Le novità del panorama artistico viennese tra fiere e festival

Se la fiera “vienna contemporary” quest’anno ha deluso le aspettative, il festival “curated by” ha fatto centro. Ecco cosa funziona e cosa no nel settembre dell’arte viennese.

Negli ultimi anni Vienna si è affermata sempre di più come una capitale capace di catalizzare energie e trend da tutta Europa. Lo ha ben dimostrato con una fiera, vienna contemporary, che fino a quest’anno ha funzionato bene, attirando gallerie e collezionisti non soltanto austriaci e tedeschi, ma da tutta l’Europa dell’Est. Un sistema solido e in espansione, e forse proprio per questo gli stravolgimenti che ciclicamente attraversano lo scenario delle fiere in città sembrano non intaccarne né il mercato, né il fascino. Vienna contemporary fin dalla sua prima edizione aveva saputo brillare di luce propria, scalzando la genitrice Vienna Fair da cui nel 2015 si era staccata: una secessione ‒ per restare in tema ‒ con esiti positivi. Quest’anno però è entrata in gioco Spark Art Fair. A giugno scorso la nuova fiera voluta e diretta da Renger van den Heuvel ‒ precedentemente direttore di vienna contemporary ‒ ha aperto la stagione estiva con il migliore bouquet di gallerie viennesi ‒ insieme ad alcune internazionali ‒ e ha sorpreso il pubblico con un display innovativo, un focus su presentazioni singole e tre sezioni dedicate rispettivamente a international art, post-war art e new media art ‒quest’ultima particolarmente attesa, visti i recenti sviluppi dell’arte digitale in seguito al boom degli NFT. In questa vivace scacchiera si attendeva dunque con trepidazione la settima edizione di vienna contemporary, che però purtroppo ha deluso le aspettative. Risultano evidenti gli sforzi per realizzare una fiera all’altezza delle precedenti edizioni, con un programma ricco di talk e visite guidate. Tuttavia, se è vero che l’abito non fa il monaco, è anche vero che un edificio in piena ristrutturazione (Alte Post) completamente occupato da impalcature, transenne e con spazi ridotti, freddi e labirintici, non aiuta di certo la fruizione dell’arte. Onore al merito quindi per le gallerie partecipanti, che hanno saputo costruire stand piccoli ma ben curati.

Lucia Longhi

www.viennacontemporary.at
curatedby.at

1. LE GALLERIE DI VIENNA CONTEMPORARY

Vienna Contemporary. Photo Niko Havranek

Tuttavia è doveroso notare che la selezione della gallerie, ridottissima (soltanto 25, forse anche questo un segnale dell’indebolimento della fiera), si differenzia molto dalle precedenti edizioni. Si parla di ammutinamento, di cautela… fatto sta che passeggiando tra gli stand nel giorno della preview, normalmente quello più frizzante, si respirava un’atmosfera tesa, a tratti stagnante. La maggior parte della gallerie provenivano naturalmente dall’est Europa, rinforzando così un legame culturale storico, tuttavia erano assenti alcune gallerie italiane ed europee che da anni partecipano alla fiera. I galleristi hanno comunque apprezzato il carattere intimo dell’evento e la posizione centrale della nuova sede, forse un po’ meno la fretta con cui la macchina organizzativa ha voluto avviare la fiera.
Tra le gallerie spiccano sicuramente quelle della Zone 1, dedicata ai solo presentation di gallerie emergenti. Wonnerth-Dejaco (Vienna), che ha coraggiosamente inaugurato l’anno scorso in piena pandemia, ha proposto una presentazione vivace dell’artista Katharina Hoglinger, con tanto di sedie dipinte dall’artista. Una galleria che si è affermata subito sulla scena nonostante i tempi difficili e che propone artisti internazionali promettenti, come Philipp Fleischmann, ora in mostra alla 34esima Bienal de Saõ Paulo, e Phanos Kyriacou, che rappresentava Cipro alla 55esima Biennale di Venezia, attualmente in mostra nello spazio centralissimo della galleria insieme ai delicati lavori concettuali di Nadia Guarroui.
Georg Karl Fine Arts propone i grandi pesci di Olivia Coeln (stampe con resina applicata) ed è un po’ come immergersi in un suggestivo acquario dai toni onirici e cupi. Molto interessanti le proposte di due gallerie russe. Iragui, di Mosca, propone i personaggi ibridi e ironici, disegnati con inchiostro su carta, di P. Pepperstein, mentre Myth Gallery di San Pietroburgo presenta, in un elegantissimo stand, un dialogo tra le delicate placche in metallo incise di Liza Bobkova e le possenti sculture in cemento, imbrigliate, o chiuse da cerniere, di Nikita Seleznev.

2. CURATED BY FESTIVAL

Curated by, 2021. Installation view at VIN VIN Gallery. Isabella Costabile, Frieda Toranzo Jaeger, Zac Langdon Pole, Shaun Motsi, J. Parker Valentine

L’evento che sta davvero facendo pulsare Vienna in questo caldo settembre è però curated by. Il festival, giunto ormai alla tredicesima edizione, si distingue dai gallery weekend delle altre città europee per la peculiarità indicata dal titolo: ogni galleria invita un curatore esterno, con cui non ha mai collaborato, il quale a sua volta invita artisti internazionali a esporre nella galleria, in una mostra che permette così a tutti gli attori coinvolti di uscire dalla comfort zone, affrontando temi inesplorati e dialogando con nuovi professionisti. Un’esperienza, a detta di molti galleristi, che lascia il segno nel tempo, attivando ricche connessioni professionali e umane. Quest’anno il tema proposto è “Comedy”, una parola che i curatori hanno saputo esplorare con un’originale varietà di approcci.
La galleria Vin Vin di Vincenzo della Corte ha invitato Francesco Tenaglia, che nella mostra eureka! muove dal pensiero di Henri Bergson, secondo cui la commedia necessita di un distanziamento dall’ilarità, per espandersi a una visione di essa come sdoppiamento. La mostra è una costellazione di elementi che propagano l’essenza stessa della commedia all’interno sia dell’essere umano che della società, intesa come un corpo in cui ripetizione e imitazione rispecchiano l’automazione e distrazione proprie del nostro tempo. Le opere di Isabella Costabile, Frieda Toranzo Jaeger, J. Parker Valentine, Shaun Motsi e Zac Langdon-Pole navigano nell’idea di dualità come insistenza ed eco ‒sia nelle questioni storiche sia in quelle contemporanee.
La giovane ma ben avviata Gianni Manhattan di Laura Windhager accoglie una mostra delicatissima, in linea con l’identità guizzante e al contempo elegante della galleria. A cura di Sarah Johanna Theurer, la mostra Tricksters è uno scrigno di trabocchetti, una stanza in cui apparentemente tutto sembra tranquillo, ma dopo pochi istanti la percezione dello spazio viene modificata dai movimenti lenti di piccole sculture geometriche di styrofoam che si aggirano tra i visitatori come animali ‒ o personaggi di un cartone animato (Floats, dell’artista Robert Breer). Essi misurano lo spazio in sintonia con una musica lirica, a tratti liturgica, che riempie l’ambiente in quadrifonia, anch’essa modificando lo spazio a seconda della nostra posizione, che è a sua volta determinata dai movimenti dei Floats. I disegni a biro su carta della giovanissima Neila Czermak Ichti esplorano invece momenti di vita quotidiana con toni malinconici.

3. LA GALLERIA HUBERT WINTER

Galerie Hubert Winter. Charbel Joseph H. Boutros, Life, variation #2, 2019 20. Courtesy of the artist

La storica galleria Hubert Winter, che quest’anno ha festeggiato i cinquant’anni di attività, emerge con una mostra dal taglio e dal fascino istituzionale, Ajar, a cura di Mouna Mekouar. Le opere si intrecciano in un percorso lineare ma affatto didascalico, che esplora gli elementi nascosti della vita quotidiana come i ricordi e i sogni. Ci si addentra così nelle suggestioni che scaturiscono dal vuoto, dalla luce e dagli elementi naturali, come la terra nera dell’Etna che intrappola, e al contempo rivela, i fiori degli Ikebana di Alessandro Piangiamore, o il vuoto lasciato da un melone su un blocco di cemento di Charbel-Joseph H. Boutros, o la foto di famiglia completamente ricoperta d’oro di Stephanie Saadé. Gli artisti danno forma a ciò che non ha una forma, in uno sforzo che riesce a rendere tangibile l’invisibile.

4. TAPPENEIR, GEORG KARGL E MARTIN JANDA

Sophie Tappeiner ha invitato Lisa Long, che, con un titolo accattivante, PUT A SOCK IN IT!, esplora la commedia come luogo in cui la persona non necessariamente si libera bensì si ritrova limitata, zittita, sia da una prospettiva intima che sociale. Le opere di Zuzanna Czebatul, Jesse Darling, Reba Maybury, Ebecho Muslimova, Liesl Raff e Melanie Jame Wolf sollevano tematiche quali il giudizio, lo humor e la libertà di parola in relazione alle gerarchie di potere. La mostra esplora le relazioni tra commedia, etica e sessualità, suggerendo che la commedia produce spazi di de-identificazione, arrivando a capovolgere l’egemonia senza mai però stravolgere lo status quo.
Alla Georg Kargl Fine Arts, il giovane Valentinas Klimašauskas ha saputo orchestrare un coro di artisti in una mostra il cui apice è la potente installazione Social Media War Room (SMW), una stanza che mitraglia lo spettatore con un insieme di schermi che mostrano, e al contempo monitorano, immagini private e collettive da varie fonti (archivi, telegiornali…). La mostra è poi costruita attorno a numerose opere (segnaliamo Olivia Coeln e Agnieszka Polska) che esplorano il tema del monitoraggio, mettendo a nudo la performatività dei social media, dei big data e di tutti quegli strumenti che oggi concorrono a costruire il canovaccio della commedia umana.
La galleria Martin Janda ha invitato Francesco Pedraglio, che ha curato To Do Without So Much Mythology, associando la commedia al mito nella sua capacità di fungere da lente per esplorare sé stessi e la storia collettiva.

5. CHRISTINE KOENIG E UNTITLED PROJECTS

Galerie Christine Koenig. Aria Dean, Cipher 2021

La storica galleria Christine Koenig ha invitato Andrea Bellini, che con Die Einsamkeit des Satyrs sceglie la figura del satiro, dissacrante verso ogni forma di moralismo, per proporre lavori di artisti (Eleanor Antin, Aria Dean, Jimmie Durham, Emilio Prini, Hamishi Farah) che in maniera sottile e tagliente si fanno beffa dell’ordine prestabilito, come lo specchio di Aria Dean.
Non fa parte del circuito di curated by ma merita attenzione la mostra alla gallerie Untitled Projects, una retrospettiva su Timm Urlichs, Im Rahmen, curata da Sabine Kienzer. Lo storico artista concettuale tedesco, provocatore e tagliente, con le sue installazioni spesso giocose e ironiche sviscera i paradossi dell’esistenza, in cui è impossibile non riconoscersi.

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Lucia Longhi
Lucia Longhi (Treviso, 1986), laureata in Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici (Università Ca’ Foscari di Venezia) con una tesi di estetica dal titolo “Maurizio Cattelan e i media”, è curatrice indipendente, contributing editor per riviste d'arte, e organizzatrice di progetti di arte contemporanea. Ha vissuto a Berlino, dove ha lavorato come gallery manager presso la Galerie Mazzoli. Attualmente cura progetti personali incentrati sulla sound art e time based art.