Ultime notizie: Sergio Risaliti racconta “Landscape” di Paolo Canevari

Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento di Firenze, racconta le ultime produzioni degli artisti in un ciclo di appuntamenti su Artribune, ficcando il naso direttamente negli studi. Dopo Giulio Paolini, Domenico Bianchi e Mimmo Paladino ci parla di Paolo Canevari. 

Paolo Canevari Landscape (olio esausto industriale su carta, 2020)
Paolo Canevari Landscape (olio esausto industriale su carta, 2020)

L’ultima notizia mi arriva dallo studio di Paolo Canevari e riguarda l’opera Landscape (olio esausto industriale su carta, 2020). L’immagine che mi ha inviato dal suo studio è molto bella nella sua semplicità, ed è pure eloquente nel suo significato.  A prima vista vediamo un paesaggio. E non ci sbagliamo. È un paesaggio sporcato dal progresso. Sono fogli di carta, pagine di vecchi libri, su cui Paolo ha versato dell’olio esausto industriale. Il risultato non è cercato, ma semplicemente atteso.  Il liquido si è espanso macchiando la superficie. Ne sono uscite silhouettes di montagne e profili di basse colline, bei paesaggi nostrani. Con questi paesaggi a olio, Canevari ci seduce e ci interroga: utilizza l’estetica del sublime per farci riflettere sulle conseguenze dell’industrializzazione del pianeta e sull’uso censorio del potere nei confronti della stampa, dell’informazione e della critica.  Come mi ha scritto a margine dell’immagine: “La serie di questi ultimi lavori si basa sull’uso di un materiale come punto di partenza per l’interpretazione dell’opera. In questo caso le macchie di olio esausto da motore di automobili, quintessenza dell’inquinamento, diventano un paesaggio per osmosi su pagine di vecchi libri. La mia è una riflessione sull’inquinamento in senso ampio. L’inquinamento della natura, ma anche quello delle notizie e del pensiero. La macchia che pian piano copre la nostra vita, e inquina il nostro quotidiano”.

DI PAOLO CANEVARI, POETICO REALISTA

Canevari ci ha abituati a passare dall’arte alla realtà senza fatica e senza impantanarsi in una traduzione banale o piatta del linguaggio socio-politico, o di quello della cronaca. Le sue sono sempre opere che sanno d’acchito di arte. Se le potessimo mangiare avrebbero l’inconfondibile sapore dell’arte. Di quella di Caravaggio e di altri poetici realisti. Come tutti i realisti amanti delle belle forme, Canevari non molla mai la presa sul mondo e la realtà, prende di petto le grandi questioni geopolitiche, si scontra con le grammatiche del potere, con la violenza, con lo sfruttamento industriale del pianeta, le guerre di religione, il razzismo, la retorica del maschio e dell’uomo forte.  Tuttavia la forma, nella sua bellezza e gradevolezza, aggiunge sempre qualcosa al nostro modo di intendere e interagire concettualmente o emotivamente con la sostanza dei contenuti. Paolo si è scelto anni fa un materiale: la gomma industriale, che ha trasformato in linguaggio artistico, come altri artisti hanno fatto con il marmo o il legno, con la plastica o il ferro. Un materiale con un colore preciso, il nero, che nell’arte ha una grande storia e un enorme peso, sebbene sia contrario al godimento dato in arte dai colori, come fa la natura con la coda di pavone. Pensiamo al nero che da Velasquez e Manet arriva a Malevitch –il quadrato nero – e a Burri – il cretto nero. Oppure a Serra e a Kounellis, che amava molto il nero fumo.

La processione di Prisca – Giuseppe Cerasa, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Paolo Canevari
La processione di Prisca – Giuseppe Cerasa, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Paolo Canevari

PAOLO CANEVARI, IL RAPPORTO CON LA MATERIA

In molte occasioni altre occasioni, Canevari ha sottoposto questo suo medium (utilizzato fin dalla fine degli anni ottanta) a vere e proprie azioni: tagliandolo, cucendolo, addirittura bruciandolo, come se quel materiale industriale della chimica fosse una pelle a disposizione dello scultore-performer su cui poter intervenire, agire. Così ha realizzato opere eloquenti con le camere d’aria: tagliandole a fasce lunghe, ripiegandole per realizzare delle figure, usandole per costruire delle cornici, come campi di rappresentazione sulle pareti. Ha usato i pneumatici come superficie per scrivere parole. In Before Excstasy erano dodici pneumatici disposti in fila, appoggiati alla parete, con scritto il nome di un apostolo su un fianco. Con il battente dei pneumatici ha inoltre rivestito delle sagome di carro armato, innocui giocattoli rivestiti di una nuova pelle che ricordano le armi di Pino Pascali, mitragliatrici e cannoni. Pascali è sicuramente un artista cui Canevari si sente vicino, per la qualità ludica e poverista delle sue opere. Se questi aveva costruito un missile, Paolo ha pensato di installare al soffitto una finta bomba ricoperta di tessere specchianti e luccicanti, come le sfere da discoteca. Il gioco di riflessi sulle pareti faceva pensare a una bella festa in presenza di un oggetto-simbolo, un enorme oggetto fallico di distruzione. La guerra come dono dal cielo e momento orgiastico. Il gioioso brillio suggeriva l’esplosione. I pneumatici sono poi diventati una torta con le candeline accese, per essere appoggiati su tre bidoni di petrolio; mentre le camere d’aria sono diventate un colonnato. In ogni opera ha sempre dominato il nero. Colore che negando ogni decorativismo o estetismo, ogni vacua gradevolezza o aggettivazione, si propone come elemento simbolico e concettuale, come forma linguistica minimale e come superficie assoluta. A Siena, nel 2001, ha vestito un Papa con una grande piviale fatto di camere d’aria giuntate.  In Colosso è diventato una cariatide o un ‘omeone’ e per ore ha sorretto sulle spalle un pneumatico a forma di Colosseo, la celebre arena in cui storicamente si sono mescolate le strategie del potere, dell’arte e dell’architettura, le funzioni antropologiche del sacrificio e del gioco come forme di godimento estetico per il controllo delle masse, nonché dell’eliminazione dei nemici e dei deboli, degli inutili e degli avversari. Nel 2010 ha costruito un enorme globo sempre rivestito con il battistrada di pneumatici e lo ha cavalcato, all’opposto di Atlante che si portava sulle spalle il mondo. In quella posa infantile, ricordava il Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. Nel 2005 una serie di pneumatici che riportavano sui lati i nomi delle principali religioni monoteistiche sono stati usati come altalena dai bambini.  Immagine che poteva ricordare il genere di ironia usata da Nietzche per distruggere gli idoli religiosi.

Paolo Canevari
Paolo Canevari

PAOLO CANEVARI, DECOSTRUIRE IL LINGUAGGIO DELLA VIOLENZA

Canevari ha dimostrato in tre decenni di poter disinnescare linguaggio, simboli, retoriche e icone del potere -in ogni forma esso si esprima- potere della violenza, del consumismo e del selvaggio capitalismo in un gioco di accostamenti ora ludici ora ironici, ora lirici e sentimentali, ora beffardi o tragi-comici. Come quando aggiunge a un veicolo militare la frase God Year – cancellando una O dal marchio di un pneumatico Good Year – allusiva sia alla guerra di religione, sia agli interessi capitalistici sul petrolio, indispensabile risorsa per l’industria automobilistica, sia in ultimo alla formulazione di auguri. Attraverso l’opposizione drammatica di cose e simboli, di forme artistiche e contenuti socio-politici ha dato una visione tragica della realtà, lavorando anche sulla funzione “catartica” e “perversa” del gioco e del sacrificio.  Al gioco e al sacrificio rinvia Seed, realizzato nel 2004, dove l’artista allarga le braccia per accogliere una bomba che sta cadendo dal cielo. In altri casi, gioco e sacrificio si intrecciano in una sola operazione; quando brucia le sculture in miniatura del Colosseo, una pistola, un cranio, ma anche una copia del Mein Kampf, oppure quando impicca un pneumatico di grandi dimensioni per farlo dondolare come un bambino all’altalena. Per concludere, ecco una dichiarazione dell’artista: “L’idea che la violenza e la distruzione possano essere sconfitte dall’arte se non fisicamente almeno mentalmente, è straordinaria. Il silenzio non fa più parte della nostra epoca. Il silenzio è l’essenza della meditazione e dell’illuminazione. Uno dei motivi per cui ho girato senza sonoro la serie di video Burning deriva da questa necessità. L’arte come riflessione sulla natura umana dovrebbe essere un’alternativa decisiva al forte messaggio che la violenza è capace di imporre. Questa non dovrebbe essere un’affermazione ma solo parte di un interrogativo più ampio”.

– Sergio Risaliti

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Sergio Risaliti
Sergio Risaliti (1962), si è laureato a Firenze in Storia dell’arte moderna e contemporanea. Dal 2018 è direttore artistico del Museo Novecento di Firenze. E’ storico e critico d’arte, ideatore e curatore di mostre e di eventi interdisciplinari, scrittore e giornalista. Al suo attivo ha l’ideazione e curatela di un centinaio di mostre in spazi pubblici e privati. Nel 1991-92, si è perfezionato al Corso Europeo per Curatori d’Arte Contemporanea al Magasin di Grenoble. Ha fondato e diretto fino al 2002 il Palazzo delle Papesse di Siena. Ha riallestito il MARCA, Museo d'Arte Contemporanea della Provincia di Catanzaro nel 2008. È stato membro del comitato scientifico del Frac Rhône-Alpes e della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. E’ membro onorario dell’Accademia delle Arti del Disegno. Collabora con il Corriere Fiorentino e con Il Venerdì - La Repubblica. Con Stefania Ricci ha ideato e curato Ispirazioni e visioni (2011), Marilyn (2012), Il Calzolaio prodigioso (2013), Equilibrium (2014) al Museo Salvatore Ferragamo di Firenze. In occasione di Florens 2012 ha ideato l’accostamento dei Crocifissi di Donatello, Brunelleschi e Michelangelo nel Battistero di Firenze e ha curato l’installazione della Croce di Mimmo Paladino in piazza Santa Croce. Con Cristina Acidini ( ideatrice) ed Elena Capretti ha curato la mostra Michelangelo Buonarroti. Incontrare un artista universale, presso i Musei Capitolini di Roma. Ha ideato e curato l’esposizione dei Tre profeti di Donatello nel Battistero di Firenze, (maggio-dicembre 2014). E’ stato direttore artistico del primo Festival dei bambini. Nuovi mondi, organizzato a Firenze, nel 2014. Nel 2015 ha curato la mostra Jeff Koons. In Florence ( Piazza Signoria e Palazzo Vecchio, Firenze), Alighiero Boetti. Mappe ( Salone dei Cinquecento. Palazzo Vecchio, Firenze) e la mostra antologica di Alighiero Boetti presso la Galleria Stein di Milano (con Francesca Franco). Ha ideato e curato per la Galleria Tornabuoni di Firenze e Londra la mostra Il dado è tratto. Arte italiana oltre la tradizione. E’ direttore artistico dei progetti espositivi al Forte Belvedere di Firenze dal 2014 e del festival fiorentino F-light dal 2015. Tra le altre pubblicazioni ha ideato e curato nel 2000 Espresso, un censimento dell'arte giovane italiana ( Electa), e nel 2001 un'ampia ricognizione sulla Toscana contemporanea ( Maschietto editore). Nel 1996 ha curato la Verità, libro d'artista di Giulio Paolini ( Einaudi), e nel 2010 sempre di Giulio Paolini Dall'Atlante al vuoto ( ELecta). Nel 2009 ha curato il Catalogo Generale della grafica di Fausto Melotti. Con Francesco Vossilla ha pubblicato per Bompiani, La Pietà Vaticana e più recentemente Gustav Klimt con Giovanni Iovane, sempre con Bompiani.