L’Armory Show di New York torna più spazioso che mai. Come è andata l’edizione 2021 della fiera?

Si è tenuta all’insegna delle inevitabili novità l’Armory Show 2021, fiera d’arte e moderna newyorchese che, in occasione della sua 27esima edizione, ha inaugurato i nuovi spazi al Javits Center. Ecco il nostro racconto

Sunday, September 12, 2021 was the final day of Armory Week 2021 at Javits Center in midtown Manhattan. Photograph by Casey Kelbaugh

Torna l’Armory Show e questa ventisettesima edizione, la prima post Covid, è tutta nuova. Nuova è la sede espositiva: quest’anno la fiera si è svolta allo Javits Center, un centro fiere e congressi di relativamente recente costruzione, affacciato sull’Hudson e che, durante l’emergenza sanitaria, era stato usato prima come ospedale da campo, poi come centro vaccinazioni. Nuove sono anche le date: per la prima volta l’Armory si è svolto a settembre, invece che a marzo. Nuova è Armory Online, la sezione virtuale della fiera, cui hanno partecipato da remoto le gallerie che non hanno potuto essere presenti a New York a causa delle restrizioni di viaggio imposte dagli USA nei confronti dell’Europa e di altri paesi. Nuovo anche il programma di arte pubblica all’aperto Armory off-site, realizzato in collaborazione con la città di New York. E nuovo appare il mondo dell’arte post-pandemico, più sobrio, più riflessivo e deciso a non farsi ritrascinare nella frenesia da fiera che per anni ha dettato i ritmi del mercato dell’arte.

The Armory Show opened on Thursday, September 9, 2021 at the Javits Center in midtown Manhattan for the first time in a new location during a different time of year. Photograph by Casey Kelbaugh
The Armory Show opened on Thursday, September 9, 2021 at the Javits Center in midtown Manhattan for the first time in a new location during a different time of year. Photograph by Casey Kelbaugh

I NUOVI SPAZI DELL’ARMORY SHOW

Precedente all’emergenza Covid, la decisione di spostare l’evento da marzo a settembre si è rivelata fortunata, consentendo all’Armory, la cui ultima edizione si era tenuta a Marzo 2020, in un clima di preoccupazione a pochi giorni dalla dichiarazione dello stato d’emergenza, di non saltare nemmeno un’edizione dal vivo, come è invece successo a quasi tutte le fiere d’arte internazionali. Strategica è risultata anche la decisione di cambiare sede. Il trasloco era nell’aria da tempo, ma il 2019 aveva segnato il punto di non ritorno quando, a pochi giorni dall’apertura, uno dei due padiglioni che normalmente ospitavano la fiera era stato dichiarato pericoloso per problemi strutturali e aveva costretto l’organizzazione a una ripensamento last minute degli spazi che aveva causatola cancellazione della fiera collaterale, Volta. Nell’era Covid, con i grandi eventi costretti a limitare gli ingressi in relazione all’ampiezza dello spazio, la scelta del Javits Center ha consentito di raggiungere numeri che la vecchia sede, decisamente più piccola, non avrebbe permesso con le attuali restrizioni, garantendo allo stesso tempo un’esperienza di visita in sicurezza. Nelle giornate di esposizione, infatti, booth e corridoi non sono mai stati troppo affollati e il pubblico, cui è stata comunque richiesta prova di vaccinazione o tampone all’ingresso, ha potuto muoversi agevolmente senza pericolosi assembramenti. Così, per la prima volta nella storia dell’Armory, il pubblico ha visitato una fiera ariosa, senza affollamento né di visitatori né di opere. Spazio e posizione convincono gli espositori, soprattutto i veterani dell’Armory, stanchi della scomoda e claustrofobica vecchia sede. “Qui c’è tutto lo spazio per muoversi fra le opere, parlare con le persone e digerire l’arte”, ci ha detto Samantha Sheiness, direttrice della sede di Londra di Massimo De Carlo, unica galleria italiana in fiera. “Certo, la sensazione è di minore affollamento, ma così c’è più modo di conoscere i lavori: bisogna sacrificare un po’ l’energia per avere un’esperienza più profonda. Inoltre qui siamo molto meglio collegati e vicini a Chelsea, il quartiere delle gallerie”. Una vicinanza che quest’anno aveva già attratto da queste parti Frieze che, per l’edizione 2021, si è svolta a The Shed.

Alcuni lavori di Betye Saar esposti da Roberts Project. Split, di Luisa Rabbia, esposto nel booth della galleria Peter Blum. Photo Maurita Cardone
Alcuni lavori di Betye Saar esposti da Roberts Project. Split, di Luisa Rabbia, esposto nel booth della galleria Peter Blum. Photo Maurita Cardone

ARMORY, UNA FIERA AMERICANA

Grazie alla nuova sede, per la prima volta in oltre dieci anni l’intera fiera ha trovato spazio sotto lo stesso tetto. Sono state 212 le gallerie coinvolte, di cui 157 in presenza e il resto online. Tra gli espositori in fiera, forte la presenza americana: con le gallerie europee impossibilitate a viaggiare verso gli USA e molte di altri luoghi del mondo che, pur potendo entrare negli Stati Uniti, hanno preferito aspettare tempi più sicuri, si sono aperti spazi per gallerie che normalmente non riescono ad emergere tra i colossi internazionali. Così tra i booth sono apparsi nomi nuovi, da zone degli USA che difficilmente si affacciano su questi palcoscenici. Una novità che ha dato un tono tutto diverso alla fiera, tra i cui corridoi quest’anno si sono fatte forse meno vendite milionarie, ma molte interessanti scoperte.

Il booth di Soco con opere di Clare Rojas. Photo Maurita Cardone
Il booth di Soco con opere di Clare Rojas. Photo Maurita Cardone

LE NEW ENTRY DELL’ARMORY SHOW 2021

Tra le new entry, una delle più interessanti arrivava da Charlotte (North Carolina). Southern Comfort Gallery (SOCO) si è presentata al suo primo Armory Show con un’installazione monografica dedicata all’artista e musicista folk Clare Rojas, che si è conquistata un posto nella top 10 dei booth più belli di Artsy e che ha avuto un grosso successo di pubblico e di vendite. “Non avevamo dubbi che questa artista sarebbe andata bene ad Armory”, ci ha detto Hilary Burt, direttore operazioni e marketing, “ma è andata anche meglio di quello che speravamo. Il pubblico ama il booth che ha curato e allestito Clare stessa rivestendolo con una carta da parati che riesce a valorizzare molto la sua selezione di lavori astratti e figurativi”. Per Soco Gallery l’Armory è stato occasione per farsi conoscere dal pubblico di newyorchesi che quest’anno sono stati molto numerosi, soprattutto nel weekend. “Le gallerie provenienti dal Sud Est degli USA sono pochissime in fiera”, ha detto ancora Burt, “e da Charlotte siamo l’unica e la prima a partecipare ad Armory. La nostra filosofia è sempre quella di portare l’arte internazionale a Charlotte e contemporaneamente portare i nostri talenti locali su piattaforme internazionali e in questo senso l’Armory è stata una grossa occasione”.

Booth di David Nolan all'Armory Show di New York, 2021
Booth di David Nolan all’Armory Show di New York, 2021

POCA EUROPA ALL’ARMORY SHOW

David Nolan, dell’omonima galleria newyorchese, pur se molto soddisfatto del pubblico e delle vendite, si è detto dispiaciuto di non aver potuto rivedere i tanti collezionisti e colleghi del vecchio continente: “per questo a fine mese andremo a Basel, per rincontrare il pubblico europeo. Tuttavia, anche grazie a questa nuova sede più spaziosa, New York ha funzionato bene e ha richiamato un grosso pubblico, perché in questo momento le persone viaggiano più volentieri verso una città come questa che non verso altre zone degli USA e del mondo dove ci sono più casi e, di conseguenza, più preoccupazione”. Delle pochissime gallerie europee presenti, qualcuna è riuscita ad arrivare grazie al proprio staff internazionale o ottenendo permessi speciali dal governo americano. Al primo gruppo appartiene Massimo De Carlo, mentre al secondo la Stephen Friedman Gallery, la cui direttrice vendite, Mira Dimitrova ci ha spiegato di aver richiesto una National Interest Exception, ovvero un’eccezione al divieto di ingresso dall’Europa: “eravamo eccitatissimi quando abbiamo ricevuto l’ok e ora siamo contentissimi di essere finalmente riusciti a tornare a New York e incontrare di nuovo il pubblico americano, che non ci ha deluso: abbiamo registrato buone vendite su tutte le giornate di fiera. Ora abbiamo questo permesso che vale un anno e lo useremo anche per andare a Miami per Art Basel e a Los Angeles per Frieze”.

Woman Lying with Dog and Spider, di Clare Rojas, esposta nel booth di Soco Gallery. Photo Maurita Cardone
Woman Lying with Dog and Spider, di Clare Rojas, esposta nel booth di Soco Gallery. Photo Maurita Cardone

I “NUOVI ARTISTI” DELL’ARMORY SHOW

La galleria ha incluso nella sua presentazione lavori dell’artista nativo americano Jeffrey Gibson che rappresenta da appena una settimana. E di Gibson, che durante l’edizione 2020 aveva esposto un’opera video a Time Square, si incontravano parecchi pezzi in fiera. Un segno della rinnovata attenzione del mondo dell’arte mainstream verso la produzione culturale delle minoranze etniche. Attenzione che, tuttavia, almeno nel caso della cultura indigena, non sembra andare oltre i soliti noti. Va meglio invece agli artisti neri e di colore che finalmente trovano spazio non solo nelle gallerie specializzate, bensì anche in quelle più blasonate e commerciali. Tante, infatti, tra i booth, le opere sia di quegli artisti del passato ancora in attesa di riconoscimento (come Wadsworth Jarrell o Betye Saar, per fare due nomi), sia di nuovi talenti che finora non erano riusciti a trovare spazio, come i giovani artisti esposti dalla galleria Steve Turner. Un’abbondanza sicuramente favorita anche dal fatto che, come già detto, questa edizione ha visto una prevalenza di gallerie americane. Per lo stesso motivo sono stati invece penalizzati gli artisti italiani, quasi del tutto assenti in fiera. Fa eccezione l’artista di base a New York, Luisa Rabbia, che, rappresentata dalla Peter Blum Gallery, era presente con diversi lavori. “Il lavoro di Luisa ha riscosso molto interesse”, ci ha raccontato David Blum, “e abbiamo venduto un suo quadro e una scultura”. La galleria, che all’Armory partecipa fin dagli esordi della fiera, si è detta in generale molto soddisfatta per le vendite che, quest’anno, a differenza del solito quando sono l’anteprima e l’apertura i giorni in cui si concludono i maggiori affari, sono state distribuite su tutta la durata dell’evento. Un effetto probabilmente favorito dalla necessità di limitare il numero di ingressi per ogni giornata che ha costretto il pubblico a distribuirsi su tutte le giornate. Se nell’era post covid dovessimo scoprire che questo nuovo modo di fare fiere non è solo più piacevole, ma fa vendere meglio, allora forse la lunga pausa di riflessione causata dalla pandemia non sarà stata invano.

– Maurita Cardone

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.