The Shed, il nuovo centro culturale polifunzionale di New York, apre al pubblico

Progettato da Diller Scofidio + Renfro, in collaborazione con Rockwell Group, l’edificio è dotato di una parte fissa e di una mobile, che scorre su ruote ed è compreso nel complesso Hudson Yards. Da venerdì 5 aprile proporrà un programma di appuntamenti votato alla multidisciplinarietà e alla commistione tra discipline.

Evening View of The Shed from 30th Street. Photography by Iwan Baan. Courtesy of The Shed. Project Design Credit: Diller Scofidio + Renfro, Lead Architect and Rockwell Group, Collaborating Architect
Evening View of The Shed from 30th Street. Photography by Iwan Baan. Courtesy of The Shed. Project Design Credit: Diller Scofidio + Renfro, Lead Architect and Rockwell Group, Collaborating Architect

Nel West Side di Manhattan, dove la High Line va ad affacciarsi sull’Hudson prima di interrompere il suo percorso su di uno skyline di anonimi palazzi contemporanei, è nato un nuovo distretto della città, nel cui cuore c’è un edificio che è il sogno progettuale proibito di ogni architetto. Quando venerdì aprirà al pubblico, il centro culturale polifunzionale The Shed restituirà un’anima al complesso di edifici che compongono Hudson Yards. Avviato nel 2008 per iniziativa di grandi immobiliaristi e su idea dell’allora sindaco Michael Bloomberg, lo sviluppo di quest’area della città che fino a pochi anni fa era una delle più desolate di Manhattan, non passerà probabilmente alla storia come uno dei prodigi dell’architettura del Ventunesimo Secolo. Se tra l’uniformità delle superfici specchianti dei nuovi grattacieli non spuntasse l’Empire State Building, verrebbe da pensare di essere a Dubai più che a New York. In questo contesto, The Shed è una cattedrale umanistica in un deserto di lusso un po’ anonimo.

La facciata di The Shed sul lato della piazza di Hudson Yards. Foto: Maurita Cardone
La facciata di The Shed sul lato della piazza di Hudson Yards. Foto: Maurita Cardone

INVESTIMENTO DI 500 MILIONI DI DOLLARI

Gestito dall’omonima organizzazione no profit, il centro culturale nasce con nobili ambizioni. The Shed vuole essere un luogo ultraflessibile, aperto ad ogni tipo di arte ed ogni genere di pubblico, dove le idee più sperimentali possono trovare spazio. Il direttore artistico e CEO, Alex Poots ha spiegato: “Quando ho accettato questo incarico, il mio primo pensiero è stato che questo luogo sorge su terreno pubblico e che avevamo quindi la responsabilità civile di creare uno spazio per la città. The Shed lavorerà su commissioni di opere originali, trattando tutte le arti e tutti gli artisti allo stesso modo, senza distinzione tra artisti emergenti ed affermati o tra arti alte e basse. Questo sarà un posto per l’inventiva e la curiosità, un luogo decentrato che sappia andare oltre i dualismi”. Con i suoi 18.500 metri quadrati, la struttura da 500 milioni di dollari (tra investimenti pubblici e privati), progettata da Diller Scofidio + Renfro, in collaborazione con Rockwell Group, cambia in forma e dimensioni per adattarsi alle idee degli artisti. L’edificio, il cui nome richiama i capannoni industriali, è composto da una parte fissa su otto livelli e da una mobile. Quest’ultima è un guscio in acciaio a griglia diagonale (Diagrid) di 37 metri di altezza, che scorre orizzontalmente su ruote, scoprendo l’edificio e andando a inglobare una parte dell’antistante piazza. Così facendo crea un’area coperta di 1.600 metri quadrati, pensata per le performance di larga scala, denominata The McCourt, dal nome di uno dei finanziatori del progetto. Lo spazio può ospitare fino a 2.000 persone con la possibilità di aggiungere 3.000 posti a sedere, quando la parete di vetro dell’edificio fisso si apre sulle gallerie retrostanti.

COME FUNZIONA THE SHED

Composta da una griglia prefabbricata di triangoli bombati, la struttura cinetica in acciaio traslucido, è stata in parte realizzata in Italia. Messe in movimento da un motore ad attivazione wireless da 180 cavalli (poco più della potenza di una Prius), le sei ruote di 180 centimetri di diametro impiegano appena cinque minuti per compiere il proprio percorso e scoperchiare l’edificio. Quando il guscio è aperto, il soffitto è una fitta rete di strutture teatrali che consentono di fare praticamente qualsiasi cosa, dicono i progettisti. “Uno shed – ha detto Daniel Doctoroff, chairman della no profit – si definisce come una struttura aperta dotata di strumenti. E The Shed è progettato per essere proprio questo: una piattaforma, un edificio adattabile in modo unico, in grado di dare agli artisti la libertà di realizzare i propri sogni”. Nella parte fissa dell’edificio sono ospitati spazi espositivi, un teatro da 500 posti e, all’ultimo piano, un ambiente illuminato da ampi lucernai, su cui si affacciano i grattacieli circostanti, che comprende uno spazio per eventi, sale per le prove degli spettacoli e un laboratorio creativo per artisti locali. Per le funzioni di servizio, l’edificio si appoggia al grattacielo retrostante, 15 Hudson Yards, che, progettato dagli stessi architetti, ha “rinunciato” ai suoi piani più bassi per ospitare uffici, camerini, magazzini e spazi macchine.

IL PROGRAMMA MULTIDISCIPLINARE PER L’APERTURA

Dopo il taglio del nastro con il sindaco di lunedì e l’anteprima per la stampa di mercoledì, il 5 aprile The Shed aprirà le porte con un ricco opening program, pensato per dare un assaggio della varietà di discipline che il nuovo centro culturale intende produrre, sostenere e ospitare. Nel rispetto della propria mission, il centro culturale apre con una forte connotazione di multidisciplinarietà e commistione tra le forme d’arte. Come ha raccontato Alex Poots durante la conferenza stampa, uno dei primi artisti ad essere contattati è stato Steve McQueen: è a lui che si deve l’idea dietro Soundtrack of America, una serie di cinque concerti, ognuno con cinque musicisti emergenti, che celebrano l’impatto della musica afroamericana sulla cultura contemporanea, tracciando un ideale albero genealogico musicale che parte da spiritual, blues, jazz, gospel, passa per R&B e rock and roll, per arrivare a house music, hip hop e trap. Poots ha coinvolto un altro mostro sacro per la commissione di In Reich Richter Pärt, due performance, una concepita dal compositore Steve Reich e dal pittore Gerhard Richter, l’altra da Richter e dal compositore Arvo Pärt, che esplorano il linguaggio sensoriale condiviso dell’arte visiva e della musica. Inno alla sperimentazione è la Cornucopia di Björk, che mette in scena per la prima volta un concerto-performance con arrangiamenti musicali dal vivo, coro, immagini e tecnologie digitali. Il Griffin Theater ospiterà invece Norma Jeane Baker of Troy una piece di teatro cantato che esplora i miti di Marilyn Monroe ed Elena di Troia, scritta dalla poetessa Anne Carson, diretta da Katie Mitchell e interpretata dal soprano Renée Fleming e da Ben Whishaw. Per l’apertura The Shed ospita anche un’opera dell’artista Trisha Donnelly.

VERSO LA RETROSPETTIVA SU AGNES DENES

Aprirà invece a giugno Dragon Spring Phoenix Rise spettacolo a tema arti marziali, ambientato nella Chinatown di Queens, ideato da Chen Shi-Zheng, in collaborazione con gli sceneggiatori di Kung Fu Panda. Bisognerà aspettare invece l’autunno per vedere la prima grande retrospettiva newyorchese dedicata all’artista concettuale, pioniera dell’arte ecologica, Agnes Denes. Unica opera permanente è invece il lavoro site specific commissionato a Lawrence Weiner e integrato nella piazza che si trasforma in teatro, di fronte a The Shed: si chiama In Front of Itself ed è una frase incastonata nella pavimentazione, ripetuta due volte, una di fronte all’altra.

UNA RIFLESSIONE SU HUDSON YARDS

Quando il guscio dell’edificio è retratto e The Shed è chiuso su se stesso, l’opera di Weiner ha di fronte 10 Hudson Yards, il più basso di due tutt’altro che notevoli edifici gemelli, simmetricamente disposti a nord e sud di 20 Hudson Yards, il nuovo centro commerciale che ospita negozi, ristoranti, bar, enoteche, caffè, centri benessere, palestre, uno spazio espositivo immersivo disegnato da Snarkitecture, tre piani dedicati ai grandi magazzini di lusso Neiman Marcus e, almeno per quest’anno, opere d’arte alle pareti come parte del programma HYxOffTheWall. Il design dell’edificio, firmato Elkus Manfredi Architects, per quanto sicuramente funzionale ed elegante, non ha molto di memorabile, così come gli altri edifici che fanno parte del complesso: belle lobby, spazi eleganti, ma strutture che non aggiungono granché allo skyline di Manhattan. Lo sviluppo dell’area di 11 ettari, iniziato nel dicembre 2012, è costato oltre 25 miliardi di dollari: i 16 edifici che compongono il progetto immobiliare privato più costoso nella storia degli Stati Uniti, nascono dalla mente e dalle tasche di Stephen Ross che, per amor di sintesi, potremmo definire come una versione di Trump più socialmente accettabile e meno amante dei riflettori. Nella scontatezza architettonica di questo nuovo quartiere spuntato sulle sponde dell’Hudson, fa eccezione però The Vessel, la scala verso il niente firmata dal britannico Thomas Heatherwick. Con i suoi 45 metri di altezza, la spettacolare spirale di acciaio al carbonio e vetro (anche questa in parte costruita in Italia) da 180 milioni di dollari è un inno alla bellezza inutile. Non è tutta inutile l’arte? – ribattono alcuni. Resta il fatto che in una città con un disperato e ormai cronico bisogno di infrastrutture, non sono in molti quelli che sentivano il bisogno di un edificio che sembra già un’icona dell’era di Instragram, imperdibile occasione per fare foto acchiappa like.

Maurita Cardone

https://theshed.org/

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.