Il successo non è un diritto. L’editoriale di Pino Boresta

Pino Boresta riflette sulla ricerca del successo da parte degli artisti. Evidenziandone luci e ombre.

Pino Boresta, Muro Successo
Pino Boresta, Muro Successo

Non raccontiamoci balle, tutti gli artisti cercano il successo, ma bisogna essere coscienti del fatto che diversi sono i percorsi che si possono tentare per raggiungere la vetta, ma alcuni di questi non portano alla cima.
Ci sono artisti che hanno capito che bisogna prima entrare nella storia dell’arte e poi sperare di entrare nel mercato dell’arte. E che tu sia un artista benestante, o povero in canna, questo comporterà comunque molti sacrifici. Chiaramente, se appartieni a quest’ultima categoria, le difficoltà e i sacrifici saranno maggiori, ma, con molta probabilità, entrambi i facenti parte delle due diverse condizioni sociali che sceglieranno questo percorso artistico rimarranno all’interno della storia. Saranno poi gli storici e gli studiosi dell’arte a decidere, e forse anche a determinare, il valore e l’importanza di uno o dell’altro.
Ci sono poi altri artisti che vogliono trarre immediatamente un profitto dal proprio operato, spesso senza neanche avere un valido lavoro alle spalle. Anche questi si dividono nelle due categorie dei poveri e dei ricchi. I primi in genere, spinti dalla necessità economica, finiscono per snaturare e tradire la propria ricerca assecondando le richieste di un basso mercato artistico esclusivamente commerciale. I secondi sono quelli più pericolosi e nocivi, perché incarnano gli smaniosi di successo: artisti che a volte riescono a entrare velocemente nel mercato dell’arte e in molti casi anche a infilarsi a forza nella storia dell’arte, almeno per un po’. Queste sono operazioni commerciali, che se ben fatte, spesso sul breve periodo, il più delle volte hanno esiti positivi, altrimenti difficilmente si venderebbero le loro opere, e tutta la filiera presciolosa e quasi truffaldina ne verrebbe colpita, facendo fallire l’intera operazione, e questo non se lo possono permette. Per tale ragione alcuni di questi venditori di fumo spesso truccano le carte in tavola.

Pino Boresta. Photo Eleonora del Brocco
Pino Boresta. Photo Eleonora del Brocco

IL BISOGNO DI CONSAPEVOLEZZA

Ma ne vale veramente la pena? Io mi domando. Dai miei pochi studi, frutto di lunga militanza nel mondo dell’arte, ho avuto modo di constatare che il più delle volte accade che chi sceglie questa seconda via, spinto da quella che dalle mie parti chiamiamo “fregola”, spesso e volentieri è completamente dimenticato, o tuttalpiù le sue opere continuano a gironzolare in un mercato minore di scarso valore economico e nessun valore storico sociale.
Ebbene questo mio tentativo di semplificazione di uno stato di cose, sicuramente ben più complesso, riguarda solo quegli artisti che sentono il fuoco dell’arte che preme forte nel loro petto, mentre per tutti gli altri “artisti” valgono le molte diverse teorie esistenti, che il mio animo più profondo non è ora in grado d’analizzare, né ha interesse a farlo.
Non voglio dire che si debba tenere a freno il fuoco dal profondo (per dirla alla Carlos Castaneda), che spinge per uscire e trovare forma creativa, ma credo ci sia bisogno di acquisire consapevolezza di quello che si è, di quello che si vuole fare, prima di pretendere il successo a tutti i costi, perché il successo non è un diritto. Come ho già scritto in una mia considerazione [FACE To FACE. The maieutic machine, Bordeaux, Roma 2017, N.d.R.], nata guardando un giocoliere (artista di strada) improvvisare la sua esibizione mentre ero fermo a un semaforo: “Tutti noi artisti cerchiamo e vogliamo un pubblico, e anche se siamo timidi, introversi, poveri e squattrinati pretendiamo il nostro pubblico, e andiamo a cercarlo ovunque esso sia. Ognuno adotta strategie diverse: c’è chi trova i suoi spettatori dove il pubblico già è presente intrufolandosi come un parassita e aspettando il momento giusto per agire, e chi invece investe risorse per attirarlo alla propria corte. Molti sono gli artisti che bramano il successo istantaneo, che pretendono gloria e onori e vogliono piacere a tutti i costi. Come si può resistere al desiderio di essere amati da una platea che sia la più estesa possibile e che immediatamente ti circondi, ti accolga, ti acclami, ti consacri il migliore? Tutti hanno fretta di diventare famosi, ma tutti lo meritano? Diverso è invece il destino di altri, di altri artisti, che hanno capito che il loro pubblico lo troveranno forse fra 30/40 anni, e per questo hanno smesso di bramare il successo. “Che cosa deve fare un artista per suscitare un consenso favorevole nei propri confronti?”. È la domanda che ho sentito fare una volta da un artista esordiente all’esperto di turno in un convegno. La risposta non è degna di considerazione, ma il fatto che un giovane artista abbia come prima istanza questo tipo di preoccupazione mi fa ancora oggi riflettere, giacché è diventato pensiero comune che l’artista contemporaneo se vuole riuscire nei propri intenti deve anzitutto conoscere i meccanismi della comunicazione, prima ancora della tecnica del proprio mestiere. Prego?… Scusate! Il valore del lavoro di un artista? Il cuore, il sentimento, la passione, l’amore, l’odio dove sono finiti? Ha detto Primo Levi al riguardo degli artisti: “E poiché non si possono esprimere con il diritto e con la violenza si esprimono con l’arte”, e con questo passo e chiudo”.

Pino Boresta

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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.

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