Ultime notizie: Sergio Risaliti racconta un’opera di Andrea Francolino

Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento di Firenze, racconta le ultime produzioni degli artisti in un ciclo di appuntamenti su Artribune. La serie continua con Andrea Francolino

È arrivata la quinta ultima notizia. Questa volta mi è stata spedita da Andrea Francolino che, come tutti noi, si trova in casa. È come un leone in gabbia. Il suo metodo di lavoro lo porta solitamente a percorrere chilometri fuori dello studio, per andarsene in giro a cercare la sua materia prima: crepe nel suolo su cui intervenire. Molte delle sue opere nascono all’aperto. Questo processo lo porta a camminare, fermarsi, piegarsi, toccare il suolo, fare pressione su un foglio di carta, per poi alzarsi, riprendere il cammino e fermarsi su un’altra crepa. Se ne va in giro per le strade con un sacco. Nella bisaccia porta con sé una buona quantità di terra filtrata in precedenza e dei fogli di carta, tutti delle stesse misure e della marca “Hahnemühle”. Ha scelto la terra in base al colore e al sapore. Lo immagino, infatti, assaporarla, fiutarla, cospargersene le mani. Per capire di che razza sia quella terra, stretta tra le mani, la tratta come fosse un frutto appena raccolto da un albero, un fungo trovato nel bosco. Penso che un pugno di terra possa dare un sacco di informazioni a chi la sappia ascoltare e capire come accade ad Andrea.  Per giunta, quella che Francolino porta nel suo sacco in giro per la città, è terra senza superfetazioni. Nel sacco c’è anche un colino, per filtrare il materiale in caso di necessità. Oltre a della colla spray, che serve per far aderire la carta alla crepa su cui ha steso la polvere di terra. La crepa, uno scisma a livello geologico, tra sotto e sopra, tra natura e civiltà, è al centro di ogni suo interesse. Tutto il resto è funzionale a quel rapporto materiale. Che poi sia solo materiale, non è del tutto vero. Andrea mi ha scritto: “In aprile 2019 ho iniziato un percorso temporale in polvere di terra destinato a concludersi ad aprile 2020, un racconto maniacale in cui indago i temi della monumentalità, dell’ordine, della ripetitività e del confine tra materialità e spiritualità, tra il senso delle cose dell’uomo e quelle della Natura”. Mi soffermo su questi dati perché è importante capire in che senso Francolino si muova artisticamente su un doppio binario: uno concettuale, l’altro esistenziale. Di fatto, opera nei limiti dell’orizzonte linguistico, eppure si muove sulla linea del corpo. Si china, esercita una pressione in posizione abbassata, in una postura infantile, quando procediamo a quattro zampe come gli animali. Non disegna, non organizza preventivamente il risultato grafico o pittorico che potrà ottenere realizzando il calco di una crepa. Porta via l’impronta, accettando l’esito materiale fissato sul supporto cartaceo e determinato dalla natura della crepa, dai suoi lineamenti, dal contatto tra questa, la polvere di terra, la carta e dalla pressione, esercitata alla cieca. A noi la possibilità di vedere altro o riconoscere qualcosa che non appartiene a quella specie d’incrostatura della carta. Tra il corpo dell’artista e il suolo –aperto da una crepa- il contatto è diretto, filtrato solo dalla carta e dalla polvere terrosa. 

TRA SPAZIO E TEMPO

Il rapporto tra risultato materiale -impronta di crepa- e coordinate spaziali e temporali viene testimoniato dalla titolazione che riporta giorno, ora, minuti, secondi, posizione geografica ricavate dal satellite. Questo ci dà l’idea di come non ci sia nulla d’intentato e d’improvvisato nel suo modo di operare, sebbene ci sia dell’imponderabile. Lo schematismo –posizione-orario- sembra necessario a raffreddare la dimensione sentimentale dell’azione e non la esclude. Francolino vuole combinare vita organica e strutture logiche. Quando setaccia la terra con le mani, s’innamora della crepa nel suolo, ed esclude tutto il resto: poi riduce l’evento a numeri, fissa esattamente la sua coordinata spazio temporale, il momento in cui celebra quello strano rituale. Perché dal lato dell’uomo c’è il calcolo da quello della Natura l’imprevedibilità.  La crepa ha un suo magnetismo al quale Andrea Francolino non può resistere. Cammina per strada, intenzionato a raggiungere un ristorante: quando una crepa lo chiama, deve fare una deviazione, dimenticare l’appuntamento per eseguire il calco.  La foto che mi ha inviato è abbastanza folle. Andrea cammina su un pavimento di crepe, un mare di crepe. Decine e decine di fogli. Impronte di crepe realizzate per quasi un anno. Immagino quanto ha camminato in questi mesi. Quante volte si è piegato verso il suolo spargendo una manciata di terra ben filtrata. Gesti che si ripetono automaticamente. Per risultati sempre diversi. Ha così trovato il suo modo di fare pittura. Un tipo di pittura che viene eseguita en plein aire, senza cavalletto e tavolozza. Come ai vecchi tempi. Ma con molte differenze. La crepa è necessaria per produrre delle immagini di basso materialismo, opere povere, che restituiscono con un linguaggio simile alla pittura, ma non come la pittura da cavalletto, l’immagine di uno scisma riscontrabile a livello del suolo. 

LA CREPA

La crepa “sintomatizza” nella sua dimensione e forma tutta l’energia necessaria a scatenare l’evento scismatico nel tempo – la crepa è nata lentamente- o nell’istante di una scossa –come quando la terra si solleva per un terremoto. Tuttavia, guardando quella foto penso a un tipo nuovo di ‘paesaggio’. Alternativo a tanta pittura e fotografia con cui abbiamo desiderato immortalare la natura nei suoi magnifici spettacoli, nella sua grandezza e terribilità.
Mi sono fatto spiegare a telefono la tecnica. Trovata una crepa ne fa il calco usando il foglio di carta, sempre delle stesse misure. Cosparge la terra filtrata sulla crepa, poi stende il foglio a coprire la porzione di suolo interessata. Il foglio è cosparso di colla, in modo da aderire alla terra sopra la crepa. Infine preme con forza la carta. A questo punto ha raggiunto il suo scopo.  Ha ricavato l’impronta terrosa della crepa al suolo. Da ora in poi, il foglio potrà essere appeso. Nella sua autonomia quel foglio di carta, di un certo spessore e porosità, riproduce lo stato delle cose in quel punto del pianeta ad altezza suolo. La carta, appesa, riproduce uno scisma sul terreno esibendo il dato materiale, nel modo di un dipinto appeso alla parete. La traccia di crepa testimonia il tempo trascorso, è impronta di forze in azione, di cambiamenti strutturali nel suolo e sottosuolo, chimici, organici, parla di stagioni e giornate diverse.
Descrivo la crepa come uno scisma, un evento traumatico, più o meno grande e di lunghezza variata, una fessura, una fenditura, una screpolatura. Se poi la guardiamo in una prospettiva esistenziale è una ferita, una stimmate. Una slabbratura del corpo terrestre all’altezza del suolo. Può essere però anche su un livello superiore, asfalto, cemento. Può anche risalire in alto. Margine estremo di una dimensione tellurica. Riguarda la terra, si trasmette a noi. La crepa ha tutto un suo dentro, una sua interiorità. Se in superficie è piuttosto segno, tracciato, al suo interno, invece, è qualcosa di cavernoso e tenebroso, è qualcosa di simile a un grumo. Esposta in verticale al muro – quindi in una posizione innaturale rispetto alla posizione originale e totalmente decontestualizzata dal suolo cui appartiene- la traccia della crepa –  la cui impronta è stata presa in orizzontale e in basso- genera una serie di immaginari, che possono dare vita a riflessioni eterogenee.  

POSSIBILI RIFERIMENTI

Ad esempio è possibile perdere il senso della misura, incantarsi davanti alla bellezza informe di ogni singola crepa, collegare alle superfici lunari quel segmento purulento e sconnesso. Ha qualcosa di preistorico, di un’era geologicamente molto lontana nel tempo. Vengono alla mente slabbrature e crepe come quelle che caratterizzano le Nature di Lucio Fontana.  Diversamente, quel linguaggio materico va considerato in sé e per sé. Si tratta di un modo dell’informe, in poche parole, di un puro risultato di testimonianza materiale fissato in termini di linguaggio materico, esito di un abbassamento e di una pressione. In presenza di questo lavoro ho immediatamente pensato a operazioni di Land Art, a Hamish Fulton o Richard Long. Poi mi è entrato in testa Alberto Burri con i suoi cretti. Oppure, certe cose di Giuseppe Penone, lavori sulla pelle di un tronco ad esempio. Tutto troppo facile e scontato. In ogni caso sono riferimenti che possono essere utili per fare qualche passo in avanti. Per dare un senso a tutto questo genere di ricerca. Ma come la scala di Wittgenstein, che da buttare una volta saliti in alto.
Adesso, dopo un primo smarrimento, Andrea ha capito in che modo poter raccogliere da questa situazione, e voltare la costrizione a proprio vantaggio. Non esce di casa. Percorre la distanza che lo separa dal davanzale. Si affaccia. Si esalta alla scoperta di una crepa, nata proprio lì, al limite tra interno ed esterno. Una crepa sulla soglia. Tra la casa e la città. Tra la finestra e la strada. Un malessere, un fremito, sintomo di un disastro a venire. Un tremito della terra che è risalito verso la città e le case. Segnale di una condizione di malessere. Semplicemente un brivido di febbre del pianeta che lascia segni evidenti sulla pelle delle costruzioni umane. 

IL MESSAGGIO DI FRANCOLINO

Termino con questo secondo messaggio ricevuto da Andrea con il quale condividere pensieri e sensazioni di questi giorni. “Domenica 8 marzo, alle ore 15:58:33, ho eseguito l’ultimo calco in una Milano pressoché deserta (in allegato). Mi sono chiesto come avrei potuto continuare l’opera in una situazione di costrizione, senza mettere a rischio la sicurezza degli altri oltre che la mia. Questa pausa forzata mi ha riportato all’origine dell’interesse per la crepa, frattura, ferita e allo stesso tempo apertura verso infinite possibilità. Dopo qualche giorno di smarrimento, ho capito che l’opera potrà contenere la traccia di questo momento storico senza essere alterata nei criteri e nel risultato finale perché non è giunto il suo epilogo. È anche in questo che l’arte mi stupisce, cresce ed evolve nonostante gli eventi, perché la creatività come la Natura manifesta la sua forza proprio quando si trova costretta e ingabbiata. Anche se solamente il lavoro finale può rivelarne tutti i dettagli, la foto che ti mando mi ritrae con quasi tutte le crepe realizzate fino al giorno 8 marzo… dopo qualche giorno di smarrimento ho capito che il lavoro andrà avanti, tutti i giorni se Natura permette, dal davanzale della finestra di casa (foto allegata). IMPORTANTE Il video di cui riceverai wetransfer sono suggestioni giornaliere generate da questa condizione nuova, una prospettiva che dal mio davanzale di casa, con la sua crepa, si traduce in quello che c’è ripreso. È il copia e incolla casuale, come casuale il decorso di ogni crepa, di tracce video che registro con il mio telefono senza la necessità di alcuna forzatura o patinatura”.

Sergio Risaliti

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Sergio Risaliti

Sergio Risaliti

Sergio Risaliti (1962), si è laureato a Firenze in Storia dell’arte moderna e contemporanea. Dal 2018 è direttore artistico del Museo Novecento di Firenze. E’ storico e critico d’arte, ideatore e curatore di mostre e di eventi interdisciplinari, scrittore e…

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