7 nuovi libri d’arte e cultura in libreria. Mappe del presente: tra arte, lavoro, memoria e forme della percezione
Diverse forme narrative e diversi punti di vista ma un’esigenza in comune, quella di trovare nuove forme e nuove parole per comprendere, leggere e spiegare la complessa contemporaneità che stiamo vivendo
Le uscite editoriali di questa selezione sembrano muoversi tutte attorno a una stessa esigenza: trovare nuove parole e nuove forme per leggere un presente sempre più complesso, fratturato, instabile. C’è chi prova a ridefinire il lessico dell’arte contemporanea, chi interroga il futuro del lavoro oltre la sua centralità novecentesca, chi torna a figure e simboli della modernità per comprenderne le inquietudini ancora attive, e chi sceglie la forma del diario o della testimonianza per restituire ciò che la cronaca da sola non basta a dire.
Accanto ai saggi teorici trovano spazio libri che lavorano sulla percezione, sul tatto, sulla casa, sullo smarrimento, sulla fragilità della vita e sulla possibilità di trasformare l’esperienza in racconto. Dall’essenzialità poetica di Katsumi Komagata all’universo domestico di Giorgio Morandi, dai labirinti interiori attraversati da Andrea Bocconi alla testimonianza diretta da Gaza, ne emerge una costellazione di volumi molto diversi tra loro, ma accomunati dalla volontà di allargare lo sguardo. Libri che, ciascuno a suo modo, provano a nominare ciò che cambia, ciò che resiste e ciò che ancora chiede di essere compreso.
Dario Moalli

Lessico per le arti del XXI Secolo – Nicolas Martino
Più che un semplice repertorio di definizioni, Lessico per le arti del XXI Secolo si presenta come una mappa provvisoria per orientarsi dentro un paesaggio in rapido mutamento. Il libro parte da un’intuizione convincente: se cambia il mondo, cambiano anche le parole con cui proviamo a raccontarlo, e le arti – da sempre attraversate da linguaggi, discipline e conflitti – sono uno dei luoghi in cui questo slittamento si manifesta con maggiore evidenza.
Il volume raccoglie dodici voci, dodici parole-chiave che funzionano come altrettanti accessi al presente: dall’autore all’intelligenza artificiale, dal femminismo al queer, dal museo alla cura, dal trauma al paesaggio. Il pregio del progetto sta proprio in questa scelta lessicale, che evita sia l’enciclopedia sia il manifesto, preferendo una forma più mobile, capace di tenere insieme riflessione teorica e tensione concreta verso le pratiche artistiche contemporanee.
L’aspetto più interessante del libro è la sua natura corale. Ogni voce è affidata a studiosi e studiose con prospettive differenti, e questo consente di restituire il carattere tutt’altro che neutro dei termini scelti. Parole come “autore”, “museo” o “pop”, che sembrerebbero ormai consolidate, vengono rilette alla luce di trasformazioni profonde; altre, come “intelligenza artificiale”, “disapprendimento” o “cura”, mostrano quanto il discorso sull’arte oggi si giochi sempre più spesso in una zona di confine con l’antropologia, la politica, la biologia, l’economia e le tecnoscienze.
Lessico per le arti del XXI Secolo a cura di Nicolas Martino
Luca Sossella Editore, 2026
pag. 160, € 20
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Piccolo Albero – Katsumi Komagata
Più che un libro illustrato, Piccolo Albero di Katsumi Komagata è un piccolo dispositivo poetico costruito con carta, vuoto, luce e tempo. Considerato uno dei vertici della produzione del designer giapponese, il volume trasforma il formato pop-up in qualcosa di molto diverso dall’effetto spettacolare a cui spesso lo si associa: qui ogni apertura, ogni taglio, ogni piega lavora per sottrazione, per delicatezza, per meditazione.
La storia è minima e universale. Tra due pagine bianche nasce un albero minuscolo, che cresce, si trasforma, attraversa le stagioni, invecchia e scompare, lasciando però un seme. È una struttura narrativa elementare, ma proprio per questo potentissima: Komagata affida al mutamento della forma e dei materiali il racconto del ciclo della vita, della perdita e della continuità. Il libro non spiega, non insiste, non allegorizza in modo pesante. Suggerisce.
Il suo aspetto più affascinante sta proprio nel rapporto tra artigianato e emozione. La carta non è un semplice supporto, ma diventa corpo del racconto: texture, spessori, aperture e cromie guidano un’esperienza che è prima di tutto sensoriale. Si legge con gli occhi, ma anche con le mani. Ed è in questa dimensione tattile che il libro trova la sua intensità più rara, facendo della fragilità materiale della pagina una metafora perfetta della fragilità dell’esistenza.
Piccolo Albero, Katsumi Komagata
Lazy Dog Press, 2026
pag. 32, € 70
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La società del post-lavoro – Helen Hester, Will Stronge
Con La società del post-lavoro Helen Hester e Will Stronge affrontano una delle grandi questioni del presente senza rifugiarsi né nell’utopia astratta né nel semplice catastrofismo: che cosa diventerà il lavoro, e soprattutto che cosa potrebbe diventare se smettesse di essere il principio totalizzante attorno a cui organizziamo esistenza, produzione e valore? Il libro prende le mosse da qui, da una critica netta alla centralità quasi religiosa del lavoro nelle società contemporanee.
Il cuore del volume sta nelle tre parole del sottotitolo: ridurre, valorizzare, redistribuire. Ridurre il tempo di lavoro, anzitutto, sottraendolo alla logica dell’occupazione permanente; valorizzare diversamente le attività, distinguendo ciò che è realmente necessario da ciò che è solo produttivismo; redistribuire infine il lavoro e la cura in modo più equo, dentro una prospettiva che tiene insieme giustizia sociale ed emergenza ecologica. È un impianto teorico chiaro, ma non schematico, che si nutre di dibattiti sul post-work, di movimenti femministi, ambientalisti e delle lotte sul lavoro.
L’aspetto più interessante del libro è che il “post-lavoro” non viene presentato come una fantasia tecnocratica o come il sogno ingenuo di una società senza fatica. Hester e Stronge insistono invece sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra lavoro, riproduzione sociale e pianeta. Il problema non è solo quanto lavoriamo, ma che cosa consideriamo lavoro, chi lo svolge, chi ne sopporta il peso invisibile e quali forme di vita esso rende possibili o impossibili.
La società del post-lavoro, Helen Hester, Will Stronge
DeriveApprodi, 2026
pag. 236, € 20
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Il corpo in pezzi – Linda Nochlin
Con Il corpo in pezzi Linda Nochlin affronta uno dei grandi motivi visivi della modernità: il frammento. Ma, come sempre accade nei suoi libri migliori, non lo fa trasformandolo in una formula astratta. Al contrario, segue il destino storico, simbolico e figurativo del corpo smembrato attraverso opere, artisti e contesti molto diversi, mostrando come il frammento diventi di volta in volta trauma, desiderio, rovina, violenza, erotismo, crisi dell’identità.
Il punto di partenza è già rivelatore: il celebre disegno di Füssli, con l’artista minuscolo accanto a un gigantesco piede antico, diventa l’emblema di una modernità che si percepisce come perdita della totalità. Da lì Nochlin costruisce una traiettoria ampia e serrata. Con la Rivoluzione francese il corpo mutilato smette di essere solo segno di mancanza e si carica di energia politica; nell’Ottocento diventa immagine della storia e del trauma, tra anatomia, spettacolo e melodramma; con Manet, gli impressionisti, Cézanne e Van Gogh il frammento entra invece dentro la struttura stessa della visione, spezzando l’unità dell’immagine e del soggetto.
Il pregio del libro sta proprio in questo movimento continuo tra storia dell’arte, storia politica e cultura visiva. Nochlin non cerca una teoria unica del frammento, ma ne segue le metamorfosi, insistendo sulle differenze, sulle ambivalenze, sugli slittamenti di senso. Così il corpo in pezzi passa dai tagli della storia alle inquietudini della modernità, fino alle più radicali destabilizzazioni del Novecento e oltre, dove identità, genere e integrità fisica diventano terreni sempre più mobili.
Il corpo in pezzi, Linda Nochlin
Johan & Levi, 2026
pag. 92, € 15
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L’incanto del labirinto – Andrea Bocconi
Con L’incanto del labirinto Andrea Bocconi prende una figura antichissima e insieme inflazionata – il labirinto – e riesce a restituirle spessore, inquietudine e vitalità. Il suo non è un libro sul simbolo in astratto, ma un attraversamento concreto e mentale che tiene insieme mito, psicoterapia, letteratura, autobiografia e pratica del camminare. Il risultato è un testo ibrido, felicemente irregolare, che fa della deviazione la propria forma.
Il punto più interessante del volume sta proprio nella sua struttura: unflusso continuo, senza capitoli, che imita il procedere del labirinto stesso. Bocconi parte da due immagini personali e forti – il labirinto marmoreo del duomo di Lucca, scoperto da bambino, e quello di Villa Barbarigo a Valsanzibio, incontrato da adulto – e da lì apre una serie di diramazioni che toccano il corpo, la mente, la letteratura, il cinema e la vita quotidiana. Il labirinto non è soltanto un luogo da visitare, ma un dispositivo per pensare le crisi, le svolte, le perdite di orientamento.
Da psicoterapeuta, Bocconi legge il labirinto anche come figura dell’esperienza psichica. L’orecchio interno, il cervello, l’intestino, la schizofrenia, l’Alzheimer, le crisi esistenziali: tutto viene ricondotto a questa forma di smarrimento che può essere minaccia, ma anche condizione di trasformazione. Da scrittore di viaggio, invece, lo insegue in spazi reali e simbolici, facendolo risuonare con Borges, Calvino, Eco, Dürrenmatt, Kubrick e Michael Ende. Il libro procede così per eco e associazioni, costruendo un paesaggio culturale fitto ma mai pedante.
Il nucleo del discorso è chiaro: perdersi non è solo un rischio, ma una necessità. Bocconi distingue tra il labirinto unicursale, che conduce comunque al centro, e il dedalo, dove ci si può smarrire davvero. È una differenza importante, perché permette di leggere la vita come alternanza di percorsi inevitabili e di biforcazioni opache. Il filo di Arianna, suggerisce il libro, non coincide tanto con una soluzione quanto con la possibilità di narrare, di dare forma all’esperienza.
L’incanto del labirinto, Andrea Bocconi
Ediciclo Editore, 2026
pag. 96, € 9,50
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Casa come me: Giorgio Morandi – Marco Antonio Bazzocchi
Più che raccontare un artista attraverso le opere, Casa come me: Giorgio Morandi sceglie di farlo attraverso gli spazi che quelle opere hanno silenziosamente generato. Il piccolo volume di Marco Antonio Bazzocchi, che inaugura con Einaudi la nuova collana Electa dedicata al rapporto tra abitazione e vocazione, entra nell’appartamento di via Fondazza 36 a Bologna per restituirne non tanto la dimensione museale, quanto quella quotidiana, concreta, quasi respirabile.
Il punto di forza del libro sta proprio in questa scelta di prospettiva. La casa di Morandi non viene trattata come semplice fondale biografico, ma come una vera chiave di accesso alla sua poetica. Atelier, corridoio, cucina, salotto, luce, stoviglie, bottiglie, scatole, vasi, pennelli: tutto concorre a mostrare come il “domestico” non sia un elemento secondario nell’universo morandiano, ma una delle sue matrici più profonde. Bazzocchi insiste su questa domesticità come spazio insieme reale e mentale, fatto di presenze minime, di tempo sospeso, di relazioni silenziose.
Interessante anche il modo in cui il libro tiene insieme ricostruzione storica e memoria culturale. Il destino dell’appartamento – smantellato, riallestito, abbandonato, infine restituito al pubblico – resta sullo sfondo, mentre al centro si colloca la casa com’era: un interno abitato da oggetti che sarebbero poi diventati forme, volumi, ombre, variazioni impercettibili nelle nature morte del pittore. Il racconto si appoggia a testimonianze dirette, a sguardi di amici, artisti, critici, e soprattutto a una preziosa trama visiva che comprende fotografie di Luigi Ghirri, Gianni Berengo Gardin, Luciano Calzolari e altri.
Casa come me: Giorgio Morandi, Marco Antonio Bazzocchi
Electa, 2026
pag. 72, € 18

Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza – Ezzideen Shehab
Ci sono libri che analizzano una tragedia, e poi ci sono libri che la attraversano dall’interno. Diario di un giovane medico appartiene a questa seconda categoria: non è un saggio sulla guerra, ma una testimonianza in presa diretta, scritta da chi si è trovato a vivere il crollo simultaneo della vita privata, della città e dell’idea stessa di futuro.
La vicenda di Ezzideen Shehab è, già in sé, di una forza narrativa quasi insostenibile. Tornato a Gaza pochi giorni prima del 7 ottobre 2023 per festeggiare la laurea, si ritrova immediatamente immerso nella devastazione. La perdita di decine di familiari in un attacco aereo segna l’inizio di un racconto che unisce lutto, resistenza e pratica medica in condizioni estreme. Il libro segue il suo lavoro all’ospedale indonesiano del nord di Gaza, tra bombardamenti continui, carenza di medicinali, distruzione delle infrastrutture, fino alla fondazione della clinica Al-Rahma, nata come presidio minimo e necessario dentro un paesaggio di macerie.
Il punto più forte del volume sta nel tono. Da quanto emerge, Shehab non cerca l’enfasi né la costruzione eroica di sé. La sua voce sembra muoversi piuttosto tra lucidità e prossimità, restituendo il dolore palestinese senza trasformarlo in astrazione. È qui che il libro acquista il suo peso specifico: nella capacità di tenere insieme la dimensione personale e quella collettiva, il lavoro di cura e il trauma, la sopravvivenza quotidiana e la coscienza di trovarsi dentro uno dei passaggi più atroci del nostro presente.
Il diario diventa così non solo cronaca, ma anche documento morale. La medicina, in queste pagine, non appare come professione separata dal contesto, bensì come gesto radicale di permanenza e responsabilità. Curare, in un mondo che crolla, diventa un atto politico prima ancora che sanitario. E il racconto di Shehab, proprio perché nasce sul punto di contatto tra corpi feriti, istituzioni distrutte e silenzio internazionale, riesce a dare una forma concreta a ciò che spesso arriva al lettore solo come accumulo di numeri e notizie.
Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza, Ezzideen Shehab
Mimesis, 2026
pag. 162, € 16
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