Ultime notizie: Sergio Risaliti racconta un’opera appena realizzata da Mimmo Paladino

Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento di Firenze, racconta le ultime produzioni degli artisti in un ciclo di appuntamenti su Artribune ficcando il naso direttamente negli studi. dopo Giulio Paolini, adesso è la volta di Domenico Bianchi

Mimmo Paladino, Quadro africano, Pigmento e olio su tela, 2020
Mimmo Paladino, Quadro africano, Pigmento e olio su tela, 2020

La terza buona notizia mi viene dallo studio di Mimmo Paladino. Mi sono arrivati due messaggi a distanza di un giorno l’uno dall’altro. Quando ho familiarizzato con la foto del primo quadro, è arrivata la seconda mail. La prima opera è uscita di scena; al suo posto è giunta una seconda che si è mangiata l’altra. La prima immagine è stata scattata davanti al cavalletto. La successiva, invece, a distanza di qualche metro. Probabilmente dalla parte opposta dello studio. Infatti, il quadro principale è più piccolo, sta ora sul fondo, e davanti a quello si apprezza un altro dipinto già in preparazione. Torniamo alla foto in cima alla lista.  In primo piano vedo una tela ancora umida di essenze e colori. Bianco latte, giallo color della cera, grigi e nero carbone. Sul retro, rispetto al cavalletto, altri dipinti a occupare lo spazio. Uno è dominato dal rosso. Intuisco che l’artista è al suo posto di lavoro, circondato e difeso dai suoi fantasmi, dalle sue divinità protettrici. Come nel 1977. Quando decise di ritirarsi in studio a dipingere silenzioso un quadro. Così, s’intitolava un dipinto con il quale Paladino rappresentava il pittore, i ferri del mestiere, un tavolo, tappeti riccamente decorati e campiture di colori tornati ad essere espressivi: un linguaggio di nuovo possibile dopo anni di bianco e nero.

IL QUADRO PER PALADINO È ALTERNATIVO AL PARADISO E ALLA SOCIETÀ

All’epoca lo studio era piccolo, così anche la tela. Appoggiata non sul cavalletto ma su una sedia. Il passaggio da un’epoca all’altra era stato brusco: una specie di frustata al sistema dell’arte: dalla fotografia e dal concettuale alla pittura, consumata con vecchi strumenti, con tele, colori e pennelli. Oggi che tutti siamo ritirati nelle case, quell’immagine e quel titolo hanno il peso di un manifesto di resilienza poetica. Dal punto di vista dell’artista e del suo comportamento nulla è mutato negli anni. Il pittore dalla sua postazione, eremo e fortezza, sorvola la storia, entra ed esce dal tempo e dallo spazio restando fermo al suo posto. Il quadro offre infinite possibilità, continui viaggi e andirivieni. La cronaca è come un rumore di fondo. Nascono però composizioni che poeticamente abitano il mondo. Le tele magicamente si fanno carico delle piccole e grandi catastrofi, delle paure e angosce, di gioie e dolori, di nascite e morti, della rotazione della terra e del big ben, al cospetto di eroi e di miserabili, di maschere e burattini, di nuvole in cielo e di mari in tempesta.
Il quadro per Paladino è alternativo al paradiso e alla società. Un mondo che nasce e vive unicamente sulla tela. Né perfetto né imperfetto. Una forma di vita che può essere misurata e giudicata solo con le sue proprie leggi, che sono quelle della pittura. Quando Paladino dichiara di dipingere silenzioso nel suo studio, lo dice perché solo nel silenzio può fare posto al linguaggio pittorico, al linguaggio-mondo che solo facendosi si mostra, che si prende la rivincita sulla realtà mondana e sul tempo. Soprattutto sul tempo che tutto consuma e relativizza. Come un poeta che deve stare in ascolto di “Amor che ditta dentro”, anche il pittore ama la silenziosa solitudine dello studio, dove può incontrarsi con fantasmi linguistici, come Faust nel suo laboratorio alchemico. 

COME UNA NOTTE AFRICANA

Il primo quadro, dopo una notte e un giorno, si è volatilizzato. Ne è apparso uno diverso. Una velatura di notturno, un cielo blu notte che copre la precedente versione diversamente luminosa. In quel primo dipinto ora svanito – un monocromo- si riconoscevano delle teste, una figura quasi per intero, le mani sul ventre, e sciami di farfalle, come falene nella notte rimaste impigliate nella trama della tela. Paladino mi ha informato di aver utilizzato una tela americana non preparata che consente al colore di restare come un’impronta di prima stesura. L’immagine diluita impregna così la superficie. L’impressione è di una colatura leggera e impregnate, come di acquarello. Nei modi del color field, per intendersi, quel genere di pittura diluita, galleggiante e traslucida realizzata da Morris Louis, Kenneth Noland, Helen Frankenthaler. Ma qualcosa è rimasto presente nel dipinto successivo; la traccia del dipinto antecedente ancora affiora nel nuovo. In un mondo blu cobalto si palesa la traccia di una mano e una piccola luce, come un segnale di vita nel fondo dello spazio.
È come una notte africana – come quella immaginata da Rousseau il Doganiere per la sua Zingara addormentata, come mi dice Paladino. Adesso, è quella piccola luce a guidarci in questi giorni cupi. Nella solitudine, che tutti ci accomuna, avvistiamo ombre e tracce nello sconcerto e nel silenzio. Osservando la seconda foto, con il quadro blu posto sul cavalletto più distante, ci avvediamo che in primo piano schizza in avanti e prepotentemente un dipinto di colore giallo. Un campo giallo disteso orizzontalmente ruba la nostra attenzione. Un giallo che segue la notte blu cobalto. Il sole che sorge sul mondo immerso in un sogno profondo come l’abisso del mare. Un quadro chiama l’altro. Uno vasto e coprente. L’altro uno squillo come di tromba. Immagino sia la reazione a sentimenti e pensieri notturni, quando gli spiriti sono inquieti. Il vigoroso risveglio della volontà. La forza di un giallo che spinge la notte indietro e annuncia un risveglio energico. La luce calda di un’estate del mondo che dopo la solitudine dei sogni notturni invita a ritrovarsi nella civiltà delle piazze e dei mercati; tra gente di nuovo felice e vogliosa di vivere all’aperto, come farfalle al ritorno del calore.

Sergio Risaliti

Ultime notizie: Domenico Bianchi
Ultime notizie: Giulio Paolini

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Sergio Risaliti
Sergio Risaliti (1962), si è laureato a Firenze in Storia dell’arte moderna e contemporanea. Dal 2018 è direttore artistico del Museo Novecento di Firenze. E’ storico e critico d’arte, ideatore e curatore di mostre e di eventi interdisciplinari, scrittore e giornalista. Al suo attivo ha l’ideazione e curatela di un centinaio di mostre in spazi pubblici e privati. Nel 1991-92, si è perfezionato al Corso Europeo per Curatori d’Arte Contemporanea al Magasin di Grenoble. Ha fondato e diretto fino al 2002 il Palazzo delle Papesse di Siena. Ha riallestito il MARCA, Museo d'Arte Contemporanea della Provincia di Catanzaro nel 2008. È stato membro del comitato scientifico del Frac Rhône-Alpes e della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. E’ membro onorario dell’Accademia delle Arti del Disegno. Collabora con il Corriere Fiorentino e con Il Venerdì - La Repubblica. Con Stefania Ricci ha ideato e curato Ispirazioni e visioni (2011), Marilyn (2012), Il Calzolaio prodigioso (2013), Equilibrium (2014) al Museo Salvatore Ferragamo di Firenze. In occasione di Florens 2012 ha ideato l’accostamento dei Crocifissi di Donatello, Brunelleschi e Michelangelo nel Battistero di Firenze e ha curato l’installazione della Croce di Mimmo Paladino in piazza Santa Croce. Con Cristina Acidini ( ideatrice) ed Elena Capretti ha curato la mostra Michelangelo Buonarroti. Incontrare un artista universale, presso i Musei Capitolini di Roma. Ha ideato e curato l’esposizione dei Tre profeti di Donatello nel Battistero di Firenze, (maggio-dicembre 2014). E’ stato direttore artistico del primo Festival dei bambini. Nuovi mondi, organizzato a Firenze, nel 2014. Nel 2015 ha curato la mostra Jeff Koons. In Florence ( Piazza Signoria e Palazzo Vecchio, Firenze), Alighiero Boetti. Mappe ( Salone dei Cinquecento. Palazzo Vecchio, Firenze) e la mostra antologica di Alighiero Boetti presso la Galleria Stein di Milano (con Francesca Franco). Ha ideato e curato per la Galleria Tornabuoni di Firenze e Londra la mostra Il dado è tratto. Arte italiana oltre la tradizione. E’ direttore artistico dei progetti espositivi al Forte Belvedere di Firenze dal 2014 e del festival fiorentino F-light dal 2015. Tra le altre pubblicazioni ha ideato e curato nel 2000 Espresso, un censimento dell'arte giovane italiana ( Electa), e nel 2001 un'ampia ricognizione sulla Toscana contemporanea ( Maschietto editore). Nel 1996 ha curato la Verità, libro d'artista di Giulio Paolini ( Einaudi), e nel 2010 sempre di Giulio Paolini Dall'Atlante al vuoto ( ELecta). Nel 2009 ha curato il Catalogo Generale della grafica di Fausto Melotti. Con Francesco Vossilla ha pubblicato per Bompiani, La Pietà Vaticana e più recentemente Gustav Klimt con Giovanni Iovane, sempre con Bompiani.