Un itinerario per scoprire il boom culturale di Vienna

Vienna è al centro di un grande fermento economico e sociale, che ne sta cambiando letteralmente i connotati. Qui vi proponiamo un itinerario artistico-culturale nella capitale austriaca, tra fiere, mostre e festival.

Un anno fa l’intellettuale Michel Houellebecq, ex-enfant terrible della letteratura francese contemporanea, aveva clamorosamente diagnosticato, contro il pessimismo generale, che dopo la pandemia tutto sarebbe tornato “come prima”, eventualmente “solo un po’ peggio”. Non pare che i fatti stiano dando ragione all’una o all’altra posizione, poiché oggi, aboliti molti divieti di sicurezza sul piano dei comportamenti sociali, le metropoli europee, pur con la variante Delta in persistente agguato, stanno mostrando un inatteso slancio vitale. Pensano al futuro con un forte senso di riscatto nel dar spazio alla creatività.
D’altronde, nella storia son sempre state le avarie sistemiche a innescare processi evolutivi.
A Vienna, poi, qualcuno saprà pur spiegare il perché dell’attuale, straordinario boom edilizio, agevolato da regolamenti a maglie molto larghe, produttivo di un vertiginoso aumento dei costi immobiliari, e funzionale a una sostanziosa speculazione. Beninteso, nulla a che vedere con formule Superbonus 110% o provvedimenti simili. Piuttosto un fenomeno che, se già da qualche tempo era in corso, ora si manifesta in forma esponenziale e trionfante. Sorvolando la città semplicemente con lo sguardo – poniamo, dalla terrazza al settimo piano del nuovissimo, centrale, e molto sui generis, edificio Ikea, appena inaugurato a ridosso della Westbahnhof –, si resta colpiti dalla selva di gru cresciuta silenziosamente un po’ ovunque. Il che significa non una espansione del territorio metropolitano, ma una massiccia “densificazione” delle cubature in molte aree della città. Palazzi che s’innalzano di alcuni piani con soluzioni tecnicamente avanzate, oppure vecchi edifici, o interi isolati, abbattuti, o in procinto di esserlo, a favore di nuove configurazioni architettoniche; una cosa simile riguarda, in parte, anche aree comunali inutilizzate e ora privatizzabili per la creazione di attraenti quartieri residenziali, destinati per lo più a ceti benestanti.
Vienna potrebbe apparire irriconoscibile a chi non la frequenta da qualche anno. Densificazione è insomma la parole chiave di una capitale divenuta, per altro verso, molto attiva nell’attrarre investimenti finanziari interni ed esterni, tanto da sovvertire una tradizione che la identificava come oasi pacificata e “felice” tra molteplici versanti culturali e multietnici. E allora, era forse il presagio di questa sorta di frenesia post-pandemica a far immaginare all’acrobatico Houellebecq che alla fine il mondo sarebbe stato “solo” un po’ peggio?

Franco Veremondi

1. IL TEATRO FIERISTICO

Sissa Micheli, On Transient Phenomena VII Dark Red, 2021. Courtesy l’artista

Per qualche motivo di rivalità concorrenziale, Viennacontemporary ha optato per il cambio di sede: non più l’ottocentesca e vasta struttura industriale della Marxhalle, d’altronde un po’ fuori mano, ma un centralissimo edificio monumentale in stato di restauro, privo perfino dell’intonaco. Detto altrimenti, si entra in un cantiere edile, in una porzione ridotta della Vecchia Posta, caratterizzata da ambienti piuttosto angusti con stand espositivi tutti identici, dalle dimensioni di un metro di profondità per sei di ampiezza. Una dislocazione a misura “domestica”, rendendo più diretto e personale il rapporto tra espositori e pubblico.
Com’è nel suo DNA, Parallel prende le distanze dalle “solite” fiere, sia per spirito d’avanguardia nel proporre spazi e modelli di gestione, sia nell’instaurare dialoghi alternativi tra artisti, opere, curatori, galleristi e pubblico. Nomade e compulsiva come sempre, questa edizione prende dimora lontano dal centro, in 177 stanze, distribuite in due palazzine di un secolare policlinico in disuso. Della sua storia ne risentono gli artisti, che per la maggior parte affrontano tematiche, per così dire, clinico-diagnostiche sul corpo umano e sociale. Pertanto, nel transito dal passato al futuro, le prospettive piegano verso l’inquietudine.
Tra l’inesauribile frammentazione di opere e di contenuti, l’artista italo-austriaca Sissa Micheli, al contrario, dà ordine alla sua stanza, esponendo “archetipi” d’alluminio satinato, in equilibrio dinamico tra sagomatura e ripiegamenti: secondo le intenzioni dell’artista, è una dedica al saggio sul barocco del filosofo Gilles Deleuze (titolo originale: Le Pli. Leibniz et le Baroque). Il gioco “baroccheggiante” continua attraverso foto a parete in cui delle figure concepite enigmaticamente si mimetizzano in un ambiente uniformemente oscurato.

www.viennacontemporary.at
parallelvienna.com

2. DALLA MUSICA ALLA PERFORMANCE

Philippe Parreno e Andrea Lissoni

Nel territorio delle arti performative, tra musica, danza, teatro e altre forme espressive, la capitale austriaca vanta un festival di alto livello denominato semplicemente Wiener Festwochen (Settimane in festa viennesi); può benissimo essere paragonato al nostro Festival di Spoleto, solo che è stato creato alcuni anni prima. Giungendo alla settantesima edizione, e avendo in arretrato un anno di inattività, ha voluto sottolineare l’arricchimento del suo programma adottando un titolo maggiorato, “Mesi in festa”. Tra gli eventi collaterali del festival, Keynotes è una riflessione sulla performance come forma d’arte con partecipazione di personaggi di rango. Tra questi, ha tenuto la sua lectio Silvia Bottiroli, studiosa del genere, con esperienze artistico-direttive di istituzioni come il DAS Theatre di Amsterdam, e ora come co-curatrice al Freespace West Kowloonuna di Hong Kong. Nel suo intervento intitolato An experience that belongs to nobody ha spiegato come la performance sia un’esperienza collettiva che viene vissuta in modo differente dalle persone che, fattivamente e non, rientrano nel contesto; pertanto è un evento impersonale, che in senso interpretativo non privilegia alcuno in particolare.
Sotto i riflettori di Keynotes è passato anche un incontro tra l’artista Philippe Parreno e Andrea Lissoni, l’attuale direttore artistico della Haus der Kunst di Monaco di Baviera. Tra i due la conversazione ha illustrato il concetto di Whenabouts che sta a significare un qualcosa non ancora definito che dovrà accadere, topos ricorrente del genere performance. Parlando dei suoi due film in preparazione, l’artista ne ha offerto le coordinate ponendo l’accento sull’incognita finale; in uno, raccontando in quale modo ha concepito lo spazio poetico ispirandosi ai “quadri neri” di Goya; nell’altro, ispirandosi a Frankenstein, rileggendo l’opera letteraria di Mary Shelley.

www.festwochen.at

3. VIENNA BIENNALE

Superflux, Invocation for Hope, 2021. Photo © Stefan Lux – MAK

Tra le mostre in corso, sul fronte museale si affacciano tematiche ambientali e green a denunciare che, se non ora, quando? Quando si comincerà davvero a fronteggiare sistematicamente e in modo globale l’inquinamento generalizzato e il surriscaldamento climatico del pianeta? Perché c’è l’estrema urgenza di fare leva su nuovi modelli antropologici ed economici!
Si occupa del pianeta la quarta Biennale viennese, con mostre, progetti ed eventi dislocati in cinque diverse istituzioni di cui il MAK (Museo Arti Applicate) è l’epicentro. Le altre tappe: Universität für angewandte Kunst, Kunsthalle, Kunst Haus, Architekturzentrum.
Immaginiamo che il nostro pianeta abbia un futuro, recita il titolo di una delle esposizioni. Il focus è essenzialmente su come potrebbe apparire la sostenibilità, ispirata da concetti entrati nell’immaginario, quali Climate Care e Planet Love. E, non ultimi, quali impulsi potrebbero essere forniti da arte, architettura e design, nell’era digitale. Ma c’è il sospetto che siano “troppo umane” certe ambizioni affidate alla creatività artistica.
Una delle installazioni più efficaci e dirette di questa biennale è proprio al MAK, opera del collettivo anglo-indiano Superflux. In una grande sala allestita come un moribondo paesaggio boscoso, si percorrono dei sentieri tra alberi inariditi da incendi. Eppure, simbolicamente, i sentieri portano a una fonte d’acqua che ha il potere di ridare vita alla natura.

Vienna // fino al 3 ottobre 2021
Vienna Biennale For Change: Planet Love
MAK
Stubenring 5
e altri luoghi
www.viennabiennale.org

4. IL MUSEO DEL DUOMO – CREAZIONE FRAGILE

Caspar David Friedrich, Uttewalder Grund, 1825 ca.. Lentos Kunstmuseum Linz. Photo Reinhard Haider

Anche il Dom Museum, istituzione posizionata giusto accanto alla cattedrale di Santo Stefano, fa sentire la sua voce sull’argomento più dibattuto da scienziati, ecologisti, persone di buona volontà, e artisti, dedicando una lodevole esposizione al rapporto spezzato tra uomo e natura. Fragile Schöpfung (Creazione fragile) non è principalmente una mostra sul clima, incentrata sulle distopie attuali o future. È piuttosto un dialogo con il pubblico che tenta di suscitare un sentimento di armonia e di conciliazione con il Creato al fine di sensibilizzare la coscienza collettiva nell’aprire vie d’uscita dal disastro. Non mancano visioni naturalistiche piene di energia vitale. Una delle opere più significative del percorso, tanto quanto funzionale al tema, è un dipinto poco noto di Caspar David Friedrich, databile 1825. Può davvero essere considerato l’opposto del suo celebre Viandante sul mare di nebbia, eseguito alcuni anni prima. In una notte di luna piena, nel profondo di una gola di montagna, un uomo immerso nelle tenebre osserva un paesaggio seducente e angoscioso al tempo stesso. Immaginiamo che l’opera avrà messo adrenalina nelle vene dei romantici del tempo, accaniti lettori dei suggestivi Inni alla notte di Novalis.

Vienna // fino al 3 ottobre 2021
Fragile Schöpfung
Stephansplatz 6
www.dommuseum.at

5. MODIGLIANI E SCHIELE ALLA ALBERTINA

Egon Schiele, Autoritratto con le palpebre abbassate, 1910. Albertina Vienna

Due distinte mostre, dedicate a due giganti d’inizio Novecento, sono state appena inaugurate all’interno dell’impero museale Albertina. Nella sede principale, in Albertinaplatz, campeggia la singolare personalità di Amedeo Modigliani, nella mostra curata da Marc Restellini, mentre all’Albertina Modern di Karlsplatz c’è Egon Schiele, quale pioniere di una rivoluzione sul tema del ritratto, protagonista della rassegna curata da Elisabeth Dutz.
Al dunque, artisti coetanei, emblematici ed entrambi “maledetti”, pur operanti in ambienti geograficamente distanti, ma accomunati da un clima culturale aperto a un radicale rinnovamento. I due artisti, infine, pur concentrati entrambi sulla figurazione del corpo umano, hanno espresso un linguaggio pitturale differente e singolare, iconicamente ben marcato all’interno dell’arte moderna.
L’evento Modigliani – semplicemente questo il titolo – s’inquadra nella celebrazione del centenario della sua morte, giacché doveva tenersi lo scorso anno, un anno proibitivo per ovvie ragioni. La mostra, senz’altro spettacolare, assembla 130 opere provenienti dai maggiori musei e collezioni, in particolare dal Musée Picasso di Parigi e dalla collezione di Jonas Netter, uno dei suoi storici mecenati. Se da un lato il percorso esplora il riferimento dell’artista al Rinascimento, è altrettanto sottolineato il richiamo all’arte arcaica, sia africana che egiziana, greca o orientale, introducendo pertanto una rivoluzione primitivista. Al tempo stesso l’opera di Modigliani è giustapposta a quella di artisti come Picasso, Brâncuși, Derain.
Dal canto suo, come accennato, l’Albertina Modern ha inaugurato l’esposizione Schiele und die Folgen (Schiele e le conseguenze). Il taglio curatoriale è netto e quasi inesplorato, rilevando le modalità di concepire l’autoritratto in modo alterato, tormentato nell’espressione, cosa che ha poi influenzato il Novecento. Conseguenze visibili in artisti della generazione dopo il ’45 per effetto delle lacerazioni interiori prodotte dalla Seconda Guerra Mondiale. Ricapitolando, con Schiele perde importanza il valore tecnico della netta somiglianza dei volti e delle figure, penetrando di colpo negli abissi della psiche. Schiele, schivo e semplice nella vita sociale, nelle visioni artistiche di sé dà scandalo: si ritrae ora come rachitico, ora nell’atto di masturbarsi, o in altre particolari configurazioni. In mostra ci sono venti suoi autoritratti. A cui fanno seguito gli autoritratti “inquieti” di famosi artisti – che in qualche maniera ne proseguono la tendenza, senz’altro aprendo la strada all’Azionismo viennese, come in Günter Brus, Valie Export, Arnulf Rainer. Poi la mostra documenta “le conseguenze”. Ossia autoritratti di gente non comune, come Georg Baselitz, Jim Dine, Karin Mack, Cindy Sherman, Maria Lassnig, Erwin Wurm e altri.

Vienna // fino al 9 gennaio 2022
Modigliani
ALBERTINA MUSEUM
Albertinaplatz 1
www.albertina.at

Vienna // fino al 23 gennaio 2022
Schiele und die Folgen
ALBERTINA MODERN
Karlzplatz 5
www.albertina-modern.at

6. IL MONOLITE DI LARA FAVARETTO

Lara Favaretto, Momentary Monument – The Stone, 2017, dettaglio

Non può non appartenere alla serie Momentary Monuments l’enorme blocco di granito di Lara Favaretto, che l’artista italiana inaugurò nel 2009. L’opera è stata letteralmente eretta a mo’ di monumento nel bel mezzo del Graben, centralissima strada pedonale tra le più rappresentative della metropoli austriaca, e ha la caratteristica invisibile, ma dichiarata, di essere vuota al suo interno. Molti i rimandi paradossali: ad esempio, se di norma i monumenti cittadini tendono a essere installati “per sempre” e ben mantenuti, questo “monumento” ha durata effimera, pur se realizzato con un materiale indistruttibile. Infatti è destinato a essere rimosso a tempo debito, poi totalmente sgretolato, e i suoi detriti avranno un impiego ulteriore. Il granitico parallelepipedo presenta la caratteristica di avere, in uno dei lati, una fessura per donazioni di denaro a sostegno di una organizzazione filantropica non profit. Cosa non sufficientemente spiegata, con la comica conseguenza che molte persone intendono la fessura a guisa di una replica moderna della “bocca della verità”. L’opera è di committenza KÖR, sigla che sta per “arte negli spazi pubblici”.

Vienna // fino al 5 novembre 2021
Lara Favaretto. Momentary Monument – The Stone
KUNSTPLATZ GRABEN
Graben (altezza civico 21)
www.koer.or.at

Dati correlati
AutoriCaspar David Friedrich, Amedeo Modigliani, Egon Schiele, Lara Favaretto
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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.