La riflessione sul rapporto fra azioni culturali e montagna continua con Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore di Dolomiti Contemporanee, il laboratorio polimorfo e multidisciplinare che da dieci anni si occupa di rigenerare il territorio dolomitico attraverso pratiche trasformative di rifunzionalizzazione e ridefinizione identitaria dei luoghi.

Mucche al pascolo, paesaggi incontaminati, cime innevate e tramonti rosati. Nessuna traccia umana, se non per qualche solitario abitante locale in abiti folclorici o turista impegnato in rocambolesche performance atletiche. Queste le immagini che popolano le pagine web dedicate alle Dolomiti, dal 2009 inserite dall’Unesco fra i Patrimoni Naturali dell’Umanità. Ma scorrendo queste rappresentazioni stereotipate, drammaticamente distanti dalla realtà, viene da chiedersi: “Patrimonio per chi?”, “chi è quest’umanità?”. Forse ricchi imprenditori immobiliari o frotte di turisti, ugualmente ignari del fatto che la montagna che queste cartoline cercano di vendere, in realtà, non esiste.

UOMO E PAESAGGIO

Il paesaggio dolomitico è tutt’altro che un luogo selvaggio o ameno. È piuttosto il risultato visibile e variabile dell’interazione fra natura e attività umana. È un luogo in cui le persone vivono, investono, costruiscono progetti di vita e d’impresa, talvolta di sviluppo, alcuni buoni, altri meno. E proprio per questo è costellato di siti produttivi, un tempo punti nevralgici di propulsione e sviluppo dei territori, oggi abbandonati, inermi, vuoti. Dolomiti Contemporanee nasce nel 2011 per rigenerare questi luoghi attraverso l’applicazione di idee, la cultura e l’arte, rifunzionalizzarli e renderli così nuovamente disponibili per le comunità e utili ai territori. Una sorta di presa d’assalto strategica della montagna per combatterne l’inerzia e la svalutazione. Un catalizzatore in grado di accendere la luce su zone d’ombra amministrativa, economica, sociale e culturale.

Fondazione Malutta in residenza in Dolomiti Contemporanee
Fondazione Malutta in residenza in Dolomiti Contemporanee

INTERVISTA A GIANLUCA D’INCÀ LEVIS

Come e perché nasce Dolomiti Contemporanee?
Il progetto nasce ormai dieci anni fa, all’indomani dell’inserimento delle Dolomiti fra i patrimoni Unesco. E nasce per condurre un’analisi critica attraverso la cultura di quella paccottiglia di stereotipi che schiacciano queste vette e che persino l’arte e la letteratura hanno contribuito ad alimentare e diffondere.

Che fare?
La nostra pratica può essere intesa come un test del contemporaneo in ambiente. Un collaudo, per verificare la capacità delle arti visive di produrre rappresentazioni non più descrittive ma trasformative, alle volte eversive, della montagna e del suo stato fossile, che la portino a ripensarsi non più come luogo inerte e deputato al consumo, ma come spazio nevralgico di produzione, culturale e non solo.

LE ATTIVITÀ DI DOLOMITI CONTEMPORANEE

Di quali siti vi occupate?
Negli anni ci siamo occupati di ex fabbriche, ex villaggi, ex scuole, ex castelli, architetture militari, strutture sportive o civili desuete e così via: tutti siti accomunati dall’aver svolto in passato un ruolo attivo per la vita e l’economia del territorio e un presente in cui giacciono abbandonati come crateri nel paesaggio dolomitico. Hanno tuttavia un altissimo potenziale, inespresso nella realtà. Sono siti eclatanti, singolarità che dialogano però con il contesto. Prendiamo l’ex villaggio Eni di Borca di Cadore: un pionieristico progetto di welfare ideato da Enrico Mattei e realizzato dall’architetto Edoardo Gellner. O la scuola elementare di Casso nel Vajont, chiusa dopo il disastro del ’63 e riaperta da Dolomiti Contemporanee nel 2012, dopo quasi cinquant’anni, come centro sperimentale per la cultura contemporanea della montagna. Luoghi che sono stati per decenni sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno decidesse di prendersene carico.

Come avviene la rigenerazione?
Affrontiamo questi siti, destinati altrimenti a rimanere cimiteri della memoria o rovine inutilizzate, e ne ridefiniamo l’identità e la funzione per i territori. Nella nostra pratica di assalto strategico alla montagna e alla sua inerzia, questi luoghi non sono dimore stabili in cui riposarsi e pascersi beatamente dei risultati raggiunti, ma bivacchi, punti d’approdo aperti su nuovi obiettivi. Attraverso un’occupazione stabile – come avviene a Casso o all’ex villaggio Eni – o temporanea, riattiviamo questi siti grazie a residenze di artisti, architetti, designer, filosofi, scienziati, paesaggisti, programmi culturali, progetti di ricerca e istituendo reti di partner pubblici e privati. Da un lato ciò dimostra la capacità rigeneratrice propria dell’arte e della cultura, dall’altro rivela alle amministrazioni e agli enti privati le potenzialità nascoste di questi luoghi, che vedono incrementato così il proprio valore, anche commerciale.

Progettoborca, ex villaggio Eni di Borca di Cadore. Aula Magna della Colonia, sullo sfondo dell'Antelao. Foto G. De Donà
Progettoborca, ex villaggio Eni di Borca di Cadore. Aula Magna della Colonia, sullo sfondo dell’Antelao. Foto G. De Donà

VULNERABILITÀ E MEMORIA

In questa pratica mi sembra che la vulnerabilità sia un concetto centrale. Cosa significa occuparsi di vulnerabilità attraverso il contemporaneo?
Non penso che la montagna sia un territorio più svantaggiato di altri, solo sottoutilizzato (e sovraesposto: i due estremi risibili). E necessita per questo di pratiche di trasvalutazione delle risorse disponibili, troppo spesso impiegate poco o male. L’intero pianeta è fragile perché sottoposto all’azione dell’uomo “vulneratore”, che divora ogni cosa spinto da una fame insaziabile. In questo senso la montagna è fondamentale perché dà spazio a chi mangia per nutrirsi e non per saziarsi.

Nei siti di cui vi occupate c’è sempre una dialettica fra memoria, talvolta tragica, e presente. Come si fa a mediare fra l’identità di luogo e la necessità di reinventarlo?
La memoria di un luogo c’è, è visibile, tangibile, ma non può neanche diventare una gabbia. Prima di riaprire le ex scuole elementari, mi sono trasferito a Casso per imparare a conoscere il territorio e ci ho vissuto per tre anni. Mi sono reso conto di quanto la tragedia abbia intrappolato questo luogo, che rivolge gli occhi solo al proprio passato. Il rischio è che il Vajont venga ridotto così a cimitero o luna park della carneficina, quando in realtà, come l’arte, è un posto per i vivi. Per questo i siti vanno rifunzionalizzati, va data loro una nuova identità che non per questo tradisce quella storica. Si tratta di passare dalla contemplazione della montagna e della tragedia all’azione, al riuso dei siti secondo un’idea ben precisa prima di restaurarli o di costruirne di nuovi.

VACCANZA. The Mountain Tropical Experience. Fondazione Malutta in Dolomiti ContemporaneePRESENTE E FUTURO DI DOLOMITI CONTEMPORANEE

Quest’anno siete presenti al Padiglione Italia della Biennale di Architettura. Quali ricadute può avere parlare di Dolomiti Contemporanee a un pubblico così ampio e vario?
Quest’anno siamo presenti, fra le altre cose, in due piattaforme internazionali di rilievo: da un lato Comunità Resilienti nel Padiglione Italia curato da Alessandro Melis, dall’altro Ideas, un progetto ideato e prodotto dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina che racconta, attraverso brevi episodi, cinque progetti innovativi, fra cui il nostro. Non amo il concetto di “pubblico” come massa indistinta. Credo che l’arte debba parlare alle sensibilità e intelligenze, che sono singole, per generare impulsi e ricadute di lungo termine e questo è quello che facciamo con Dolomiti Contemporanee. Sicuramente queste due piattaforme possono aiutarci ad ampliare la nostra rete di partner, già forte di oltre 500 fra amministrazioni pubbliche, aziende del territorio, enti di ricerca, università, aziende, ma anche realtà estere che credono fortemente nel valore del progetto, e che forse sono in grado di aiutarci a compiere un passo ulteriore, di negoziare le sorti dei siti di cui ci occupiamo a livello globale e magari, chissà, gettare le basi per applicare queste pratiche ad altri luoghi e altre comunità.

Quali sono i progetti futuri di Dolomiti Contemporanee?
Fra le altre cose il 31 luglio inaugureremo una collettiva nel Nuovo Spazio di Casso che è la finalizzazione della residenza di tredici artisti di Fondazione Malutta all’ex villaggio Eni di Borca di Cadore. Vaccanza, The Mountain Tropical Experience sarà l’esito dell’incontro/scontro fra questi due istituti, intesi come realtà istituenti pratiche trasformative dello spazio, fisico e culturale del pensiero, sia esso l’arco dolomitico o la città di Venezia.

E per quanto riguarda le produzioni editoriali?
Stiamo per dare alle stampe due libri. Il primo è un volume realizzato da due artisti in residenza di Fondazione Malutta, in collaborazione con l’Hotel Boite. Storie Pallide, scritto da Riccardo Giacomini e illustrato da Giulia Maria Belli, rilegge in chiave tenuemente orrorifica e sulfurea i miti e le leggende raccontati nel libro di Karl Felix Wolff I monti pallidi. Il secondo volume, Anatomia e dinamica di un territorio, è il primo esito di una ricerca pluriennale sul territorio condotta dagli studenti della Scuola di Fotografia Bauer di Milano. Il progetto, iniziato nel 2020, nasce per mappare le trasformazioni del paesaggio, e in particolare della viabilità, in vista delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.
La produzione editoriale non è un corollario perché quella di Dolomiti Contemporanee è una pratica polimorfa, composita, che si avvale non solo delle arti visive, ma della cultura, della scienza e del pensiero, per dotare i territori di quelle funzioni della ricerca e di senso di cui, da solo, non saprebbe dotarsi. Ritengo che, in prima analisi, Dolomiti Contemporanee sia una sorta di ampio e attento editore della montagna, più che un progetto di arte contemporanea. Che di fatto non so cosa sia.

Irene Bagnara

www.dolomiticontemporanee.net

LE PUNTATE PRECEDENTI

Conversazioni sulla montagna. Intervista a Mauro Varotto

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AutoreGianluca D’Inca Levis
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Irene Bagnara
Nata a Bassano del Grappa, è laureata in Filosofia a Padova con una tesi sul caso degli indiscernibili in arte fra Kant e Arthur Danto e in magistrale a Torino con una dissertazione di filosofia analitica sulla definizione ontologica ed epistemologica di “opera d’arte”. Ha frequentato a Venezia, dove attualmente lavora, il 26° Corso in Pratiche Curatoriali della galleria A plus A. Particolarmente interessata alla costruzione di una buona teoria filosofica sull’arte contemporanea, è da parecchi anni ormai impegnata nel tentativo, a tratti ossessivo, di rendere ragione della molteplicità degli oggetti artistici e dei delicati, e a tratti singolari, rapporti che caratterizzano il cosiddetto artworld. Ama più leggere che scrivere, più mangiare che cucinare. In ogni caso, li considera tutti e quattro ottimi metodi per conoscere il mondo e soprattutto se stessi.