L’arte contemporanea ha bisogno di giullari? Riflessioni di Pino Boresta

Pare sempre più pressante la richiesta agli artisti di “far ridere” per potersi garantire il successo. Pino Boresta, artista a sua volta, prende come esempio il manuale di Giulio Alvigini. Ma per riflettere su un tema complesso

Pino Boresta, Daje facce ride
Pino Boresta, Daje facce ride

Sono sempre di più coloro che credono che, oggi come oggi, il segreto per far successo in campo artistico sia quello di far ridere, e allora giù tutti a fare i buffoni come se il sistema dell’arte fosse una bella donna da conquistare facendola divertire. È per questo che ci sono ormai molti più critici e curatori donna che uomini? Oppure è solo una questione demografica? A ogni modo, meglio così, visto che questi uomini sono sempre troppo impegnati a distruggersi reciprocamente in stupide guerre come quella in Ucraina di questi giorni e molte altre. E anche se alcune delle donne che hanno ruoli e investiture politiche e manageriali importanti finiscono per assorbire debolezze ciniche che le fanno assomigliare agli uomini, mantengono, a mio modo di vedere, una predominante saggezza di fondo. Non so se sia dovuto al ruolo di subordinazione crudele a cui il cosiddetto sesso forte le ha quasi sempre relegate immeritatamente, o se più propriamente sia dovuto a una intelligenza più raffinata di cui sono geneticamente dotate. Forse un po’ entrambe le cose, anche se io sono propenso a ritenere più determinante la seconda ipotesi.
Comunque sia, parrebbe che più sei spiritoso e simpatico e più hai la probabilità di farti notare e fare strada, e questo sarebbe anche comprensibile, vista la seriosità eccessiva di certe facce che hanno calcato per troppo tempo il palcoscenico del mondo dell’arte. La prova vivente del suddetto assioma è il nostro Maurizio nazionale, e guai a chi ce lo tocca, lo dico senza falsa ironia. Come quando difendevo da attacchi stupidi e invidiosi il nostro Tomba la bomba, il più grande campione delle nevi che l’Italia abbia mai avuto. Cattelan è la prova vivente del successo della satira nell’arte, e non posso credere che ci sia qualcuno che abbia trovato sconveniente un’opera come quella dei bambini impiccati, che io considero tra le sue più riuscite. Del resto, se le cose vanno così, ci sarà pure un perché (chi lo cantava?). Evidentemente si risponde in questo a delle necessità del nostro tempo, altrimenti troveremmo nell’olimpo dell’arte internazionale anche altri artisti italiani come Franco Vaccari, artista vivente con tre Biennali di Venezia al suo attivo e molte altre importanti mostre, o un Ettore Innocente, artista morto con zero Biennali di Venezia al suo attivo, molte mostre fatte, ma purtroppo poco conosciuto e ingiustamente sottovalutato. Si sono accorti della sua grandezza i francesi, ma noi no. O ancora un Achille Pace, morto da poco, con una sola Biennale di Venezia al suo attivo, ma stimato internazionalmente per le sue raffinate opere di assemblage con fili e altri materiali tessili. A me, una volta, una famosa critica lo disse “Io non invito un artista se le sue opere mi spaventano o se mi inquietano”. Sarà stato vero? Dunque, cari giullari miei, datevi da fare, fate come già fanno molti artisti di cui questa volta vi risparmierò nomi e cognomi. A Roma dicono “Ahó! Daje, facce ride!. Oppure, come strillavano ad Alberto Sordi con affetto, e non irriverentemente come potrebbe sembrare a chi non ha mai vissuto nella Capitale: “Americà! Facce Tarzan.
Questo quello che scrissi più di dieci anni fa, quando collaboravo con un’altra rivista d’arte. Un breve testo mai pubblicato che ho riesumato e leggermente rivisitato in quanto perfetto come cappello a questo articolo.

Pino Boresta, America facce Tarzan
Pino Boresta, America facce Tarzan

IL CASO GIULIO ALVIGINI

Giulio Alvigini nel suo libro Manuale per giovani artisti (italiani semplici) scrive che tutte le corti che si rispettino hanno i loro giullari, i quali, con sofisticato sarcasmo e ironica astuzia, possono prendersi il lusso di dire qualsiasi cosa al Re, a cui tengono compagnia denunciando in realtà verità scomode. E così anche il mondo dell’arte esige i suoi giullari, e lui ambisce a divenire uno di questi perché ha sempre amato far ridere, ma purtroppo la posizione è saldamente occupata da Maurizio Cattelan, per cui, attento a non prendersi troppo sul serio, vuole comunque far parlare di sé, e dunque ha pensato di accorciare la filiera produttiva facendo diventare la comunicazione del lavoro il lavoro stesso. Ciò nondimeno, anche se i posti disponibili per novelli giullari sono esauriti, nessuno deve impedirci di esercitare il nostro sarcasmo con frizzante e spiritosa verve, a patto di accettare di essere considerati degli sciocchi perché fuori dall’Art World. All’interno del quale invece saremmo stati considerati dotati di intelligente ironia. Viene così ribaltato il significato del termine “giullare”, che Germano Celant utilizzò in accezione negativa come figura servile. Per questo Alvigini conclude il suo libro rivelando che gira voce che l’artista contemporaneo sia considerato una sorta di vetrinista di lusso, praticamente un servo di scena necessario al sistema, un sistema che vuole dissidenti incoscientemente complici. A questi lui preferisce saltimbanchi consapevolmente camerieri, come me? Il suo obbiettivo è quello di costruire un personaggio “creatore di contenuti” che sia una figura fuori dal coro (io a suo tempo parlai di “Artista fuori dal coro”), ma lui, che ha difficoltà a ritenersi tale, in quanto ancora in attesa della patente d’artista, preferisce definirsi come un comico dell’arte che traccia e descrive una sua narrazione nell’era della riproducibilità digitale dell’opera d’arte. Per questo usa i meme, che non considera arte, ma perfetti per la loro peculiarità virale, in quanto “dispositivi linguistici”. Considera inoltre i meme solo uno degli strumenti a disposizione del giullare, e confessa che anche lui (come me) ha un debole per le liste, al punto di ritenersi un feticista delle elencazioni di cui fa ampio uso. Ritiene che la commedia dell’arte italiana possieda delle storture che scadono troppo spesso nell’autoreferenziale (io sono autoreferenziale e me ne vanto) che guarda la fuliggine del proprio ombelico (quella che io uso per i miei Residui Corporei per intenderci), piuttosto che occuparsi di altro. Considera però l’italian art system la più grande opera italiana contemporanea. Non si ritiene un comunicatore pur avendo partecipato a numerose conferenze, dicendo la sua in merito agli sviluppi della comunicazione, anche su giornali, radio e tv, e rivelandosi un interprete assolutamente credibile. Rivendica la primogenitura dell’uso dei meme su Instagram diversi mesi prima di altri, ma riconosce la genialità caustica di Tommaso Labranca che tuttavia odiava i meme.
Asserisce poi che non vi è nessuno e nulla contro cui combattere perché ogni aspetto del mondo dell’arte è risolto in un unico modello a cui uniformarsi, essendo un dato di fatto che esiste un sistema del mondo dell’arte gestito da un pugno di potenti che decidono chi devono essere gli pseudo-protagonisti e chi le comparse. Tutto questo edifica un informe castello di fango del potere gestito da un Re nudo, dove curatorucoli improvvisati e artistucci ansiosi si preoccupano solo di parlarti del loro ultimo insignificante progetto. Ma anche lui, “G.A.I.S. – Giovane Artista Italiano Semplice”, non si sottrae alla partecipazione agli opening per le indispensabili PR, senza le quali un percorso artistico, soprattutto se insignificante, non reggerebbe. E quando si gioca a chi ce l’ha più lungo (su questa stessa testata io rivelai già a suo tempo che “Io ce l’ho piccolo”) gli artisti italiani, che per colpa dell’italian system soffrono di inferiorità nei confronti dei colleghi stranieri, rispondono: “L’importante è saperlo usare”, parliamo di curriculum internazionale chiaramente. Tutto questo mentre il giovane curatore si è ormai convinto che per avere qualche rilevanza sia necessario frequentare il “corso giusto” nella “Fondazione giusta” dove puoi incontrare le “persone giuste”, e possibilmente, se le economie te lo permettono, fondare uno spazio indipendente o una rivista, non importa se scamuffa e inutile. Il collezionista invece è colui che fa muovere tutto il carrozzone, ma è spesso lento nei pagamenti, e qui per quel poco che mi riguarda mi trovo costretto a confermare. E anche quando afferma che il consenso genera altro consenso, dice secondo me il vero, e gli ultimi clamorosi fatti italiani intorno a un artista come Gian Maria Tosatti lo dimostrano, sarà il tempo a dirci se meritati o meno, ma questo appiattimento e conformità di opinioni che non generano scontri ci portano inevitabilmente a mostre ed eventi importanti dove si leggono sempre gli stessi nomi d’artisti.

Pino Boresta, Non ci resta che ridere
Pino Boresta, Non ci resta che ridere

AAA CERCASI NOTORIETÀ

Tuttavia, si esorta ironicamente a non sparare sul gallerista, che non è cattivo, ma lo dipingono così i troppi artisti su piazza che cercano attenzione per il loro CV, che mi raccomando non va mai scritto in terza persona. Gli spazi non profit, al di là della pochezza creativa dei nomi che si attribuiscono, sono comunque aree poco contaminate dove è possibile imbattersi in piacevoli azioni impreviste. Mentre le mostre “di rottura”, nonostante i buoni propositi, hanno perso il loro appeal a causa dell’avvento di dio internet. E anche i CS, che dovrebbero colmare intellettualmente il vuoto contenutistico di molte iniziative artistiche, sfornano solo riflessioni pseudo-filosofiche avvalorando l’incommensurabile vastità del nulla di certe operazioni. Un vuoto contenutistico di cui mi sono occupato pure io denunciando la manovra avvolgente di queste anestetizzanti operazioni pseudo-artistiche.
Quello che Giulio ha veramente imparato nel suo corso di studi è che se non appartieni alla categoria dei “cocchi” del professore, non avrai vita facile, mentre bandi, borse di studio e concorsi servono solo per far vincere chi hanno già deciso di premiare. Me ne lagnai anch’io.  Nondimeno, sappiate che se non siete ricchi non potete fare gli artisti, lo afferma sempre lui, io ho scritto qualcosa di più articolato. E non esiste la dittatura dello spettatore, in quanto non è mai il pubblico a determinare il successo di un artista, questo perché, quando viene scelto e presentato pubblicamente, i giochi sono già fatti e decisi da altri. Io lo dissi e lo scrissi: “Il successo non è un diritto”.
A ogni modo, se qualcuno volesse tentare una scalata verso la notorietà, nel libro vengono elencati alcuni essenziali segreti che così si possono riassumere: comprendere le logiche dei mutamenti culturali dei linguaggi artistici, fare propri i meccanismi che li determinano, e trovare il modo di distinguersi possibilmente anticipandone gli sviluppi. Oppure fate come lo stesso autore del libro: indagate le isterie e le contraddizioni del sistema dell’arte, in modo che possiate de-costruirle per analizzare i processi decisionali che influiscono le istituzioni. Spero sia tutto chiaro perché non dispenso ripetizioni, diversamente consiglio di comprare il libro dove forse è meglio descritto.
Non mancano poi i consigli per quando si partecipa a vernissage o fiere: Se si è indecisi su come vestirsi, fatelo di nero e non correrete rischi. Quando entrate in scena i primi quindici secondi sono decisivi, per cui sentitevi speciali, dimostratevi sicuri di voi anche se non lo siete, non meravigliatevi mai di nulla. Non utilizzate mai il termine “interessante” in quanto viene generalmente utilizzato per dire esattamente l’opposto di ciò che il termine dovrebbe significare. Evitate poi quelli che parlando con te si guardano intorno alla ricerca di qualcuno gerarchicamente più rilevante con il quale sostituirti. Ma soprattutto guardatevi intorno cercando di capire chi conosce chi. E se a questi aggiungete un altro paio di suggerimenti che nel tempo anche io mi sono permesso di dare, del tipo: “Io so che tu sai che io so che tu sai, ma non te lo dico e faccio finta di niente”, “Non salutare mai per primi”, forse potreste cavarvela, ma ricordate, tra gli appartenenti al mondo artistico i legami di amicizia e d’amore sono solo strumentali e di convenienza, ciononostante possono nascere legami affettivi solidi a patto che siate pronti ad accettare aspettative che saranno disattese.
In conclusione, che dire? Anche io avevo scritto un libro e non me ne ero accorto perché lo avevo pubblicato sparso qui e lì. Ma la verità è che Alvigini con i suoi meme e il suo libro si è rivelato più pungente, ironico e caustico di quanto io sia mai riuscito a fare. Questa è probabilmente la sua unica colpa, che dovrà espiare sciroppandosi questo mio articolo. E comunque qui lo dico e qui lo nego, i meme non sono solo dispositivi per far ridere, ma anche per farci riflettere e aprirci orizzonti di pensiero diversamente abili che forse non avremmo mai affrontato, o più probabilmente evitato.
Prima che terminassi questa intervista sono riuscito a fare una domanda a Giulio via Facebook, dove ho scoperto che siamo amici dal gennaio 2015, e ho deciso di aggiungerla qui perché prova della sua scaltra genuinità.

Domanda:
Ciao Giulio, ho letto il tuo libro e volevo domandarti: mi par di aver capito che tu non ti ritenga un artista serio, ma potrei aver capito male, ma nell’eventualità avessi ben compreso sono curioso di sapere se tu hai rinunciato a diventare tale nel momento in cui hai capito come funziona l’art system (che ben spieghi nel tuo libro), e che quindi (diversamente da come stai facendo ottenendo buoni risultati) non ce l’avresti mai fatta?

Risposta:
Ciao Pino, ma in realtà gioco con questo “peso” che l’etichetta artista rappresenta. Da un lato c’è un grande complesso nei confronti dei maestri, quindi la paura del paragone. Dall’altro la mediocrità di tanti colleghi e addetti che, promuovendo tanta banalità, svalutano questa figura. Per cui, parto da un presupposto personale di rapporto ambiguo con tale etichetta. Vorrei tanto essere un artista, forse lo “faccio” ma non lo sono. Lo simulo, ne sono un simulacro. Non lo so. È ciò che mi chiedo costantemente e pongo al centro del mio lavoro proprio questa questione.

Pino Boresta

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AutoreGiulio Alvigini
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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.