Nel libro di Meyerowitz tutta l’intensità dell’incontro tra la sua fotografia e la pittura di Morandi
Torna in libreria “Morandi's objects”, una delle opere più affascinanti di un grande fotografo contemporaneo. Una nuova edizione, per ammirare l’eccellente ricerca condotta nello studio del Maestro bolognese. Esperienza seguita poi da un altrettanto profondo lavoro su Cèzanne
Due mondi che si incrociano e risuonano insieme, così vicini e così diversi. Joel Meyerowitz (New York, 1938) e Giorgio Morandi (Bologna, 1890 – 1964) sono i protagonisti di un coup de foudre consumatosi mezzo secolo dopo la morte del secondo, nell’imperscrutabile perfezione di un incontro-accadimento.
Da un lato la fotografia, che insegue l’attimo fulmineo tra le strade di New York per cercare nel caos una forma, un’imprevista combinazione di gesti e di timbri da tramutare in memoria. Dall’altro la pittura, i portici di Bologna e le campagne di Grizzana, il tempo scandito in lentezza tra le solite mura, nel silenzio del rifugio: un piccolo teatro dell’occhio e dello spirito in cui ogni giorno dispiegare porzioni d’infinito nel solco degli stessi rituali.
Testimone di questa storia è un iconico volume, pubblicato nel 2015 da Damiani – editore riconosciuto a livello internazionale per l’eccellenza nei libri d’arte e fotografia – e ridato alle stampe ad aprile 2026 con un nuovo testo firmato dalla scrittrice Maggie Barrett – moglie dell’artista – con una più ampia selezione di fotografie e una bibliografia aggiornata.

Meyerowitz in Italia. Dagli still life allo studio di Morandi
Autore della serie fotografica, Meyerowitz è uno dei più grandi interpreti della Street Photography contemporanea. Figlio della postmodernità, cacciatore di immagini sedotto negli Anni Sessanta dalle possibilità offerte dal colore, non ha mai smesso di nutrire la sua fame di realtà, di densità umana, sociale, antropologica. E così, nel corso di una lunga carriera, ha partorito inquadrature in perfetto equilibro dinamico, immagini sature, traboccanti di vita e verità, attraversate dal ritmo sinuoso e sincopato di una partitura jazz.
Lo still life nella pratica di Joel Meyerowitz
Poi, di colpo, la sua pratica si curvò verso un orizzonte differente. Il più classico dei generi, lo still life costruito in studio, giunse come una folgorazione, tra casualità e desiderio. Lo racconta nel saggio in catalogo Amanda Renshaw, per oltre 20 anni direttrice della casa editrice Phaidon:“Intorno al 2010, mentre viveva in Italia, Meyerowitz si ritrovò affascinato da tre oggetti usati acquistati in una vendita di garage: un tubo di ottone ammaccato, una fiaschetta di latta arrugginita e un contenitore di peltro. Li portò nella sua casa vicino a Siena. (…). Usando un lucernario come unica fonte di luce, dispose gli oggetti su una superficie piana e li spostò, osservando come le loro personalità cambiassero nell’interagire tra loro”.
E qui l’autrice riporta una testimonianza diretta, svelando l’incipit di quella che sarebbe diventata una tra le produzioni più intense dell’artista: “Dopo alcune settimane di conversazione con questi oggetti – racconta Meyerowitz – cominciai a capire i piaceri di cui Giorgio Morandi aveva riempito le sue giornate: apportare aggiustamenti graduali allo spazio tra gli oggetti, considerare la scala e i raggruppamenti, la distanza dallo sfondo, percepire le personalità dei personaggi che emergono da lievi alterazioni nelle posizioni di questi oggetti consumati, e infine la qualità della luce o, in questo caso, dell’oscurità in cui erano immersi”.
Il libro di Meyerowitz sugli oggetti di Morandi
Nasce così Morandi’s objects. The complete archive of Casa Morandi. Un libro, ma soprattutto un’esperienza di lavoro e ricerca in quell’angolo d’Italia che Meyerowitz e Barrett avevano scelto come nuovo inizio, lontani dal chiasso di New York, tra le colline a sud di Siena. La prospettiva morandiana divenne la stessa in cui il fotografo si trovò, sperimentando luci, ombre, ritmi, respiri diversi: un nuovo ordine di spazio e tempo intitolato alla lentezza e al raccoglimento. Anche gli oggetti a quel punto cominciavano a parlare, ormai veri e propri soggetti di un’indagine creativa. Decise allora di esplorare quella direzione fino all’essenza e per farlo si recò nel luogo che per Morandi era stato orizzonte quotidiano, caparbiamente scelto e difeso come il più fertile dei giardini, il più profondo degli scrigni. E provò a diventare lui, a replicarne i movimenti, gli sguardi, le percezioni, con la routine di giorni congelati e rimasti simbolicamente vivi nella casa-studio di Via Fondazza 36.
“Uno per uno, più di 260 oggetti che aveva collezionato passarono tra le mie mani. Coperti di polvere e dall’aspetto ordinario, si presentavano come parte del mistero che Morandi ci ha lasciato in eredità, affinché cercassimo di comprenderlo”: lo scrive Meyerowitz nel suo bel testo, il cui titolo – The Ordinary Sublime – è già la summa dell’intero viaggio. Sublime diventava quella piccola stanza cosmica, un luogo uguale a tanti altri, dove file di bottiglie, barattoli, vasi, caraffe si tramutavano in preziosi alleati per la costruzione di un ragionamento lirico sulle forme visibili e invisibili del mondo, in una rara convergenza tra poesia, filosofia e arte visiva.

Autore anonimo
Il catalogo fotografico e la lettura critica nel libro di Meywrowitz
Le fotografie di Meywrowitz costituiscono un catalogo esatto di quel piccolo sconfinato universo, come il più scientifico degli archivi; ma sono anche un testo visivo profondissimo, al pari di una lettura critica. Immortalati uno per uno, in opposizione alla vocazione corale delle nature morte di Morandi, gli umili oggetti si esibiscono dinanzi all’obiettivo con la loro singolare potenza, la polvere residua, le tracce di colore usate dal pittore per opacizzarli o alterarne lievemente la tinta. Minuti nnuclei di senso racchiusi in un silenzio ricco di echi e vibrazioni. In ognuno degli scatti, immersi in una luce calda, autunnale, Meyerowitz ricerca quella sensibilità per i pigmenti, la luce, i rapporti tra volumi e spazio che Morandi aveva esplorato per tutta la vita. Sfida esaltante, i cui i limiti erano chiari fin da subito a colui che – da non pittore – sapeva sentire e capire la pittura con acume: “Ciò che non potevo fare con una fotografia era avvolgerli nell’atmosfera che la pittura porta allo spazio e alla forma: il modo in cui un bordo tremolante e dipinto di un oggetto si dissolve in un altro, o come lui ne sovrapponesse le forme in modo da non permetterci di leggere lo spazio con certezza”.
Meyerowitz e lo studio Cézanne
Il fotografo ha poi proseguito la sua ricerca sui maestri della pittura e i loro atelier iconici con il volume Cézanne’s Objects uscito nel 2017 sempre per Damiani, dedicato allo studio di Paul Cézanne a Aix-en-Provence. La prima cosa che lo colpì fu la speciale atmosfera data dal colore delle pareti dipinte di grigio scuro con una lieve sfumatura di verde: stratagemma utile all’artista per osservare gli oggetti nel segno di una inedita piattezza, azzerando volumetria e prospettiva. Un rivoluzionario contributo per gli sviluppi della pittura nel Novecento in chiave anti-mimetica.
Quella scatola magica tinta di grigio assorbiva dunque le forme ponendole in continuità con lo sfondo, laddove dei muri bianchi le avrebbero invece isolate, ritagliandole nell’ambiente ed evidenziandone i contorni grazie al brillio dei riflessi di luce. Ecco che di nuovo, per Meyerowitz, la pratica fotografica diventava strumento di comprensione e poi di restituzione critica di uno specifico meccanismo pittorico.
Durante la prima visita sostò davanti al cappotto, al grembiule e al cappello di Cézanne appesi a dei ganci da oltre cent’anni. E osservò lì, di parete in parete, le sottili modulazioni di quel grigio pervasivo – qui più neutro, lì tendente al verde-salvia – determinate dalla diversa intensità e direzione dei raggi luminosi provenienti dalla finestra. Tornò un anno dopo, con un progetto ben chiaro in testa: “Sentii l’impulso di prendere in mano ciascuno dei suoi oggetti – raccontò poi – e di osservarli sullo sfondo della parete grigia. Il direttore dell’atelier mi permise gentilmente di farlo. Il mio impulso fu quello di collocare ognuno di essi esattamente nello stesso punto sul suo tavolo con il piano in marmo e di farne semplicemente una semplice testimonianza. Volevo vedere con i miei occhi come una fotografia avrebbe trattato questi oggetti e il loro rapporto con la parete, mentre le mutevoli variazioni della luce pomeridiana giocavano sullo sfondo grigio, offrendo una meditazione sulle dimensioni della percezione”.

Vita e morte, la dialettica tra pittura e fotografia
Due esperienze di straordinaria intensità emotiva, creativa, intellettuale, in cui si condensa l’unicità della relazione dialettica tra pittura e fotografia: l’una a ispirare, nutrire, penetrare, pungolare l’altra, e viceversa. In questo esercizio di intelligenza estetica sta la forza di Meyerowitz, di cui la bellezza formale è riflesso immediato, inevitabilmente seducente. E quella stessa possibilità dialettica si invera nell’indagine sulla sopravvivenza degli oggetti inanimati: cristallizzati nell’eterno presente di uno scatto che li ruba al flusso del tempo, vivificati nella rilettura del segno pittorico che li continua a resuscitare all’infinito. La questione della vita e della morte resta al centro, come sottolineato da Maggie Barrett nel suo testo, un racconto in prima persona affettuosamente analitico: “Trovo una certa ironia nel fatto che, in inglese, mio marito che è ancora in vita stia facendo ‘still-lifes’, mentre Morandi dipingeva ‘nature morte’. Quanto più ironica è allora la scatola di latta che prima proiettava un’ombra e che ora custodisce il tabacco ancora fragrante di Morandi — lo strumento della sua morte per cancro ai polmoni — scatola che ricorda quelle che contengono le ceneri di una persona amata. L’oggetto ultimo della sua natura morta”.
Helga Marsala
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati