Nel momento storico in cui stiamo vivendo, scandito dalle lotte politiche e sociali per i diritti delle donne e delle minoranze, è giusto chiedersi se sappiamo davvero cosa significhi e che percezione abbiamo di cosa voglia dire veramente essere parte di una minoranza. Mentre condividiamo un quadrato nero con l’hashtag #blacklivesmatter, cosa vuol dire essere vittime di razzismo?

Why I’m No Longer Talking to White People About Race, ovvero Perché non parlo più di razza con i bianchi, è stato pubblicato per la prima volta nel 2017, ma Reni Eddo-Lodge, giornalista londinese di 31 anni, è la prima donna nera dopo Michelle Obama attualmente ancora in cima alle classifiche britanniche.
Il saggio si apre con una breve prefazione in cui spiega che nel 2014 aveva deciso di pubblicare su Facebook uno stato che farà poi il giro del mondo: “Non ho più intenzione di coinvolgere persone bianche nei miei discorsi sulla razza”, diceva, “o almeno, non tutte le persone bianche. Solo la maggior parte di esse, quelle che rifiutano di accettare la presenza di un razzismo strutturale e dei suoi sintomi”. Reni Eddo-Lodge parla nello specifico di razzismo strutturale: “Nelle migliori delle ipotesi, ai bianchi è stato insegnato a non sottolineare a voce alta la diversità di noi neri, nel caso possa offenderci”.
Queste parole ricordano un articolo pubblicato tempo fa sul New York Times, I’ve Been Social Distancing From Racism, che si trova qui. Un articolo illuminante, capace di farci comprendere, nella quotidianità, cosa significhi nascere neri in un universo di vincitori bianchi e averci a che fare per tutta la vita: l’autore (Ernest Owens, editor del Philadelphia Magazine e attivista per i diritti civili e LGBTQ) spiegava quanto si sentisse meglio ora che il mondo è finalmente costretto al distanziamento sociale e alla reclusione, perché questo ha significato poter finalmente evitare tanti degli incontri e dei commenti razzisti che affliggevano le sue giornate. Sentirsi meglio, in pieno lockdown, nell’epoca COVID-19, sembra quasi impossibile: eppure è così. Meno triste, meno arrabbiato, senza dover aver a che fare ogni giorno con persone sconosciute con la paura di sentirsi discriminato in partenza.

Reni Eddo Lodge ‒ Why I’m No Longer Talking to White People About Race (Bloomsbury Publishing, Londra 2018)
Reni Eddo Lodge ‒ Why I’m No Longer Talking to White People About Race (Bloomsbury Publishing, Londra 2018)

IL SIGNIFICATO DI RAZZISMO STRUTTURALE

Tornando a Reni Eddo-Lodge, il post riscuote tantissimo successo e scatena centinaia di condivisioni. “Please don’t give up on white people” e “your voice is important” sono solo alcuni dei commenti: decide allora di continuare la conversazione in un libro. Comincia con un capitolo introduttivo alla Black British History e all’Inghilterra schiavista (lo schiavismo britannico fu dichiarato illegale, ricordiamo, nel 1833: questo è un capitolo particolarmente interessante, perché la maggior parte dei documentari e dei cenni storiografici legati allo schiavismo e alle condizioni dei neri sono solitamente americano-centrici). Il capitolo successivo fornisce finalmente una risposta alla nostra domanda: parla del razzismo strutturale. Reni spiega che ha deciso di utilizzare la parola strutturale anziché istituzionale perché crede che sia molto più radicato negli spazi in cui viviamo che nelle istituzioni tradizionali. Osservare il quadro generale può aiutarci a capire meglio il problema nella sua complessità: “Razzismo strutturale è quella dozzina, o centinaia, o migliaia di persone accomunate dagli stessi pregiudizi che decide di unirsi per agire di conseguenza. Razzismo strutturale è un posto di lavoro riservato solo alla cultura dei bianchi, istituito da queste stesse persone, e chiunque non faccia parte di questa cultura è costretto ad adeguarsi a essa o a fallire”. E poi: “Strutturale è l’unico modo di catturare ciò che non viene espressamente detto o esplicato, un sopracciglio alzato, un colpo di tosse involontario mentre si legge un cognome straniero davanti a un CV, quelle convinzioni non dette ad alta voce, giudizi collettivi fondati solo sulle percezioni degli altri”. Per descrivere queste convinzioni utilizza il termine bias: non ha una vera e propria corrispondenza in italiano, ma il significato che gli si avvicina di più è quello di pre-giudizio involontario, e crediamo descriva abbastanza bene il meccanismo psicologico a cui Reni si riferisce.

WHITE PRIVILEGE E PREGIUDIZI

Un sondaggio del 2014 del Guardian mostra che il maggior numero di coloro che non hanno problemi ad ammettere di abbracciare politiche razziste fanno parte di una categoria di “uomini bianchi, istruiti, con salario alto e felicemente in carriera, tra i 35 e i 64 anni”. Uomini che hanno la capacità di esercitare potere sulla vita degli altri. Nel 2009, alcuni ricercatori che lavoravano per conto del Department of Work and Pensions decidono di inviare alcune domande di lavoro a un determinato numero di possibili candidati aventi in comune la stessa educazione, le stesse capacità organizzative e lo stesso numero di esperienze lavorative passate. L’unica differenza in questa lista la fanno i nomi ‒ alcuni suonano immediatamente inglesi o americani, e altri no. I ricercatori scoprono in seguito che i candidati con cognomi inglesi/americani vengono assunti molto più frequentemente rispetto a coloro che presentano un cognome asiatico o africano. Un uomo nero, nel mondo in cui viviamo, se si trova in un ospedale psichiatrico tenderà a ricevere il doppio delle dosi di antipsicotici che vengono mediamente somministrate a un paziente bianco.

Non è possibile parlare di razzismo al contrario, ovvero da parte dei neri verso i bianchi, perché il razzismo ha in sé una componente di potere capace di limitare la vita di chi lo subisce“.

Quello che ci permette di non comprendere a pieno tutte queste dinamiche e non averle mai vissute in prima persona si chiama white privilege. Il privilegio di non sapere che la mia razza potrebbe condizionare per tutta la mia esistenza la mia famiglia, i miei studi, la mia educazione, il mio lavoro, i miei amici e anche la mia morte. La differenza tra un pregiudizio e il razzismo è questa: il razzismo è fatto di pregiudizio che ha in sé il potere di vincolare per sempre la vita di chi ne è vittima.
Reni racconta di essere stata accusata qualche volta di “razzismo al contrario”. Non è possibile parlare di razzismo al contrario, ovvero da parte dei neri verso i bianchi, perché il razzismo ha in sé una componente di potere capace di limitare la vita di chi lo subisce e questo non è mai successo a una persona bianca mediamente privilegiata.

FEMMINISMO E DISCRIMINAZIONI

Nel quinto capitolo l’autrice parla delle discriminazioni che s’incrociano con il problema di genere: the whiteness of feminism. Qualche anno fa si trovava in università e aveva deciso di scrivere un articolo a proposito della serie TV Girls di Lena Dunham (potete vederla su Sky Atlantic, ma in Italia è passata abbastanza inosservata): la serie riporta un’accurata rappresentazione della vita di noi giovani donne alle prese con lavori sottopagati e tutte le questioni legate al body positive. C’è solo un particolare: non ci sono ragazze nere in Girls. La serie è stata acclamata come femminista, ma come può essere considerata tale se include una sola categoria di donne? Sollevato il problema, Lena Dunham cominciò a ricevere moltissime critiche, alcune anche piuttosto feroci. Il punto però non è sbagliato. Il punto è che spesso queste discriminazioni sono percepite come distinte, ma la maggior parte delle volte sono intersezionali.

La serie Girls riporta un’accurata rappresentazione della vita di noi giovani donne alle prese con lavori sottopagati e tutte le questioni legate al body positive. C’è solo un particolare: non ci sono ragazze nere in Girls”.

Il femminismo è stato il mio primo amore”, dice, “è stato ciò che mi ha permesso di avere una struttura su cui appoggiarmi per iniziare finalmente a comprendere il mondo. Mi ha permesso di diventare una donna consapevole, e di fare i conti con il mio essere nera. Ma i circoli femministi di cui facevo parte da universitaria erano quasi tutti composti da persone bianche. Mi dispiaceva. Perché il mio essere nera è parte di me allo stesso modo in cui lo è la mia femminilità”.
Quando pensi che arriveremo alla fine di tutto questo?” è la domanda con cui si apre la sezione finale del libro. È la domanda di una ragazzina di diciassette anni. Questione complessa. Non è possibile raggiungere una soluzione senza passare per la linea difficile del confronto. E questo vale per ogni forma di discriminazione: che si parli di razzismo, sessismo, omofobia e transfobia, voler raggiungere un traguardo significa sempre accettare di ritrovarci prima o poi in posizioni scomode, accettare di avere il dovere di aprire una porta culturale in più.

‒ Francesca Fontanesi

Reni Eddo-Lodge ‒ Why I’m No Longer Talking to White People About Race
Bloomsbury Publishing, Londra 2018
Pagg. 288, £ 9.99
ISBN 9781408870587
www.bloomsbury.com

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Francesca Fontanesi
Francesca Fontanesi nasce il 20 gennaio 1995 a Reggio Emilia. Dopo un periodo di studio negli Stati Uniti, si appassiona di tematiche di genere, diritti e street journalism. Si trasferisce a Milano per conseguire la laurea triennale in Lettere e proseguire con una magistrale in Filologia Moderna. Appassionata di libri illustrati di fotografia, arte, design, fanzine e bookstore sparsi per il mondo, decide di seguire alcuni corsi di Photobook Design nel cuore di Milano per unire la forza del pensiero giornalistico al potere delle arti visive.