L’arte rotta (V). Editoriale di Christian Caliandro

La negatività non rientra fra le componenti della likeability, anzi, è l’esatto contrario. Eppure il “negativo” può essere una forma di manifestazione del “vero”.

Achille Lauro durante la serata finale di Sanremo 2020
Achille Lauro durante la serata finale di Sanremo 2020

Sono rare le persone che desiderano solo essere negative o complicate, ma che succede se proprio queste caratteristiche sono appannaggio di persone autenticamente interessanti, affascinanti e fuori dal comune – in tal caso, allora, non può esserci un vero dialogo?” (Bret Easton Ellis, Bianco, Einaudi 2019, p. 125).
Già, che succede? Che succede se anche le opere d’arte si conformano, se tendono a eliminare le complicazioni, a nascondere erodere o cancellare la loro negatività? L’essenza stessa della likeability, così come la conosciamo e come si è evoluta in questi ultimi anni, è proprio quella di rimuovere la negatività, ogni negatività, dall’orizzonte. Individuale e collettivo.
La gente – soprattutto la gente di oggi – non ama, si sa, le persone negative. Perché “negativo” è uno che non ti darà mai, mai un lieto fine; è uno le cui storie – quelle che racconta, e quelle che vive – non finiscono mai bene. E la gente vuole invece il lieto fine, vuole le storie che finiscono bene. Sì. Anche se sono finte, anche se sono un’illusione. L’illusione e la finzione: che poi costituiscono il fulcro di tutta questa faccenda.
Il lieto fine è likeable, così come il mettersi-in-posa (e, come abbiamo già visto, il mettersi in posa dell’opera d’arte è un fenomeno tutto sommato abbastanza recente); la likeability è ossessivamente permeata di ‘pensiero positivo’, di positività a tutti i costi che elude inevitabilmente le frizioni, ogni frizione.  Le cose “storte” invece non sono likeable, sono unlikeable. Spiacevoli, sgradevoli. Ma, appunto, che succede se proprio le persone e le cose negative, complicate, storte sono quelle “autenticamente interessanti, affascinanti e fuori dal comune”?

L’OPERA D’ARTE

L’opera d’arte è in fondo un difetto, un’incoerenza. Un incidente.
L’opera è immaginabile come una sorta di fuoriuscita: fuoriuscita dallo schema, dalla costrizione, dal dovere e dal programma. Fuoriuscita di energie negative che vengono trasformate in positive. L’opera è una specie di flusso vitale capovolto – si muove al contrario rispetto all’esistenza “normale”. L’opera abolisce e aborre la normalità, la positività.
Nel momento in cui invece la likeability come atteggiamento e disposizione d’animo è tracimata dai social ed è divenuta la struttura stessa di una cultura, l’assetto fondamentale dei nostri comportamenti e delle nostre scelte e del nostro pensiero, ha mutato molto probabilmente anche il nostro modo di ‘immaginare’ l’imprevisto.
È sufficiente basarci, in questo senso, sulla nostra esperienza quotidiana. Ciò che nell’immaginario collettivo presente passa per ‘imprevisto’ culturale è, nella stragrande maggioranza dei casi, un evento o un oggetto ampiamente prevedibile, qualcosa che viaggia tranquillamente su binari prestabiliti, e che nel fare questo si appoggia invariabilmente alla nostalgia, alla consolazione del già noto, del già dato, del già esperito: è come se volessi farmi sorprendere, ma non troppo, da qualcosa che non sia troppo diverso da ciò che già conosco.
Un’intera cultura ha così sviluppato come effetto collaterale (che poi tanto collaterale non è) un attaccamento morboso a questa nozione ambigua di imprevisto: un imprevisto, cioè, che non è affatto tale. Perché? Perché, come dicevamo prima, è finto. È un imprevisto che vuole piacere, che vuole essere likeable.

Robert Morris, Keep It to Yourself, 2014-15, dettaglio
Robert Morris, Keep It to Yourself, 2014-15, dettaglio

VERO E FINTO

Il punto è che le cose vere – compresi gli imprevisti – non funzionano così. Una cosa vera non solo è diversa da una finta – ne è proprio il contrario.
Un vero imprevisto ci causa come minimo un formicolio allo stomaco (non sappiamo ciò che sta accadendo), spesso ci getta anzi nel panico perché ci sottrae le coordinate di riferimento. Uno scarto vero, nell’immediato, è spiacevole e non piacevole (o meglio: questa spiacevolezza è una forma più sottile di piacere…) – è negativo.
L’opera costituisce appunto uno scarto vero rispetto alla cornice data, a ogni cornice data. Il problema dunque è che la likeability si nutre di finzione (eventi opere persone che vogliono piacere a tutti i costi, a tutti, e che sono ‘progettati e costruiti’ per piacere sono intrinsecamente finti, artificiali), ma al centro di tutto questo c’è il controllo. Il Programma – che presiede a ogni aspetto cruciale della vita contemporanea, compresa l’arte.
La ‘rottura’ dell’arte risiede in fondo in questa cosa qui: nell’essersi cioè affidata pericolosamente a questa dimensione di finzione, e di aver progressivamente abbandonato invece la sua natura unlikeable. Di verità, fatta di incoerenze inciampi difetti scarti contraddizioni. Di negatività.
Per tornare alla dichiarazione Unavailable (2011) di Robert Morris, è utile forse ricordare che la lettera si concludeva così, con un atteggiamento che è unlikeable in modo pressoché sublime: “Everybody uses everybody else for their own purposes, and I am happy to be just material for somebody else so long as I can exercise my right to remain silent, immobile, possibly armed, and at a distance of several miles (Ognuno usa l’altro per i propri scopi, e sono felice di essere solo materiale per qualcun altro fintanto che posso esercitare il mio diritto di rimanere in silenzio, immobile, possibilmente armato, e a una distanza di diversi chilometri)”.

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

L’arte rotta (I)
L’arte rotta (II)
L’arte rotta (III)
L’arte rotta IV

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).