L’arte dopo le macerie. Un libro sul fenomeno Gibellina

Nel suo libro Cristina Costanzo mette a fuoco la storia della ricostruzione artistica successiva al catastrofico terremoto che colpì la Valle del Belice nel 1968. Ne abbiamo parlato con lei

La notte fra il 14 e il 15 gennaio del 1968 la Valle del Belice, nella Sicilia occidentale, venne colpita da un terribile terremoto che causò la distruzione dei paesi limitrofi. Gibellina fu la cittadina più coinvolta nelle distruzioni causate dal sisma, rialzandosi con un nuovo aspetto grazie alle opere di grandi maestri contemporanei. Abbiamo incontrato Cristina Costanzo, ricercatrice in storia dell’arte contemporanea all’Università di Palermo, che ne ha studiato il fenomeno nel saggio Gibellina. Memoria e utopia. Un percorso d’arte ambientale.

Joan Fontcuberta, Gibellina selfie lo sguardo di tre generazioni, Gibellina Photoroad 2019. Photo Camilla Marinelli

Joan Fontcuberta, Gibellina selfie lo sguardo di tre generazioni, Gibellina Photoroad 2019. Photo Camilla Marinelli

Cosa ti ha spinta a realizzare uno studio approfondito su Gibellina?
Gibellina, che è certamente un unicum, oggi si è imposta nella sensibilità collettiva non solo come utopia fallimentare, ma anche come motore della ricostruzione attraverso la chiamata alle arti promossa da Ludovico Corrao. Questa sua doppia natura, le cui ricadute non si limitano agli studi storico-artistici o legati all’architettura e all’urbanistica, evoca il ricordo del terremoto e dunque l’esperienza del trauma che a diversi livelli riguarda tutti noi. A poca distanza dal Cretto di Alberto Burri, che Bruno Corà ha definito una tra le opere di impegno civile più significative del Novecento, si trovano altre testimonianze di artisti di altissimo profilo ed è proprio dall’intreccio di questi interventi fruibili all’aperto che scaturiscono riflessioni sempre nuove, capaci di attraversare ambiti disciplinari diversi. Gibellina è una città votata al contemporaneo che si inserisce a pieno titolo nell’orizzonte critico dei nostri giorni grazie alle opere prodotte da diverse generazioni di artisti.

La questione dell’arte contemporanea inaccessibile al pubblico viene affrontata spesso e vi fai riferimento anche nel tuo libro, che per l’appunto affronta il tema dell’arte ambientale. Ma cosa vuol dire oggi accessibilità al pubblico e quanto è necessario che l’opera d’arte pubblica e ambientale siano totalmente accessibili?
La relazione tra opera e sfera pubblica, cruciale nelle arti contemporanee, offre spunti di riflessione particolarmente stimolanti anche per un’indagine sulla società del nostro tempo. Oggi il mito dell’arte contemporanea inaccessibile al pubblico di non specialisti è tramontato solo parzialmente e, nonostante la grande quantità di azioni mirate alla comprensione dei fenomeni artistici emergenti, questa problematica torna puntualmente in auge e in presenza di interventi che hanno ricadute dirette sulla sfera pubblica, ma sono incomprensibili per la collettività. La casistica di opere esposte al rifiuto da parte della comunità in ragione dell’assenza di dialogo con il contesto di destinazione o di interventi che invece si integrano armoniosamente con l’ambiente è vastissima, e ripercorrerla è estremamente utile per comprendere tendenze in continua evoluzione. Trovo che la metafora del cavallo e del cavaliere e la conseguente reinvenzione dell’iconografia dell’eroe siano fondamentali per indagare la nuova visione sviluppata intorno al monumento.

Ritieni che oggi a Gibellina tutte le opere pubbliche siano accessibili alla comunità locale?
Svolge un ruolo prezioso in tal senso la Fondazione Orestiadi, un’istituzione fortemente radicata nel territorio e sempre aperta allo scambio culturale con altre realtà attraverso una programmazione culturale di ampio respiro che abbraccia poesia, teatro, arti visive, danza e musica. Il mio auspicio è che la ricerca confluita nel mio libro si aggiunga agli strumenti di conoscenza che contribuiscono a rendere sempre più accessibili le opere disseminate tra Gibellina cosiddetta vecchia e la città di fondazione, costruita venti chilometri più a valle dopo il terremoto del 1968.

Ludovico Quaroni, Luisa Aversa, Chiesa Madre, 1972 Gibellina. Photo Carla Sutera Sardo, tratta da S Paesaggi (2021)

Ludovico Quaroni, Luisa Aversa, Chiesa Madre, 1972 Gibellina. Photo Carla Sutera Sardo, tratta da S-Paesaggi (2021)

ARTE PUBBLICA A GIBELLINA

Secondo Germano Celant, fra il contesto in cui l’opera viene a collocarsi e l’opera stessa si instaura uno scambio reciproco. In base a questa riflessione credi che Gibellina (intesa come contesto) abbia creato una scatola espositiva o sono state le opere ad avere elevato il luogo a museo a cielo aperto? Si è creato uno scambio reciproco?
Una delle principali ragioni di interesse di Gibellina, dove si susseguono opere che riflettono il portato ideologico e concettuale di tendenze cruciali che vanno dall’Informale all’Arte ambientale, dalla Land Art all’Arte pubblica, risiede nella convergenza delle maggiori tendenze del secondo Novecento, che individuano nello sconfinamento nello spazio una via di rinnovamento dell’arte di stampo classico. In seno a una visione globale di Gibellina che tenga conto dell’insieme tra città vecchia e nuova, è impossibile prescindere dalla dialettica opera/ambiente e dallo scambio reciproco tra pratiche artistiche, relazioni umane e contesto sociale. Gibellina è l’esito, per certi versi controverso, di un processo avviato in seguito a un evento tragico e non è soltanto un contenitore, seppure a cielo aperto, né uno spazio restrittivo; è un laboratorio che attiva visioni ed elementi vitali in cui si generano sinergie centrate sulla condivisione e l’incontro.

L’opera di Alberto Burri è sicuramente la più maestosa fra quelle donate a Gibellina; opera che non collega soltanto il vecchio al nuovo, il passato al presente, ma che sfonda la linea di confine tra arte ambientale e architettura. In questo caso per te quando una diventa l’altra cosa e quali scopi dovrebbero avere rispettivamente in una circostanza come quella di Gibellina?
Arte ambientale, architettura e non solo. Una lettura aggiornata non può fare a meno di interpretare questo intervento così complesso come un dispositivo capace di organizzare sguardi, spostamenti e discorsi. La complessa esperienza visuale del Cretto di Gibellina come dispositivo relazionale e produttore di immagini (in forma di fotografia, teatro, performance) invita a riflettere anche sulla sua attitudine anti-monumentale. Questa vocazione si manifesta per esempio nella sua percorribilità/abitabilità, che consente di attraversare parte del vecchio centro urbano con la conseguente e non sottovalutabile perdita d’orientamento, nonché nella sua vocazione spiccatamente performativa, che lo ha reso scenario di diverse manifestazioni teatrali promosse dal Festival delle Orestiadi.

In che modo dialogano le architetture del territorio con quelle artistiche? È stato mai posto il problema che i cittadini di quel territorio si potessero sentire spaesati o non rappresentati dagli interventi contemporanei?
Il saggio si interroga non solo sulla dialettica opera/ambiente, ma anche sulla relazione tra il centro e la periferia e sullo slittamento visivo dovuto alla dislocazione forzata, che concorrono a rendere Gibellina un luogo metaforico della condizione esistenziale d’oggi proprio in riferimento a quel senso di spaesamento a cui allude la tua domanda. Alcuni interventi, seppur degni di nota, spesso vengono avvertiti come dispersivi e fuori scala rispetto al contesto, favorendo quell’idea diffusa di Gibellina quale città vuota o fantasma. Nel 2021, lavorando a Gibellina memoria e utopia. Un percorso d’arte ambientale, ho sviluppato un progetto curatoriale parallelo dal titolo Visioni oblique. Libri d’artista, Libri oggetto, Fototesti per il Belice, con cui ho invitato 27 artisti a confrontarsi con questa tematica e non solo. Cito almeno il lavoro di Carla Sutera Sardo, significativamente intitolato S/Paesaggi, che indaga le questioni connesse allo sradicamento della comunità nei centri della ricostruzione post-sismica.

Maurizio Galimberti, Gibellina, Studio 8, Mosaico instant film, 2020

Maurizio Galimberti, Gibellina, Studio 8, Mosaico instant film, 2020

IL LIBRO DI CRISTINA COSTANZO SU GIBELLINA

Una delle sezioni più importanti del tuo studio è forse quella che riguarda la fotografia, strettamente legata a Gibellina. Ritieni che questa forma espressiva abbia un particolare valore per il suo impiego nel preservare la memoria o, con il tempo, acquisirà un valore nuovo in relazione proprio a Gibellina?
Le collezioni fotografiche del Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao” e del Museo delle Trame Mediterranee di Gibellina sono una preziosa testimonianza storica del terremoto e delle condizioni degli sfollati (si pensi alle fotografie di Melo Minnella e Letizia Battaglia), così come della presenza di artisti quali Joseph Beuys che nel mese di dicembre del 1981, nel suo viaggio tra le macerie della città distrutta, fu accompagnato da Mimmo Jodice. Alle collezioni storiche si aggiungono il patrimonio fotografico più recente e una manifestazione di grande interesse come il Gibellina Photoroad. Open Air & Site Specific Festival, ideato da Arianna Catania. Da annoverare tra gli ultimi progetti fotografici quello di Maurizio Galimberti, confluito nella mostra Gibellina molteplice e nel libro, a tiratura limitata, che ho avuto il privilegio di curare nel contesto di una residenza d’artista svolta in seguito al lockdown. La serie di opere nata dallo sguardo caleidoscopico di Maurizio Galimberti è stata donata e oggi fa parte della collezione del Museo delle Trame Mediterranee.
Al linguaggio della fotografia, che custodisce un passato da non abbandonare all’oblio, spetta anche il merito di sviluppare visioni parallele in grado di traghettare queste immagini verso il futuro, utilizzando codici svincolati dal passato e capaci di generare prospettive inedite.

Esiste per te un’opera che più di altre valorizza la storia e la memoria di Gibellina?
Impossibile menzionare tutte le opere di grande intensità realizzate a e per Gibellina, mi limito quindi a ricordare la linea di pensiero che, da Francesco Venezia a Nanda Vigo, fa esplicito riferimento al nucleo urbano preesistente e propone un’originale visione della poetica del frammento, unita a una concreta azione di recupero in risposta al senso diffuso di sradicamento. L’attenzione alla persistenza della memoria riattivata dall’arte contemporanea è presente in altre opere, tra cui Reperti di archeologia astratta di Ignazio Moncada, e guida gli artisti più giovani come nel caso della ricerca in forma di fototesto di Iole Carollo, Archeologia del futuro.

E poi?
Sono degni di nota anche i lavori legati al medium della ceramica, in particolare i pannelli, oggi collocati in piazza 15 Gennaio 1968, ma anche gli oggetti di vario tipo che Carla Accardi e Pietro Consagra, tra i primi artisti intervenuti sui luoghi del sisma, realizzano in collaborazione con le maestranze gibellinesi al fine di avviare, d’accordo con Ludovico Corrao, un processo che potesse avere ricadute economiche concrete sull’ artigianato locale. Questo stesso approccio collaborativo viene impiegato anche per le opere scultoree, le macchine sceniche e i Prisenti, drappi in tessuto portati in processione durante la Festa di San Rocco e realizzati dalle ricamatrici di Gibellina in sinergia con diversi artisti, tra cui Alighiero Boetti, Renata Boero, Carla Accardi, Pietro Consagra, Carlo Ciussi.

Che tipo di approccio consiglieresti a coloro che vorranno visitare Gibellina?
Di sperimentare, come afferma Achille Bonito Oliva in riferimento alla Transavanguardia, “una torsione della sensibilità che permette all’arte un movimento in tutte le direzioni” e di mettersi in gioco con la propria soggettività individuale per creare dibattito e sviluppare nuove forme di conoscenza.

Mario Bronzino

Cristina Costanzo – Gibellina. Memoria e utopia. Un percorso d’arte ambientale
Marsilio Editori, Venezia 2022
Pagg. 216, € 21
ISBN 9788829714803
https://www.marsilioeditori.it/

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Mario Bronzino

Mario Bronzino

Mario Bronzino è nato a Palermo nel 1997. Studia Linguaggi del Contemporaneo al corso magistrale dell’Accademia di Belle Arti di Catania. Scrive d’arte contemporanea e lavora alla realizzazione di cataloghi per mostre. Si dedica a una riflessione sui nuovi linguaggi…

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