Ricordatevi dei vivi. Perché l’Italia dimentica i suoi artisti

Anche Roberto Farneti commenta la tendenza italiana a celebrare l’arte del passato mettendola in vetrina, ma a non incrementare la produzione di quella contemporanea. Generando un danno irreparabile.

Renato Leotta, Amicizia, 2017. Installation view at Madragoa, Lisbona 2017
Renato Leotta, Amicizia, 2017. Installation view at Madragoa, Lisbona 2017

Sui quotidiani italiani prosegue il peana sulla difesa della cultura e dei consumi culturali. Chi fa proclami di questo tipo ha sempre in mente una cosa soltanto, e cioè il patrimonio culturale, una dotazione di beni e monumenti che si è cristallizzata e che occorre conservare. Sono molto rari i riferimenti al patrimonio vivente, che è diverso da quello conservato nel grande mausoleo italiano in memoriam. In altre parole, si dimentica, salvo le eccezioni di Artribune, che ha pubblicato articoli in merito, che l’Italia continua a produrre, abbastanza incredibilmente, arte e cultura, anche se del presente degli artisti viventi, magari di quelli anche giovani, non interessa a nessuno. Diversa attenzione è prestata in Germania agli artisti vivi e vegeti, certo la Germania non ha il nostro patrimonio, ma in tempi di emergenza sembrerebbe naturale proteggere le vite e il mestiere di chi prova tra molte difficoltà a costruire patrimonio per generazioni che potrebbero chiedersi cosa facevano gli artisti nel XXI secolo. La stampa tedesca ha dedicato spazio alla produzione artistica contemporanea in tempi di Coronavirus, credo sulla base di un assunto per noi incredibile, che creare patrimonio è importante, per ragioni che ritengo abbastanza inutile elencare, ma che dovrebbero essere note ai più, ragioni di ordine civile, ragioni di identità e di diplomazia culturale in un tempo in cui gli artisti, ovviamente non gli artisti italiani, con eccezioni tristemente rare, sono i primi e più importanti interpreti del tempo presente. Ma al di là delle notizie e dei proclami nella stampa, è curioso che se apriamo il sito del governo tedesco, sotto il faccione rassicurante della cancelliera, troviamo dodici finestre cliccabili, ciascuna con informazioni specifiche per un certo gruppo, ospedalieri, anziani, imprese, ecc. Una delle dodici finestre è “informazioni per gli artisti” e scopriamo che l’obiettivo del governo è “garantire l’esistenza di coloro che si guadagnano da vivere con l’arte e la cultura”. Troviamo elencate misure concrete, come l’accesso a forme di assistenza di base, “rese più semplici per coloro che lavorano nella cultura e nei media, che stanno perdendo reddito a causa dell’attuale crisi”. O una moratoria per gli affitti, pensate agli artisti che mantengono uno studio.

E L’ITALIA?

I giornali italiani danno notizia, con la solita pompa, di un proclama congiunto dei ministri della cultura di Spagna, Italia e Germania, in cui si parla di solidarietà e cooperazione attraverso la cultura. I tre ministri scrivono: “Che cosa sarebbero le nostre società senza chi le ha create? Senza le artiste e gli artisti”. E mi chiedo quale sia il follow-up italiano di questo bel proposito, perché sinceramente io non ho trovato traccia di questo accordo o proclama sulla stampa tedesca, solo, sui siti istituzionali tedeschi, la notizia della restituzione, con bellissima foto del ministro Franceschini, della statua della Santa Maria Magdalena ai tedeschi. Perché in fondo sembrerebbe essere questo il concetto italiano di una divisione del lavoro culturale in Europa: a noi il compito di conservare e quindi tutelare, assicurare e soprattutto prestare pezzi di patrimonio per quattro soldi, come in quelle balere in cui una volta ogni estate vanno a cantare quelle vecchie glorie che assicurano agli impresari un centinaio di ingressi. Agli altri invece il compito di crearlo, il patrimonio. Qui ne va dei musei di arte contemporanea, che non possono essere teche espositive per mostrare i gioielli di casa, ma non possono essere neanche vetrine esclusive, inaccessibili agli artisti italiani.

Biennale Arte 2019, Arsenale, Michael Armitage ph. Irene Fanizza
Biennale Arte 2019, Arsenale, Michael Armitage ph. Irene Fanizza

LE MOSTRE DEGLI ARTISTI STRANIERI

Ho raccolto in maniera forse sommaria un campione di mostre personali di artisti nati dopo il 1979. Tra il 2019 e il 2020, se guardiamo la programmazione di musei e fondazioni, troviamo le mostre personali di Marguerite Humeau (1986), Rayyane Tabet (1983), Peter Wächtler (n. 1979), Mohamed Keita (n. 1994), Trisha Baga (n. 1985), James Richards (n. 1983), Claudia Comte (1983), Michael Armitage (1984), Luke Willis Thompson (1988), Kiluanji Kia Henda (1979), Rachel Rose (1986), Driant Zeneli (1983), Andrea Ursuta (1979). Per cui la mostra di un artista italiano, Renato Leotta, al museo del Castello di Rivoli, suona come un’eccezione, quasi un lapsus (e si legge nel comunicato stampa che “è la prima mostra personale dell’artista torinese di origine siciliana in un museo pubblico”). Evidentemente i musei italiani sono disponibili, per amore o per forza, a mettere a disposizione i propri spazi a quegli artisti (stranieri), anzi forse sarebbe corretto dire a quelle gallerie (straniere), che surrogano con un invidiabile spirito d’iniziativa la nostra incapacità di promuovere gli artisti italiani. L’Italia è pur sempre una vetrina dignitosa, i nostri musei non sono il MoMA ma il nostro non è (ancora) un collezionismo da buttare, se Parigi valeva bene una messa, Roma val bene una mostra. E infatti i musei italiani di arte contemporanei possono fare una mostra di un giovane artista con il contributo della galleria, per cui tra una mostra di un emergente italiano senza galleria e la mostra di Claudia Comte, sostenuta da Gladstone Gallery (New York e Bruxelles), König Galerie (Berlino e Londra), lo Swiss Art Council e Patrizia Sandretto, non è così difficile capire chi scrive l’agenda di un direttore di museo di arte contemporanea in Italia.
L’emergenza che gli artisti e le artiste in Italia stanno vivendo metterà la parola fine alla creazione artistica nel nostro Paese. E ci sembrano in fondo tristemente velleitarie, ancorché meritorie, iniziative come il progetto Connection Gallery della Galleria Nazionale o Italian Council, o Premio New York, che hanno contribuito a creare da una parte la riserva indiana degli artisti emergenti, hanno funzionato cioè come metodi di segregazione, senza un impatto vero sul sistema dell’arte globale e senza riverberi sulla programmazione dei musei; dall’altra sono servite al sistema italiano a rassicurarsi sul proprio impegno contemporaneo.

L’ESEMPIO DEGLI STATI UNITI

Negli Stati Uniti assistiamo a una mobilitazione senza precedenti di risorse, fondazioni come il Getty Trust e la Helen Frankenthaler Foundation sono solo due esempi, ma sono decine le iniziative come ‘the artist relief tree’, un fondo di assistenza per quegli artisti che hanno subito cancellazioni di mostre in galleria a causa dell’epidemia o la sottoscrizione di ‘new art dealers’ che ha costituito a sua volta un fondo di emergenza. O migliaia di altre iniziative, come quella di COVID-19 ‘Freelance Artist Resource’, che censisce risorse e opportunità per gli artisti.
Il critico americano Jason Farago ne ha scritto sul New York Times. La pandemia ha distrutto una forma di esistenza sociale per gli artisti, ma ha creato nuove opportunità in un sistema per anni accusato di essere una Disneyland di lusso per frivoli socialites. Un sistema che si sta mobilitando per sostenere gli artisti e le artiste, non quelli dei secoli scorsi, quelli delle opere prestate, dei selfie dei sindaci impegnati a muovere la macchina demenziale delle mostre “da pinco a pallo”. È tempo, forse, quando si parla di cultura e di arte, di onorare il vecchio adagio latino, vivorum oportet meminisse, ricordatevi dei vivi.

Roberto Farneti

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Roberto Farneti
Roberto Farneti è professore associato di Scienze Politiche alla Facoltà di Economia e Management della Liberà Università di Bolzano.