Torna Frieze New York. Ecco com’è andata la fiera allo Shed

Un bel clima, e tutto esaurito in termini di biglietti. Fa un ingresso a suo modo trionfale nel calendario del 2021 Frieze New York, in formula ibrida con un numero ridotto di gallerie in presenza. Ecco come sta andando e le immagini

Immagini dell’allestimento del booth della Galleria Massimo De Carlo. Courtesy: Massimo De Carlo
Immagini dell’allestimento del booth della Galleria Massimo De Carlo. Courtesy: Massimo De Carlo

Udite, udite, le fiere d’arte son tornate. Dopo Dubai, anche New York torna ad ospitare una fiera d’arte, la  prima dopo il galeotto Armory Show tenutosi alla vigilia del lockdown in un angoscioso misto di incoscienza e apprensione. Ha aperto il 5 maggio a The Shed l’edizione 2021 di Frieze New York. Tre piani di spazio espositivo disegnato dallo studio Diller Scofidio ospitano 64 gallerie, una frazione delle circa 200 dell’edizione 2019, ma abbastanza per inebriare un pubblico a digiuno da ormai troppo tempo.

LA FIERA SOLD OUT

Tra questionari da compilare e prove di vaccinazione da esibire, un numero ristretto di visitatori viene ammesso ogni giorno negli spazi del performing center nel nuovissimo quartiere di Hudson Yards. I biglietti erano infatti già tutti esauriti prima dell’apertura. Ma nella prima giornata si respirava un’aria di distesa soddisfazione e pubblico e galleristi sembravano godere del ritrovato contatto. Tra gli espositori, abbondano gli americani, mentre sono poche le presenze internazionali, con una prevalenza di gallerie da Canada e Sud America. Dall’Italia c’è Massimo De Carlo che non ha mandato rappresentanti da casa ed espone prevalentemente opere arrivate dagli USA, ma che ha voluto essere presente per questa riapertura. “Alcuni collezionisti che non vedevo da tempo sono stati tra i primi a venire oggi e allo stesso tempo abbiamo raccolto pagine e pagine di nuovi contatti e questo ci rende molto felici,” ha commentato Samantha Sheiness, direttore della sede di Londra, definendo la giornata “fantastica”. Gli stand sono decisamente più sobri rispetto alle scorse edizioni di una fiera che in genere non lesina in glam, ma, tolti i lustrini, alla fine è l’arte a guadagnarci. Le gallerie hanno infatti curato i propri spazi con insolita parsimonia, senza affollare gli stand e rinunciando alle opere acchiappa selfie che di solito abbondano in questo tipo di eventi. Frieze New York 2021 è insomma una fiera per sottrazione: quel che resta di una fiera d’arte dopo la rimozione del superfluo. Ma è anche la fiera che emerge dopo oltre un anno di viewing room online e mostre virtuali. Quella di New York è stata infatti presentata come la prima edizione ibrida, con quasi 200 gallerie visitabili sul sito Internet di Frieze fino al 14 marzo (l’edizione dal vivo si conclude invece il 9 maggio) e una sfilza di eventi, dibattiti, mostre e proiezioni online.

Lo stand di Kasmin. Photo: Maurita Cardone
Lo stand di Kasmin. Photo: Maurita Cardone

LA NUOVA SEDE DI FRIEZE NEW YORK

Fa contenti tutti la nuova sede fisica dell’evento che nelle scorse edizioni si era sempre svolto a Randall’s Island, scomodo isolotto nell’East River che da anni provocava scontento tra pubblico e galleristi costretti a costose traversate del fiume o lunghi tragitti in taxi. The Shed è invece a un passo da Chelsea, tra i quartieri più affollati di gallerie, dove hanno sede molti degli espositori locali: uscito dalla fiera, il pubblico può proseguire l’esperienza passeggiando tra le gallerie, molte delle quali in questi giorni aprono nuove mostre o progetti speciali legati a Frieze. Insomma la nuova sede centrale sembra essere “here to stay”, qui per restare. Anche dopo il periodo emergenziale. Nonostante un’economia ancora in sofferenza, le vendite sembrano essere andate bene già dall’apertura. “Una prima giornata eccezionale” ci ha detto Eric Gleason, direttore di Kasmin, “non si direbbe mai che abbiamo avuto un intervallo di 14 mesi. Le vendite sono state incredibili e, se non fosse per le mascherine, non sapresti che siamo ancora nella scia della pandemia. Il mercato dell’arte non è andato poi così tanto giù durante la pandemia e, se la giornata di oggi ci dice qualcosa, è che ci sarà ancora più entusiasmo di prima”. Altri galleristi hanno riportato simili esperienze, spiegando che i collezionisti non vedevano l’ora di poter tornare a fare acquisti di persona. Jessica Kreps, partner di Lehmann Maupin, si è detta soddisfatta sia per le presenze che per le vendite: “C’è molto interesse per gli artisti che stiamo esponendo e sono tutti entusiasti di essere qui e di incontrarsi, sto vedendo tante facce familiari del mondo dell’arte che non vedevo da tempo”. La galleria espone, tra le altre, una serie di opere di Gilbert & George dal titolo The New Normal, realizzata durante la pandemia.

Mel Chin x For Freedoms, Better (2021). Photo: Maurita Cardone
Mel Chin x For Freedoms, Better (2021). Photo: Maurita Cardone

ECHI DELLA PANDEMIA NELL’ARTE

Il 2020 non è passato inosservato e i temi emersi nel corso di un anno tra i più difficili della storia recente tornano in diversi dei lavori esposti. Echi del momento di riconoscimento e autoanalisi che la società americana ha affrontato negli scorsi mesi con il movimento Black Lives Matter risuonano nelle installazioni di più di una galleria. Un esempio originale e potente è il lavoro di Trenton Doyle Hancock cui la James Cohan Gallery ha dedicato l’intero booth: una serie di quadri che compongono una sorta di graphic novel di cui protagonista è un improbabile supereroe, alter ego dell’artista, che si confronta con il buio della società americana nella forma di personaggi incappucciati che richiamano le rappresentazioni del Ku Klux Klan di Philip Gustonoggetto di recenti controversie.  Il tema della diversità nella rappresentazione culturale torna anche nel progetto speciale che accompagna la fiera, il tributo al Vision & Justice Project, avviato nel 2017 da Sarah Elizabeth Lewis della Harvard University come numero speciale di Aperture Magazine. La versione proposta da Frieze mira a creare un coinvolgimento attivo delle gallerie e della comunità nel dibattito sulla responsabilità delle arti nelle scelte di rappresentazione visiva nella sfera pubblica. Del progetto, oltre a una serie di eventi e dibattiti, fanno parte due opere commissionate a Carrie Mae Weems e Hank Willis Thomas. Weems ha reso omaggio al tema con una riproduzione di copertine di libri che erano parte del progetto originario Vision & Justice; Thomas ha realizzato invece una riproduzione del suo poster Who Taught You To Love? (2020) lanciato per la campagna 2020 Awakening. In aggiunta, un cartellone di Mel Chin invita alla solidarietà con tutte le minoranze, in risposta ai recenti attacchi agli asiatici nelle città americane.

FRIEZE ART FAIR: GLI NFT

Nell’anno dell’arte che entra nel mondo virtuale, non poteva mancare un riferimento agli NFT. La galleria Barro di Buenos Aires presenta il progetto dell’artista argentina Agustina WoodgateDon’t Trust. Verify, titolo preso a prestito da uno slogan legato alle criptovalute. L’installazione consiste in un bancomat che l’artista, giocando con il nome inglese ATM, ha battezzato ADM, Automatic Dealer Machine. Quando si inserisce la carta bancomat, la macchina preleva 100 dollari ed emette banconote da un dollaro da cui l’artista ha raschiato via le effigi. In questo modo il visitatore acquista l’opera dell’artista direttamente dal bancomat, eliminando il bisogno del gallerista. Se nel 2019 ci avessero fatto vedere Frieze New York 2021 non ci avremmo creduto. Questa edizione, sobria e minimale al limite del dimesso, porta con sé tutto il peso del “post”. È ancora presto per dire se questa sarà la nuova normalità o se è solo quel momento in cui ci si rialza frastornati dopo un brutto colpo, ma questa ventata di essenzialità per ora ci sembra una bella novità.

Maurita Cardone

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.