L’arte rotta (II)

Likeability e indebolimento della capacità di pensiero: Christian Caliandro riflette su “Bianco”, l’ultima fatica letteraria di Bret Easton Ellis.

Bret Easton Ellis, Bianco (2019)
Bret Easton Ellis, Bianco (2019)

I am existing – not living”.
Megan Markle

Bianco di Bret Easton Ellis, pubblicato nove anni dopo l’ultimo romanzo, è uno strano libro che fonde non-fiction, memoir e critica socio-culturale, con una forma molto aperta e che con questa forma affronta – in maniera al tempo stesso sbrindellata, acuta e paradossale – alcune questioni fondamentali che riguardano la cultura occidentale contemporanea. Per questo, ha fatto e sta facendo ancora discutere (attirandosi ovviamente sia negli Stati Uniti che in Europa strali, condanne e demonizzazioni varie).
Al centro della riflessione di Ellis c’è il concetto di “likeability” – reso nella traduzione con un non molto convincente “relazionabilità” – vale a dire l’atteggiamento in base al quale non dico più ciò che penso, ma sottopongo ciò che dico a un vaglio preventivo, e dico ciò che immagino gli altri si aspettino da me; e questo in funzione appunto dei like, dell’approvazione, dei sorrisi e degli applausi metaforici. È un tipo di approccio tutto basato sul criterio della risposta, della validazione altrui, della ricezione, in cui l’autocensura si spinge a una tale profondità da spostare l’intero asse dei comportamenti verso l’ipocrisia, il conformismo, e da improntarli costantemente al “mettersi in posa” (e infatti la figura dell’attore è alla base di questo comportamento sociale). A questa attitudine culturale, l’autore contrappone decisamente quella del “disturbo”, della fuoriuscita sistematica dalla comfort zone e della capacità di adottare il punto di vista dell’altro come funzioni, e risultati, che l’arte ha o dovrebbe avere: “Di fronte all’orribile affermarsi della “relazionabilità” – l’inclusione di ciascuno nello stesso schema mentale, la presunta innocuità dell’opinione di massa, l’ideologia secondo cui tutti dovrebbero pensarla allo stesso modo, il migliore dei modi – ricordo enfaticamente di non avere mai voluto ciò che ora richiedeva la cultura del nostro tempo. Anziché rispetto e gentilezza, inclusione e innocuità, amabilità e decenza, ciò che volevo era essere disturbato dalle cose. (…) Il ritornello dei miei desideri? Volevo essere messo alla prova. Non volevo vivere tra le pareti sicure della mia piccola palla di vetro con i fiocchi di neve ed essere rassicurato da ciò che mi era familiare e circondato dalle cose che mi facevano sentire a mio agio e mi coccolavano. Volevo calarmi nei panni degli altri e vedere il mondo coi loro occhi – specie se si trattava di outsider e mostri e freak che mi avrebbero condotto il più lontano possibile da quale potesse essere la mia comfort zone – perché sentivo di essere io quell’outsider, quel mostro, quel freak. Volevo essere scioccato. Adoravo l’ambiguità. Volevo cambiare le mie opinioni su questo e su quello, praticamente su tutto. Volevo essere sconvolto e perfino ferito dall’arte” (Breat Easton Ellis, Bianco, Einaudi 2019, pp. 128-129).

CONTAGIO CULTURALE

La likeability è dunque non coerente, ma direttamente opposta all’arte e alla sperimentazione culturale: non c’entra cioè nulla con queste dimensioni. Infatti, secondo questo criterio, io devo promuovere e pubblicizzare me stesso, innanzitutto me stesso – e non il mio contenuto (che di fatto è del tutto secondario, accessorio). La likeability rappresenta un sondaggio permanente sulla mia persona, sulla mia identità, sulla mia comunicabilità, sulla mia popolarità – e quindi l’ambiguità, la critica, la ferita rimangono al di fuori della cornice e della portata.
Una cultura che si è resa innocua ‒ e che in definitiva detesta l’arte – si dedica ad allontanare la sofferenza dai singoli, così come il racconto della sofferenza, l’elaborazione della sofferenza: quasi che fossero questi a spingere le persone a stare male. Come se racconti, immagini, canzoni avessero davvero il potere di CONTAGIARE gli esseri umani – e non li aiutassero invece a fare i conti con il proprio dolore, e a sentirsi meno soli. Ma l’operazione che permette all’opera di curare (un’operazione essenziale) si fonda su una grande fiducia nei confronti dell’essere umano, della sua indipendenza e della sua capacità di pensiero – mentre il sistema attuale, che crede ciecamente nell’ipocrisia e in una malintesa nozione di semplicità, non ha e non vuole avere alcuna fiducia nell’essere umano, e preferisce di gran lunga avere a che fare con bambinoni spaventati e facilmente influenzabili, totalmente dipendenti e dalle capacità di attenzione e concentrazione ridotte praticamente a zero.
Quello che noi stiamo vivendo è un periodo molto strano, e credo che questo sia dovuto principalmente ‒ anche se non unicamente ‒ al fatto che abbiamo vissuto per decenni (tutta la nostra esistenza, di fatto, se ci fai caso) dentro una specie di bolla, un’illusione. Una finzione.
Vogliamo credere disperatamente e follemente in questa finzione, non vogliamo separarcene, in fondo è tutto quello che abbiamo ‒ e in più c’è questa paura folle della realtà, di vedere come è la realtà, che aspetto ha, che gusto ha… Non vogliamo, desideriamo invece il sogno e se qualcuno prova a svegliarci non solo non lo ringraziamo per questo, ma lo malediciamo, lo odiamo… Solo che la finzione ha cominciato a strapparsi un po’ di tempo fa, a cedere e a collassare, e sta continuando a strapparsi e a cedere, mese dopo mese, anno dopo anno… E stranamente (o forse no) la maggioranza delle persone invece di seguire questo strappo, di dilatarlo, prova con furia e ostinazione a rattopparlo, a vedere se c’è qualche altra finzione sempre più ridicola pronta per la sostituzione…  Questo, insomma, fa la stranezza del periodo – questa incertezza e questa indecisione.

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

L’arte rotta (I)

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).