istituzione.

Lia Cecchin, OBE, 2021. Installation view at Museo Nazionale della Montagna, Torino 2021
Lia Cecchin, OBE, 2021. Installation view at Museo Nazionale della Montagna, Torino 2021

MONTAGNA, CITTÀ E ARTISTI

Come va ripensato il rapporto culturale fra città e montagna alla luce delle emergenze del presente?
Negli ultimi anni stiamo assistendo a un rinnovato interesse per l’ambiente montano. Ed è dunque quanto mai indispensabile iniziare a ragionare in un’ottica di sistema in cui città e montagna non vengano più concepite come universi distanti e per certi versi antitetici. È necessario attivare processi concreti che attualizzino la scala delle priorità e istituiscano nuovi legami di senso e canali di comunicazione, se vogliamo accrescere la comprensione e il rispetto verso le culture delle montagne.

Come fare?
La riflessione che portiamo avanti coinvolge da un lato il pubblico, attraverso interrogativi e spunti di riflessione; dall’altro gli artisti e i ricercatori chiamati a collaborare con lo staff curatoriale del museo, con un lavoro collettivo di approfondimento e decostruzione di quelle convenzioni dello sguardo che condizionano il nostro rapporto con le montagne. Una nostra mostra recente si intitolava ironicamente Qui c’è un mondo fantastico. Partendo da uno degli stereotipi alpini più sfruttati, quello di Heidi appunto, abbiamo selezionato quattro artisti attraverso una call internazionale e chiesto loro di delineare con noi nuovi scenari sulle montagne.

I linguaggi contemporanei sono utili dunque…
L’arte contemporanea ha la capacità di aprire orizzonti o di problematizzare quelli esistenti. Unita al lavoro con il mondo della ricerca scientifica, filosofica, storica e antropologica, ci consente di affrontare i problemi da più punti di vista. È il caso della mostra Tree Time. Arte e scienza per una nuova alleanza con la natura: nata nel 2019, è attualmente visitabile al MUSE di Trento in una versione arricchita con contributi scientifici elaborati insieme allo staff del museo trentino. O di Ecophilia, in corso al Museomontagna, nata dalle riflessioni condivise tra artisti e ricercatori, circa la carenza di risorse emotive e la perdita di empatia verso la natura come concause dell’attuale emergenza climatica e ambientale. L’elaborazione artistica è dunque per noi l’esito di un processo necessariamente aperto e transdisciplinare.

La collezione del museo con gli archivi e la biblioteca raccoglie preziosi documenti storici. Come raccontano la rappresentazione e quindi la percezione della montagna nei secoli?
La straordinaria ricchezza delle collezioni apre grandi scenari, perché consente di scavare nell’evoluzione del gusto, dello sguardo, oltre che all’interno dell’istituzione stessa osservandone il cambiamento museografico e archivistico. Si può vedere ad esempio come da luogo da temere, poi da conoscere, misurare, contemplare, la montagna sia divenuta, con la nascita del turismo di massa, oggetto di strumentalizzazione nei materiali promozionali. È il tipo di narrazione che abbiamo intessuto con la mostra Rock the Mountain! ‒ in apertura a Bilbao a novembre ‒, che esplora i significati della montagna nell’iconografia musicale. Ma prioritaria è anche l’attualizzazione della memoria storica e dei suoi messaggi, che è la cifra della mostra in corso dedicata a Walter Bonatti, nata dal riordino dell’archivio presente in museo del celebre alpinista ed esploratore.

Un dettaglio dell'Archivio Walter Bonatti nell'opera di Marina Caneve, Entre chien en loup #014
Un dettaglio dell’Archivio Walter Bonatti nell’opera di Marina Caneve, Entre chien en loup #014

MUSEI, COLLABORAZIONE E DIGITALE

Il museo è particolarmente sensibile alla sostenibilità degli allestimenti e dei materiali impiegati.
Adottare soluzioni sostenibili è un atto di responsabilità, ma al momento è ancora antieconomico. Spesso, per una realtà come la nostra, significa scegliere di fare interventi più contenuti, ma attenti all’impatto ambientale prodotto. È un impegno anche di ricerca, dato che i materiali devono essere sì sostenibili, ma funzionali ed esteticamente rispondenti ai nostri standard. Lo stesso vale per gli apparati effimeri come pannelli, didascalie, cornici: tutti oggetti che spesso vengono gettati a fine mostra. Abbiamo deciso di realizzarli quando possibile in materiali riciclati o riciclabili e di incentivarne il riutilizzo.

A tal fine avete instaurato sinergie con aziende innovative.
Le aziende sono sempre più interessate ad attivare collaborazioni e si impegnano a studiare con noi le soluzioni migliori. Ora si dovrebbe iniziare a ragionare su questi temi in un’ottica di sistema, condividendo fra le istituzioni culturali questo bagaglio di conoscenze, competenze e materiali. Non solo per rendere le produzioni sostenibili, ma anche per avvantaggiare le realtà più piccole o giovani.

Il Museomontagna è in grado di far rete, non solo perché è sede e coordinatore dell’International Mountain Museums Alliance (IMMA) e dell’International Alliance for Mountain Film (IAMF), ma anche perché sviluppa progetti insieme ad altri musei italiani ed esteri. Cosa vuol dire veramente fare rete? E quanto è importante per i musei?
Per noi la collaborazione non significa solo confronto e condivisione di pratiche tra professionisti museali o il prestito delle nostre mostre, ma, come è successo con il MUSE e prima ancora con altri soggetti, fare rete significa co-progettazione e co-produzione. Sarebbe più semplice rimanere confinati fra le proprie mura, perché il dialogo fra istituzioni e il superamento delle barriere disciplinari e, talvolta, culturali, richiedono tempo e impegno. Ma il confronto permette di approfondire i temi di ricerca e restituire così al pubblico una molteplicità di chiavi interpretative per guardare al futuro. Proprio in quest’ottica sono nate IMMA e IAMF: non solo per il dialogo tra gli staff dei suoi soci su temi di gestione, conservazione e ricerca, ma proprio per sviluppare progetti comuni di potenziamento reciproco e di valorizzazione.

Con il progetto iAlp parte della collezione del museo è stata digitalizzata; anche la mostra Tree Time è visitabile nello spazio virtuale, grazie a un catalogo digitale arricchito con materiali extra. Quali sono le opportunità offerte dagli strumenti digitali? E come si fa a coniugare accessibilità e qualità dei contenuti?
Con iAlp abbiamo digitalizzato parte delle collezioni del Museomontagna e del Musée Alpin di Chamonix, e l’intenzione è quella di estendere la partecipazione al portale agli altri soci dell’IMMA. Le piattaforme virtuali non hanno solo il merito di abbattere le distanze, ma sono anche in grado di restituire esperienze personalizzate e inclusive, accessibili anche ai non addetti ai lavori. Un altro tema fondamentale è quello dell’apparato multimediale di un’esposizione, capace di coinvolgere lo spettatore attraverso, ad esempio, la ricostruzione degli ambienti, l’immersione sensoriale, l’accesso a contenuti extra come interviste agli artisti o ai curatori. Attraverso il digitale possiamo sviluppare nuovi modi di vivere il museo. Senza tuttavia scordarci di coltivare l’esperienza fisica di un luogo della cultura, che è tale proprio grazie alla ricchezza delle relazioni che riesce a instaurare e alimentare. La nostra sfida oggi è quindi creare ‒ con la medesima cura per la qualità ‒ nuove vie che non neghino il contatto reale ma lavorino in sinergia con esso. E la pandemia ha impresso una forte accelerazione in questo senso.

Irene Bagnara

www.museomontagna.org

LE PUNTATE PRECEDENTI

Conversazioni sulla montagna. Intervista a Mauro Varotto
Conversazioni sulla montagna. Intervista a Gianluca D’Incà Levis di Dolomiti Contemporanee

Dati correlati
CuratoreDaniela Berta
Spazio espositivoMUSEO NAZIONALE DELLA MONTAGNA DUCA DEGLI ABRUZZI
IndirizzoVia Gaetano Giardino 39 - Torino - Piemonte
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Irene Bagnara
Nata a Bassano del Grappa, è laureata in Filosofia a Padova con una tesi sul caso degli indiscernibili in arte fra Kant e Arthur Danto e in magistrale a Torino con una dissertazione di filosofia analitica sulla definizione ontologica ed epistemologica di “opera d’arte”. Ha frequentato a Venezia, dove attualmente lavora, il 26° Corso in Pratiche Curatoriali della galleria A plus A. Particolarmente interessata alla costruzione di una buona teoria filosofica sull’arte contemporanea, è da parecchi anni ormai impegnata nel tentativo, a tratti ossessivo, di rendere ragione della molteplicità degli oggetti artistici e dei delicati, e a tratti singolari, rapporti che caratterizzano il cosiddetto artworld. Ama più leggere che scrivere, più mangiare che cucinare. In ogni caso, li considera tutti e quattro ottimi metodi per conoscere il mondo e soprattutto se stessi.