Armory Show 2020 a New York: report delle gallerie e delle sezioni curate

Riapre una delle fiere più classiche del contemporaneo sulla scena newyorkese: l’edizione 2020 di Armory presenta delle interessanti novità, e allo stesso tempo propone alcuni grandi ritorni

Armory Show 2020. Il padiglione principale con i booth delle gallerie. Photo: Maurita Cardone
Armory Show 2020. Il padiglione principale con i booth delle gallerie. Photo: Maurita Cardone

Si è aperta in un clima di calma apparente, nonostante le preoccupazioni per il virus COVID-19, la 26ª edizione dell’Armory Show di New York. Già il 25 febbraio la direzione della fiera aveva diffuso un comunicato stampa in cui, citando il parere delle istituzioni sanitarie americane secondo cui il rischio negli USA sarebbe stato basso, annunciava che l’evento si sarebbe svolto normalmente e offriva consigli e norme precauzionali. Mercoledì, all’anteprima, mentre si diffondevano le notizie sui primi casi diagnosticati in città, l’affluenza sembrava la stessa di sempre e dei 183 espositori attesi da 32 paesi del mondo, solo due gallerie, una cinese e una di Hong Kong, avevano rinunciato a partecipare. Per il resto, disinfettanti alla mano, è business as usual nel mondo dell’arte.

Armory Show 2020. Il padiglione principale con i booth delle gallerie. Photo: Maurita Cardone
Armory Show 2020. Il padiglione principale con i booth delle gallerie. Photo: Maurita Cardone

ARMORY SHOW 2020: PERSPECTIVES E FOCUS

Questa edizione dell’Armory Show segna un’importante novità: per la prima volta uno dei due padiglioni sull’Hudson che ospitano la fiera è interamente dedicato a progetti curatoriali. Una bella innovazione che riesce a rompere la monotonia tipica delle fiere, in cui le gallerie portano tutto quel che pensano di poter vendere, con spazi dove il visitatore può ritagliarsi momenti di reale esperienza estetica, dimenticando per un attimo di essere in un mercato d’arte. Una delle sezioni di questo padiglione è Perspectives, curata da Nora Burnett Abrams, del Museum of Contemporary Art di Denver, la quale raccoglie 18 gallerie che espongono opere del primo Novecento e del Dopoguerra (tra cui lavori di Max Ernst, Jasper Johns, Franz Kline, Gerhard Richter, Ed Ruscha) viste attraverso una lente contemporanea. Ampio spazio in questa sezione anche alla fotografia, con progetti di Nan Goldin e Weegee. Nello stesso padiglione, a cura di Jamillah James dell’Institute of Contemporary Art di Los Angeles, troviamo Focus, i cui 31 espositori presentano booth monografici o con un massimo di due artisti, i cui lavori si muovono su una linea di confine tra realtà e finzione. “Nel complesso, si legge in una nota stampa, “la sezione Focus 2020 è una proposta aperta che ci invita ad interrogarci su come funzioni la storia quando il presente è in costante accelerazione e quanta autonomia abbiano gli individui e le comunità nel raccontare la propria esperienza e creare nuovi mondi”.

Armory Show 2020. Il padiglione principale con i booth delle gallerie. Photo: Maurita Cardone
Armory Show 2020. Il padiglione principale con i booth delle gallerie. Photo: Maurita Cardone

ARMORY SHOW 2020: LE ALTRE SEZIONI CURATE

Le sette opere che fanno parte della terza delle sezioni curatoriali, Platform, affidata alla direttrice dell’Institute of Contemporary Art di Los Angeles, Anne Ellegood, sono invece sparpagliate in tutta la fiera, su entrambi i padiglioni. Si tratta di progetti su larga scala che interagiscono con il contenitore industriale della fiera. Il tema di quest’anno è la satira: agli artisti è stato chiesto di esplorare i modi in cui satira e caricatura siano state storicamente utilizzate come strumenti di critica sociale nell’arte e nella letteratura. Ne sono risultate opere bizzarre che all’anteprima hanno creato file di visitatori a caccia di selfie. Tra i progetti esposti, opere di Edward e Nancy Kienholz, di cui è in mostra un carro funebre al cui interno il pubblico è invitato ad affacciarsi (The Caddy Court, 1986-87), oltre che di Marnie Weber e Charlie Billingham. L’ultima delle sezioni curatoriali è Non-Profit, in cui la fiera offre spazi a prezzi scontati per progetti culturali di organizzazioni not for profit. Armory 2020 presenta inoltre quattro progetti speciali, tra cui Harlem U.S.A. 1975-1979 di Dawoud Bey, un affascinante viaggio fotografico tra i volti di uno dei quartieri più iconici di New York e una performance di Jeffrey Gibson, in scena sabato sera alle 11.30 a Times Square, in congiunzione con la proiezione del video dello stesso artista, She Never Dances Alone, per Midnight Moment.

ARMORY SHOW 2020: LE GALLERIE

Il padiglione principale ospita i soliti noti, con tante delle gallerie più importanti al mondo, tra cui alcuni attesi ritorni come Bortolami, Simon Lee, Gagosian, Kasmin e altri che mancavano dall’Armory da qualche anno. Raccolte nella sezione Presents, sono invece 26 gallerie di non più di 10 anni di età, ognuna delle quali espone lavori realizzati negli ultimi tre anni da uno o due artisti. La sezione offre la possibilità di incontrare nomi nuovi, opere fresche e ben allestite. A confronto con le tante altre fiere in corso in questi giorni in città, l’Armory è un po’ l’elegante vecchia signora, senza eccessi e sempre affascinante. La maggior parte dei booth è allestita con misura, evitando gli affollamenti e il clamore che spesso affliggono le fiere d’arte.  I commenti generali sono positivi e, passando tra i booth, si ascoltano le solite contrattazioni del giorno dell’anteprima, quando i collezionisti che contano cercano di assicurarsi i pezzi più ambiti. A fine giornata, la stampa americana già riportava vendite importanti. Nei prossimi giorni andremo a trovare i galleristi italiani per farci raccontare come è andata.

-Maurita Cardone

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.