Al Centre Pompidou di Parigi resta allestita ancora per una settimana la grande retrospettiva dedicata a Georg Baselitz. Incredibilmente, la prima dedicata al tedesco in terra francese

Imperscrutabili sono le vie della programmazione espositiva museale. L’artista tedesco Georg Baselitz (Kamenz, 1938) in Italia, e in particolare a Venezia, è un habitué. L’anno scorso, durante la Biennale di Architettura, faceva mostra di sé e delle sue opere in due sedi istituzionali, Palazzo Grimani e la Fondazione Vedova. Due anni prima, alle Gallerie dell’Accademia, andava in scena una retrospettiva, con opere di pittura, grafica e scultura (e venivano mostrati per la prima volta i frutti dell’ispirazione di Rosso Fiorentino e Giovanni di Paolo).
Per restare nella nostra penisola, nel 2017 era la volta di Roma, quando a Palazzo delle Esposizioni transitava la serie degli Eroi, per una rassegna itinerante che ha attraversato l’Europa, da Francoforte a Stoccolma fino a Bilbao. Nel mezzo, non può non essere citata la grande doppia mostra organizzata a Basilea per gli ottant’anni dell’artista, con dipinti e sculture esposti alla Fondazione Beyeler e l’opera grafica al Kunstmuseum.

Georg Baselitz nel suo studio, 2021. Photo Christoph Schaller
Georg Baselitz nel suo studio, 2021. Photo Christoph Schaller

PERCHÉ BASELITZ ARRIVA SOLO ORA A PARIGI

Questa breve e senz’altro parziale panoramica trova la sua ragione nel fatto, piuttosto inaudito, che in Francia invece una retrospettiva di Baselitz finora non s’era mai organizzata. E dire che il Centre Pompidou di Parigi ha in collezione quattro suoi dipinti, dodici stampe, due disegni e una scultura; e che una delle gallerie che lo rappresentano, Thaddaeus Ropac (fra i main sponsor della mostra), ha scelto la capitale francese per due delle sue sedi.
A sovrintendere la mostra, insieme a Pamela Sticht, è Bernard Blistène, personaggio di caratura internazionale che – vale quel che vale – ha recentemente fatto la sua comparsa anche nella Power 100 stilata da ArtReview. È lo stesso Blistène a spiegare le ragioni, personali anche, di questa lacuna: “A fronte dell’ammirazione per Gerhard Richter e Sigmar Polke, ho considerato l’opera di Baselitz come l’espressione di un ritorno all’ordine“, scrive nel saggio in catalogo. Allargando il campo, “gli Anni Ottanta […] avrebbero dato alla pittura tedesca del momento una insuperata visibilità“, ma “la scena francese è stata relativamente impermeabile a questa situazione – riflessi protezionisti di fronte alla singolarità di un’estetica nettamente opposta alla nostra, primato dell’arte concettuale su ogni altra“.

Georg Baselitz, In der Tasse gelesen, das heitere Gelb, 2010, olio su tela, 270x207 cm. Collezione privata, Hong Kong © Georg Baselitz 2021. Photo Jochen Littkemann, Berlino
Georg Baselitz, In der Tasse gelesen, das heitere Gelb, 2010, olio su tela, 270×207 cm. Collezione privata, Hong Kong © Georg Baselitz 2021. Photo Jochen Littkemann, Berlino

BASELITZ E I DIPINTI ROVESCIATI

Ora però le cose sono cambiate e Blistène ha finalmente compreso quanto l’opera di Baselitz sia rilevante nel quadro di una piena comprensione dell’arte del XX secolo. In primo luogo mettendo in prospettiva l’etichetta “espressionismo”, ambigua ora come negli Anni Dieci; e poi cercando di comprendere appieno il cruciale passaggio del 1969, l’anno in cui il tedesco inizia a mettere a testa in giù le sue tele. Nelle parole di Baselitz: “Ribaltare la figura nell’immagine mi ha dato la libertà di interessarmi (esclusivamente) ai problemi pittorici“. Semplice. Troppo semplice?
Un passo indietro si rende allora necessario, per collocare con più precisione questa dichiarazione. In primo luogo perché, come giustamente sottolinea Blistène, la figura rimane, benché rovesciata. Quindi si tratta di un interessamento ai problemi pittorici che prende una strada ben diversa da quella imboccata dai diversi astrattismi e informalismi (d’altro canto, già Clement Greenberg ribadiva che la perspicuità della pittura non andasse necessariamente a braccetto con la non-figurazione). In effetti, nota Blistène, “se i primi soggetti mettono in scena una iconografia ibrida popolata da miti e leggende, l’opera si è molto rapidamente e ostensibilmente costruita su soggetti ordinari per far sentire e risuonare l’idea che solo il medium ne era il soggetto“.
C’è però un altro elemento fondamentale che funge da detonatore in Baselitz, come racconta lui stesso in una intervista del 2019: “Fino al 1969 […] tutto quel che facevo era inventato […]. Nel 1969, improvvisamente […] volevo trovare il mio posto nella storia dell’arte. Ma non come un pittore dell’immaginario, no: come un realista“.
Il 1969 è dunque un anno chiave, ma da allora non è che nulla sia mutato, anzi. Ancora Baselitz: “Da vent’anni non faccio altro che ripetere i miei temi. Ma soltanto i temi, non la forma né il metodo. Non scatto più nuove foto per fungere da supporto; prendo delle vecchie foto, per esempio le foto di mia moglie, Elke, o i miei vecchi quadri“.

Georg Baselitz, Der Dichter, 1965, olio su tela, 162x130 cm. Collezione privata, Amburgo © Georg Baselitz 2021. Photo Jochen Littkemann, Berlino
Georg Baselitz, Der Dichter, 1965, olio su tela, 162×130 cm. Collezione privata, Amburgo © Georg Baselitz 2021. Photo Jochen Littkemann, Berlino

LA MOSTRA DI BASELITZ AL CENTRE POMPIDOU

La mostra ospite del Beaubourg è allestita classicamente, seguendo un andamento cronologico, con affondi dedicati alla grafica e al materiale documentario.
L’interesse, anche per chi ben conosce l’opera del tedesco, è subito pungolato dal primo periodo considerato, quello dal 1960 al 1965, quando Baselitz incontra la raccolta di Hans Prinzhorn dedicata alle Espressioni della follia e ne ricava pitture pastose e tormentate, che hanno per soggetto se stesso o personaggi come Antonin Artaud; ma è anche il decennio dei Manifesti pandemonici, delle verghe erette, dell’ossessione per i piedi, di un’arte che, a ben guardare, deve aver influenzato più di un collega celeberrimo. Il quinquennio successivo è palesemente un tempo di ricerca e tentativi, durante il quale gli esiti più stimolanti sono nei “quadri fratturati“, con le figure che vengono disassate lungo linee orizzontali, talvolta innestate da elementi naturali, e che poi esplodono, ruotano di 90 gradi… fino al cruciale 1969, quando l’immagine è capovolta.
Ma non è subito e soltanto una questione di ritratti e figure umane: a essere ribaltati sono anche paesaggi naturali e antropizzati, e pure una meravigliosa aquila. Arriviamo così al 1980, preludio a un decennio in cui la figura si muove verso il figurale, in precario equilibrio fra realismo e astrazione, dove il tratto si fa più brutale, abbozzato, rabbiosamente infantile – e i tratti, quelli dei corpi e dei volti, perdono di aderenza mimetica.
Purtroppo poco approfondito è il periodo dal 1989 al 2004, intitolato Lo spazio dei ricordi, che traghetta il visitatore agli anni più recenti della produzione di Baselitz, tutt’altro che stancamente matura: riemerge con forza il nero a fare da sfondo, compare in tutta la sua magnificenza l’oro e si manifestano elementi ambientali come i letti, che creano profondità e prospettiva – una rivoluzione a novant’anni.

Georg Baselitz, Zero Dom, 2015, bronzo patinato, 301.5x163x151 cm. Collezione privata © Georg Baselitz 2021. Photo Jochen Littkemann, Berlino
Georg Baselitz, Zero Dom, 2015, bronzo patinato, 301.5x163x151 cm. Collezione privata © Georg Baselitz 2021. Photo Jochen Littkemann, Berlino

BASELITZ SCULTORE

In tutto questo, purtroppo resta sempre sullo sfondo, anche in questa recensione, l’opera scultorea di Baselitz. Quella che suscitò tanto clamore al Padiglione Germania della Biennale di Venezia del 1980, quando fu presentato Modell für eine Skulptur (1979-80), con le sue ispirazioni dogon e lobi. Forse l’unico modo per concentrarsi su di essa sarebbe organizzare una grande mostra di Baselitz senza i suoi dipinti. Ispirandosi magari alla magnifica sintesi con la quale lo stesso Baselitz, nell’intervista citata più in alto, condensa secoli di arte plastica in poche righe, dalla Venere di Willendorf a Duane Hanson.

Marco Enrico Giacomelli

Parigi // fino al 7 marzo 2022
Baselitz. La rétrospective
CENTRE GEORGES POMPIDOU
Place Georges-Pompidou
https://www.centrepompidou.fr/

Dati correlati
AutoreGeorge Baselitz
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marco Enrico Giacomelli
Giornalista professionista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.