A Bergamo c’è una importante mostra per entrare nell’universo di Isaac Julien

Da gres art 671 fino al 4 ottobre c’è la prima retrospettiva italiana dell’artista e regista inglese. Un percorso dinamico tra i video permette di scoprirne anche i dietro le quinte grazie a fotografie, sculture e materiale d’archivio

Da qualche anno ormai, il visitatore ideale per Isaac Julien (Londra, 1960) è un “mobile spectator” – uno spettatore mobile – che possa muoversi autonomamente tra le sue opere video, fruendone in modo più attivo rispetto allo stare seduto in una sala da cinema e senza un percorso preimpostato da seguire. Museum Dreams, la prima retrospettiva italiana dell’artista e regista inglese, permette al pubblico di realizzare questo sogno odeporico dell’artista, girovagando nello spazio, tracciando linee e collegamenti dove e come meglio si crede.

Installation view della mostra di Isaac Julien da gres art 671. Ph: Diego De Pol
Installation view della mostra di Isaac Julien da gres art 671. Ph: Diego De Pol

La mostra “Museum Dreams” di Isaac Julien a Bergamo

Curata da Nathan Ladd, la mostra è costruita da isole de facto indipendenti – per i lavori esposti, per i materiali che li accompagnano, per allestimento –, ma che funzionano come dei nervi che si diramano da un sistema centrale. Dal centro dello spazio, infatti, si può avere un certo ccolpo d’occhio su ciascuna delle cinque video-installazioni in mostra: alcuni schermi si vedono attraverso vetri e buchi nel muro; di altri lavori si intuisce la presenza grazie a delle fotografie appese a parete. Come in un sogno, appunto, in Museum Dreams tutto è apparentemente sconnesso, eppure tutto si tiene, con 30 anni di carriera condensati in cinque sezioni perfettamente esemplificative degli interessi visivi e tematici di Julien.

La “queerness” totale di Isaac Julien

Come scrive José Esteban Muñoz nel catalogo della mostra in un testo dedicato all’opera The Long Road to Mazatlàn (1999), Julien ricerca una “decomposizione e ricomposizione”, che per l’autore è un processo queer. Questo processo non è valido solo per il video espressamente omoerotico oggetto del contributo di Muñoz, ma per tutta la ricerca dell’artista inglese e per la mostra di Bergamo. E torna, a conferma della sua centralità, anche nel titolo che Julian Lucas ha dato al suo contributo in catalogo dedicato a blackness e razzializzazione. Anche quando il focus non è sull’omosessualità, la queerness come “alterità” e continua ridefinizione di sé è basilare. Once Again… (Statues never die) (2022) e Baltimore (2003) indagano, con sguardi differenti, il corpo e la storia delle persone nere nel loro rapporto con le istituzioni culturali bianche dominanti: il cinema, le biblioteche, i musei. In questo rapporto tra le parti, “decomposizione e ricomposizione” sono fondamentali per (ri)creare e (ri)affermare un’identità altrimenti negata.

L’allestimento della mostra da gres art 671

Le soluzioni allestitive e spaziali giocano un ruolo fondamentale in questa riconfigurazione continua del “mobile spectator” di Julien. Come già detto, tutto si dipana a partire da un punto centrale da dove si ha una visione fintamente panottica della mostra: si coglie qualcosa di ogni lavoro, ma è necessario, poi, spostarsi e riposizionarsi per osservare e conoscere realmente le opere e gli ambienti. Lina Bo Bardi: A Marvellous Entanglement (2019) può essere spiata da un buco nella parete che riprende una delle finestre-foro del SESC Pompeia di San Paolo, in Brasile, progettato dall’architetta. Superato il buco, entrati effettivamente nella sala, si incontra una sorta di documentario performato e performativo dedicato a Bo Bardi. Il lavoro intreccia temi politici e culturali tra libertà, società e decolonizzazione, prendendo il titolo da una frase dell’architetta per cui il tempo non è lineare, ma “un meraviglioso intreccio”. L’idea della non-linearità è ripresa anche nella proiezione su nove schermi che in contemporanea mostrano particolari e scenari diversi del SESC. Di nuovo, “decomposizione e ricomposizione”.

Isaac Julien oltre il video

Le cinque opere video sono accompagnate da rullini Kodak e riviste che raccontano i lavori di Julien, ma anche da oggetti “estranei” alla produzione dell’artista che ampiano il senso della sua ricerca. Nello specifico, Once Again… (Statues never die) dialoga con statuette e maschere africane disseminate nell’allestimento argentato; con disegni di persone nere realizzati nel 1918 da Walter von Rucketschell; con fotografie storiche delle truppe inglesi scattate durante l’assedio e saccheggio di Benin City nel 1897; con bronzi dell’artista afroamericano Richmond Barthé. Questi oggetti “da museo” interagiscono con le video-installazioni di Julien innescando relazioni e attivazioni, in un mischiarsi di storia e sogno capace di sostenere i Museum Dreams dell’artista.

Vittoria Caprotti

Bergamo // fino al 4 ottobre 2026
Isaac Julien. Museum Dreams
GRES ART 671 – Via San Bernardino, 141
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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

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