Conversazioni sulla montagna. Intervista a Mauro Varotto

Qual è il rapporto fra le montagne, le comunità che le abitano e i progetti artistici e culturali che le coinvolgono? In questo primo dialogo lo abbiamo chiesto a Mauro Varotto, docente di Geografia e Geografia culturale all’università di Padova e coordinatore dal 2008 del gruppo terre alte del comitato scientifico del CAI (Club Alpino Italiano).

Parco dei Paduli, Salento. Progetto Nidificare i Paduli
Parco dei Paduli, Salento. Progetto Nidificare i Paduli

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una vera e propria moltiplicazione sul territorio nazionale di progettualità artistiche in cui la montagna è lo scenario o l’argomento di ricerca. Dai musei alle residenze, dalle installazioni pubbliche ai progetti d’arte partecipata, fino ai concerti con le cime innevate sullo sfondo. E se moltissime fra queste iniziative dimostrano grande consapevolezza delle criticità e specificità delle aree montane e capacità di attivare processi virtuosi di lungo periodo, altre suonano più che altro come furbesche strategie di marketing, studiate per attirare frotte di turisti senza produrre alcun impatto significativo sulle comunità locali, se non quello, disastroso, sull’ambiente.
È dunque quanto mai attuale cercare di inquadrare il problema attraverso le voci di artisti, curatori e studiosi per cercare di rispondere insieme alle questioni, spesso scottanti, aperte dall’intervento artistico in montagna. Quali le possibilità e i limiti? Quali le modalità operative e gli obiettivi? Come coinvolgere le comunità e misurare gli impatti sociali e ambientali prodotti? E infine – ma forse è proprio il punto di partenza – quali gli stereotipi da smantellare anche attraverso le pratiche artistiche e i processi culturali? Lo abbiamo chiesto a chi ha fatto di questi temi il centro della propria ricerca.

PAROLA A MAURO VAROTTO

All’inizio del libro Montagne di mezzo metti in luce l’inadeguatezza dei criteri altimetrici nel definire la media montagna. In particolare sottolinei la necessità di unire montuosità geografica e montanità antropologica. In cosa consiste questa montanità? E quindi cosa sono le montagne di mezzo da un punto di vista culturale ancor prima che geografico?
Di fatto l’altimetria, da sola, non ci dice nulla. È solo un aspetto della complessa geografia delle montagne di mezzo, fatta anche di particolari caratteristiche climatiche, ambientali, paesaggistiche. La montanità antropologica di cui parlo è un aspetto che potrebbe forse essere misurato in termini quantitativi ma solo con strumenti raffinati, capaci di combinare le attività umane con gli usi del suolo, i servizi ecosistemici, l’accessibilità ai servizi primari, come è stato fatto nella Strategia Nazionale per le Aree Interne. Questo ci aiuta ad avvicinare il problema, perlomeno dal punto di vista amministrativo. Ma io sono un umanista e i numeri mi lasciano sempre un po’ freddo.

Che cosa intendi?
La mia è una ricerca culturale, in cui la montanità è intesa non come dato di fatto ma come rapporto vivo con la montagna. La medietas che contraddistingue le montagne di mezzo non è dunque solo geografica ma soprattutto culturale. Si articola in una polisemia e polifunzionalità che rendono obsoleta, ad esempio, la distinzione fra i settori economici, dato che sempre più spesso in questi luoghi vengono avviate iniziative e imprenditorialità che richiedono competenze trasversali, dalla produzione agricola all’accoglienza, dalla gestione di un sito web alla mediazione culturale, dalla valorizzazione dei patrimoni del passato alla scoperta di nuovi punti d’interesse.

Come va tutelata questa polifunzionalità da un punto di vista legislativo?
È necessario innanzitutto riconoscere la pluriattività: penso a tutte quelle realtà “ibride” che faticano a trovare un inquadramento nella legge italiana. Andrebbero inoltre creati adeguati spazi normativi, in direzione da un lato di una semplificazione burocratica e dall’altro di maggiore trasparenza. Ad esempio nell’etichettatura del cibo, che troppo spesso usa la simbologia legata alla montagna per dare sfoggio di una sostenibilità e genuinità solo “di facciata”. O nel sostegno all’iniziativa privata, ad esempio attraverso una semplificazione della procedura di riscatto dei terreni in abbandono, a oggi complessa e costosa. Il diavolo sta in questi dettagli: la burocrazia non è neutra e con il suo peso eccessivo spesso fa morire le realtà più piccole e virtuose.

Silvia Maretto. Percorso Coltiva l'Arte. Progetto Adotta un terrazzamento nel Canale di Brenta
Silvia Maretto. Percorso Coltiva l’Arte. Progetto Adotta un terrazzamento nel Canale di Brenta

MONTAGNE E NUOVE PROGETTUALITÀ

Nel libro decostruisci la simbologia legata alla montagna, ridotta troppo spesso a luogo ascetico o playground per attività ludiche e sportive. Come possono i progetti artistici e culturali liberare le aree montane dagli stereotipi di cui sono vittime?
Sicuramente progetti di questo tipo possono fare da apripista, inaugurando nuove traiettorie di valorizzazione e sviluppo. Queste esperienze possono inoltre tradursi in un patrimonio condiviso, trasferibile altrove con i dovuti aggiustamenti. C’è bisogno di iniziative che riescano a smantellare gli stereotipi e a gettare le basi per la costruzione di un nuovo vocabolario. Ma devono anche fare breccia nel mondo urbano per modificare la percezione che questo ha della montagna. Ciò non significa che un progetto funziona solo se attrae folle di persone per ammassarle ai piedi dei ghiacciai o nei rifugi. Al contrario: abbiamo bisogno di iniziative capaci di generare una ricaduta di lungo periodo sui territori e sulle comunità, senza impattarle negativamente.

Come fare?
Attraverso queste progettualità va inaugurata una nuova fase di colonizzazione della montagna, da sempre risorsa per chi veniva dall’esterno, dal malgaro che portava le mucche al pascolo all’estrazione di pietra e legname per l’industria. Una colonizzazione che non diventa colonialismo nel momento in cui parte da fuori ma metabolizza il dentro, per tradurlo in un progetto che metta al centro la montagna e non il suo sfruttamento.

Nel libro spicca il concetto di “abbandono”, che riprendi nella sua accezione etimologica medievale di “à ban donner”, ossia “rimesso a disposizione di tutti”.  Lo stato di abbandono diventa quindi un’occasione di riscatto e condivisione. Quali sono le progettualità capaci di mettere a valore il vuoto lasciato dallo spopolamento che da anni interessa le aree montane?
Ogni nuova progettualità deve innanzitutto fondarsi sulla ridefinizione del rapporto fra montagna e città, verso un definitivo affrancamento delle aree montane dalle imposizioni del mondo urbano. Questi progetti solitamente sono tanto più solidi quanto più è ampia e variegata la rete di persone e competenze che mettono in campo. Nel Canale di Brenta, ad esempio, il progetto Adotta un terrazzamento, nato nel 2010 per recuperare e valorizzare i paesaggi terrazzati in abbandono, poggia su tre piedi, ossia sulla collaborazione fra università, amministrazione locale e associazionismo. In questo senso, virtuose sono le progettualità che riescono a dare voce alle montagne e ai montanari, a tessere una rete fra persone e altre iniziative.

Elaborazione UVAL-UVER su dati Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione e FS, “Strategia Nazionale Aree Interne – definizione, obiettivi, strumenti e governance”, Materiali Uval, 2014
Elaborazione UVAL-UVER su dati Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione e FS, “Strategia Nazionale Aree Interne – definizione, obiettivi, strumenti e governance”, Materiali Uval, 2014

IL RAPPORTO CON LE COMUNITÀ

Nel libro parli di “nuovi montanari”, portatori di competenze, risorse e progetti nuovi. Non c’è il rischio che questi tentativi vengano percepiti come l’ennesima incursione di una pianura che vuole plasmare la montagna a proprio uso e consumo?
Innanzitutto dobbiamo abbandonare l’idea di una distinzione netta fra interno ed esterno, in favore di una sorta di permeabilità. Di fatto molto spesso, ora come anche in passato, la capacità innovativa viene da fuori. Ma questo non significa che debba essere vissuta come un’alterità presuntuosa e violenta. Mi viene in mente il Parco dei Paduli, in Salento, un parco multifunzionale che intreccia agricoltura a pratiche innovative di economia circolare, sviluppato fra gli altri da LUA, Laboratorio Urbano Aperto, un gruppo di giovani architetti, sociologi e giornalisti salentini tornati in Puglia per mettere in atto conoscenze e competenze maturate altrove. Si tratta dunque di avere idee e intercettare i fondi per attuarle attraverso le comunità. Nei confronti delle quali va sempre mantenuto un atteggiamento di reale ascolto, non di “ti insegno io come fare”.

A questo proposito, come andrebbero coinvolte le comunità locali?
La ricetta ideale non esiste. Può essere utile avvalersi del cosiddetto “mediatore naturale”, una figura a cavallo fra la comunità e il mondo circostante che può facilitare l’avvio e l’implementazione di questi progetti. A questo proposito mi viene in mente il film di Giorgio Diritti, Il vento fa il suo giro, eloquente poiché mostra come l’appartenenza a una comunità si giochi anche nel saper fare le stesse cose. Imparare a spalare la neve insieme agli abitanti del posto, a pulire il bosco o a sfalciare l’erba dei prati è fondamentale per intessere relazioni a livello locale. La fatica condivisa è il mezzo tangibile attraverso cui ci si fa carico dei problemi di ciascuno per risolverli tutti assieme.

Come va impostato questo dialogo?
Qui ritorna il tema della medietas, che va compresa anche come lavoro di mediazione fra saperi, competenze ma soprattutto persone. Le cui esigenze non vanno assecondate in maniera paternalistica, ma ascoltate con attenzione e interesse, se si vogliono rendere le montagne il luogo in cui elaborare e sperimentare nuovi modi di intendere non solo la cultura e la produzione artistica, ma anche l’economia, le filiere del cibo, le relazioni interpersonali.
Se la montagna riuscirà a farsi laboratorio per la definizione di un nuovo rapporto, alla pari, fra città e aree rurali, potrebbe gettare le basi per superare il vecchio schema “centro dominante-periferia dominata”. Potrebbe aiutare le città stesse a ripensarsi, e il nostro Paese a imboccare la strada di un nuovo rinascimento capace di coniugare umanesimo, arte e sostenibilità climatica e ambientale.

Irene Bagnara

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Irene Bagnara
Nata a Bassano del Grappa, è laureata in Filosofia a Padova con una tesi sul caso degli indiscernibili in arte fra Kant e Arthur Danto e in magistrale a Torino con una dissertazione di filosofia analitica sulla definizione ontologica ed epistemologica di “opera d’arte”. Ha frequentato a Venezia, dove attualmente lavora, il 26° Corso in Pratiche Curatoriali della galleria A plus A. Particolarmente interessata alla costruzione di una buona teoria filosofica sull’arte contemporanea, è da parecchi anni ormai impegnata nel tentativo, a tratti ossessivo, di rendere ragione della molteplicità degli oggetti artistici e dei delicati, e a tratti singolari, rapporti che caratterizzano il cosiddetto artworld. Ama più leggere che scrivere, più mangiare che cucinare. In ogni caso, li considera tutti e quattro ottimi metodi per conoscere il mondo e soprattutto se stessi.